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Il Gargano è un’isola

Noemi De Luca di Noemi De Luca
31 Agosto 2022
in Viaggi
Tempo di lettura: 6 minuti
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Il Gargano era un’isola. Prima ancora degli uomini e delle città, non era altro che una scogliera bianca e calcarea tra le onde di Tetide, l’oceano primordiale. L’era mesozoica, con i suoi grandi movimenti geologici, segnò il suo destino: le zolle dell’Eurasia e dell’Africa si scontrarono, e il resto della scogliera, ancora sommerso, affiorò dall’acqua. Una nuova isola era nata, selvaggia e senza nome. Con il passare dei secoli, delle creature cominciarono a popolarla: bestie preistoriche, senza predatori né contatti con altre specie. Oche, ad esempio. Ma alte un metro e mezzo, aggressive e carnivore. Ricci grandi come cani, dalla mascella sproporzionata, o creature marine del miocene, che si nascondevano negli abissi. Quando arrivarono gli uomini, il promontorio era già parte della terraferma e le sue bestie più minute e gentili. Eppure, se lo chiedete ai vecchi, il Gargano è ancora un’isola.

Ne sono convinti, e non è un’eco del giurassico, un ricordo di ere passate. Il Gargano non ha mai smesso davvero di essere un’isola, bagnato per tre lati dal mare, ma per il quarto dagli oceani dorati dei cereali del Tavoliere delle Puglie. Campi infiniti, bollenti, assoluti, creati da ottomila anni di aratri, vomeri, zappe, seghe e asce. L’uomo ha lavorato in modo ossessivo, estirpando ogni forma di vita che non fosse grano, mais o frumento: non un germoglio stonato, non un polline discorde. Quella vegetale è la barriera più isolante di tutte: ha impedito che sul Gargano il vento portasse semi e uccelli, o che venisse raggiunto da bestie e umani. Le paludi malariche e le distese assolate del Tavoliere hanno reso impossibile lo scambio con l’esterno, preservando l’ecosistema primordiale del Gargano. Un’isola biologica, e anche sociale.

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Per millenni, a salire le ripide pareti meridionali e occidentali del Gargano sono stati solo i pastori e i loro greggi transumanti. Gli uomini erano soli, chiusi nelle loro masserie fortificate o nei piccoli borghi arroccati sulle scogliere. Basta allontanarsi, per un giorno, dal rituale del turismo balneare e si può trovare una terra ancora a tratti incontaminata. Il Gargano è un universo verde e azzurro, chiuso tra la foce del Fortore e del Candelaro, che ancora dà rifugio a una natura ovunque sostituita da oliveti possenti, distese di cereali, vigneti e orti geometrici. Gli ambienti naturali che racchiude sono i più vari del Meridione: lagune e paludi costiere, canneti a perdita d’occhio, spiagge e dune intatte, coste rocciose e calcaree, boschi immensi, quasi nordici, e macchie mediterranee, steppe di asfodeli e rupi a strapiombo.

Gli uomini avevano un rapporto unico con il mare, di paura e bisogno. L’oceano era un’incognita, fonte di cibo e ricchezza, ma anche di naufragi, mareggiate e incursioni piratesche. A testimonianza di questa vita così instabile e solitaria ci sono i trabucchi, sparsi tra le coste di Peschici e Vieste. Come ragni giganti, queste strutture in legno e corde venivano usate per pescare, con reti e carrucole, e per proteggersi da onde e tempeste. Non era raro da lì avvistare le navi dei pirati saraceni, gli unici stranieri che arrivavano sulla costa. I pescatori allora correvano verso una delle dieci torri di pietra del Gargano e accendevano un fuoco sul tetto: la fiamma veniva vista dai guardiani della torre successiva, che a sua volta accendeva il proprio fuoco per allertare la torre seguente. Una catena di fiamme, unico modo per comunicare con gli altri uomini e chiedere aiuto.

Se durante una pigra mattinata al lido vi stancate dei tormentoni di Elettra Lamborghini, salite sulle scogliere e immaginate cosa significava avere le proprie giornate scandite solo dal vento e dalle maree. Lì su, nel silenzio, potrete sentire il rimbombo sotterraneo dell’acqua nelle grotte marine: si sa, il Gargano è cavo, pieno di centinaia di cunicoli e voragini. Una leggenda vuole che il mare, in una vendetta eterna contro la terra, ne scavi giorno per giorno il corpo. Una vendetta completa nel caso dei faraglioni, monoliti di roccia bianca che emergono dalle acque: sono ciò che resta delle rocce costiere, progressivamente erose dalle onde. Il mare però, scavando, ha creato qualcosa di incredibile: all’interno delle grotte ci sono archi di pietra, pareti bianche, giochi di luce. Un’architettura antica, messa a rischio dalle centinaia di barche a motore che portano i turisti a spasso ogni giorno.

Le grotte erano importanti per le popolazioni garganiche, luoghi di una sacralità misteriosa e pagana, testimoniata da pitture rupestri, rune e corredi funerari. La grotta più conosciuta, quella di San Michele Arcangelo, era in passato consacrata a ben altri culti: quelli degli oracoli di Calcante e Podalirio. Al primo, mitico indovino omerico, si chiedevano profezie sul futuro; al secondo, medico miracoloso, dei responsi sui mali organici. Secondo il rituale, i pastori dormivano nella grotta per una notte, avvolti in pelli d’animale, e bevevano l’acqua terapeutica che sgorgava dalle rocce. Al mattino, ricevevano i loro oracoli scritti su foglie di palma, proprio come le profezie della Sibilla Cumana. Questi rituali iatromantici pagani sono scivolati senza alcuna trasformazione nella ritualità cattolica, diventando parte del culto micaelico.

Nel medioevo, la grotta dell’Arcangelo Michele attrasse viandanti longobardi, aragonesi e bizantini. Le loro rune sono ancora incise sulle pareti del santuario. Il Gargano, improvvisamente in piedi sulla grande pianura, esercitava un fascino magnetico per i pellegrini, la sua scalata aveva il sapore di quella del Sinai o del Tabor. Più di tutti, erano i cavalieri a inerpicarsi tra le strette mulattiere, per chiedere all’Arcangelo protezione prima di imbarcarsi per la Terrasanta dal porto di Manfredonia. Se volete ripercorrere i loro passi, non dimenticate l’Abbazia di San Leonardo in Lama Volara, sede dell’Ordine Teutonico, la Basilica di Santa Maria Maggiore di Siponto e gli Eremi di Pulsano, piccole celle di pietra incastonate sulle pareti rocciose della montagna.

Oggi, un nuovo pellegrinaggio ha riscoperto il Gargano: quello del turismo. Dagli anni Sessanta in poi, sono stati i turisti a rompere l’isolamento del Gargano e ad arricchire e simultaneamente impoverire l’identità garganica. Non più un luogo fuori dal tempo, il Gargano ha visto spuntare lidi, villaggi e hotel, e ha guardato i flussi di viaggiatori estivi deviare unicamente verso le lunghe spiagge dorate. Le isole Tremiti sono diventate la nuova mecca del turismo e le calette sconosciute di Vignanotica e Baia delle Zagare sono finite su tutte le guide. La popolazione del promontorio, di fronte al miraggio di una facile fonte di reddito, si è buttata nell’imprenditoria balneare, rendendo l’esperienza del Gargano più comoda, semplice e instagrammabile. L’omologazione del lusso non risparmia nessun luogo.

L’isola Gargano è diventata continente, ma a un prezzo: l’abbandono delle zone interne e l’iper sfruttamento della fascia costiera. Foreste, laghi e abbazie sono stati abbandonati e, all’infuori dell’estate, il promontorio è deserto. Eppure, è in autunno che il Gargano si veste dei suoi migliori colori: se siete curiosi, addentratevi nei meandri della Foresta Umbra. Provate a camminare dentro questa cattedrale arborea, tra colonnati e chiostri di tronchi scuri, sotto una cupola di foglie color rame. Gli alberi della foresta – aceri gialli, rossi e arancioni, faggi ocra e carpini castani – sono secolari: li chiamano patriarchi verdi, e hanno quasi duemila anni. Le correnti marine cariche di umidità hanno creato un’anomalia, quella del macrosomatismo vegetale: gli alberi sono cresciuti molto più del normale, più alti, più longevi, diversi dalla loro stessa specie.

Tra questi giganti arborei si nasconde una fauna schiva: volpi, ghiri, tassi, cinghiali, gufi, rane, lupi. Il monarca indiscusso è il falco pellegrino, ultimo erede di quei rapaci che nelle lande sottostanti cacciavano al seguito dell’Imperatore Federico. Un’altra stirpe antica è quella del capriolo garganico, il folletto (o fantasma) dei boschi. È un animale fugace e circospetto e, se lo intravedete tra le felci, ritenetevi fortunati. Il suo comportamento – così diverso da quello degli amichevoli caprioli italici – è dovuto a ricordi di sangue: questi esemplari sono i diretti discendenti di quelli cacciati prima dai romani, poi da Federico II di Svevia. Le battute di caccia si sono impresse nella loro memoria genetica e l’uomo è diventato equivalente al massacro.

Se invece volete scoprire il Gargano in primavera, tra le distese azzurrine di asfodeli, ferule e cardi, troverete la fioritura inaspettata di iris multicolori e orchidee selvagge. Non è difficile incontrare studiosi stranieri chini nelle radure, intenti a studiare e classificare le specie di orchidee più rare, presenti solo qui o nelle isole dell’Egeo. Il Gargano è un universo incredibilmente vario, ma ha bisogno, più di ogni altra cosa, di essere guardato con occhi diversi: più curiosi, aperti, e non impigriti dai rituali estivi. Ha bisogno di politiche attente alla sua biodiversità, messa a rischio dal turismo senza limiti né scopo. Ha bisogno di riscoprire il suo passato, i suoi miti rurali e le leggende antiche, e di ridare una centralità ai suoi borghi più interni, custodi di storie e tarante. Altrimenti, andrà tutto perduto, tra un costoso aperitivo in spiaggia e un dj set di Ferragosto.

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