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“Ogni mattina a Jenin”, la Palestina di Susan Abulhawa

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
8 Giugno 2021
in Billy
Tempo di lettura: 6 minuti
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Amal avrebbe voluto guardare meglio negli occhi del soldato, ma la bocca del fucile automatico contro la fronte non glielo permetteva. Era sufficientemente vicina per vedere che portava le lenti a contatto. Si immaginò il soldato curvo su uno specchio che si infilava le lenti negli occhi prima di vestirsi e di andare a uccidere. “Che strano”, pensò, “quello che ti viene in mente tra la vita e la morte.” Ogni mattina a Jenin un bambino ha paura del nuovo giorno, gli occhi, serrati con forza, non vogliono saperne di aprirsi. Il cecchino è ancora appostato lì fuori, il grilletto pronto a essere premuto. Fingersi addormentati, o morti, è di gran lunga più sicuro del dare inizio a una nuova giornata.

Nel campo profughi, in realtà, non si dorme mai. Quando il buio cala, la paura si fa più grande di qualsiasi stanchezza, il cuore batte in silenzio per non farsi sentire, nessuno può stare tranquillo. A Jenin anche i minuti scorrono lenti, come il sangue di chi non ce l’ha fatta, come quella donna con ancora in grembo un bambino che non verrà dato alla luce, ma da strappare comunque violentemente via alla madre. Come chi è nato nella parte sbagliata di mondo.

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In un tempo lontano, prima che la storia marciasse per le colline e annientasse presente e futuro, prima che il vento afferrasse la terra per un angolo e le scrollasse via nome e identità, prima della nascita di Amal, un paesino a est di Haifa viveva tranquillo di fichi e olive, di frontiere aperte e di sole.

In Palestina la vita ha un ritmo piuttosto regolare, il legame con la terra è forte, anche nel piccolo villaggio di ‘Ain Hod, dove la narrazione ha inizio. Siamo nel 1941. Susan Abulhawa – scrittrice e attivista per i diritti umani – lascia che la piccola Amal, nipotina del patriarca della famiglia Abulheja, ci porti per mano nel suo paesino e ci conduca, attraverso la sua voce e la storia di ben quattro generazioni, sino quasi ai giorni nostri. Il racconto termina nel 2002, dopo un tortuoso viaggio lungo sessanta anni alla scoperta della tragedia palestinese cominciata nel 1948.

Con la dichiarazione ufficiale della nascita dello Stato di Israele, infatti, l’inferno, che fino a poco tempo prima trovava la sua collocazione nel centro dell’Europa, si sposta nel Vicino Oriente, segnando la fine della pace e di un popolo improvvisamente senza patria. In effetti, al termine del secondo conflitto mondiale, sostenuti dalle grandi potenze economiche e dai vari movimenti sionisti, numerosi sopravvissuti alla Shoah e non solo occupano i territori fino a questo momento arabi, dichiarando sin da subito l’impossibilità di una placida convivenza. La fuga per chi abita quelle terre è l’unica soluzione. Violenza, prepotenza e morte la fanno da comandanti. I padroni di casa, invece, quelli veri, devono andarsene, per loro non c’è più posto.

In questo contesto, dunque, la famiglia di Amal è costretta a trovare rifugio presso il  campo profughi di Jenin, tra baracche di paglia e argilla che l’ONU ha pensato bene di donare come ricompensa per le lacrime rosso sangue e una vita, reale, che non c’è più. La quotidianità, invece, la si prova a costruire tra il terrore e l’umiliazione, la povertà e la fede, con il nemico che osserva e detta legge, che porta via tutto, anche alcuni ricordi. Le albe in versi, invece, restano indelebili.

Nella claustrofobia dell’esilio, però, i sentimenti si accentuano e si confondono, in una battaglia manicheista che vede contrapposti amore e odio, paura e speranza, rassegnazione e riscatto. Un frutto del proprio albero che non si può cogliere, due fratelli che il caso vede combattere su fronti opposti, bambini che sfidano la morte, soldati senza pietà, madri private dei loro figli, un popolo che lancia pietre e un altro che sgancia bombe. L’ingiustizia di chi la guerra la fa da dietro a una scrivania, comodo, come si trattasse di una partita a Risiko.

Dalla prospettiva dei più deboli, Susan Abulhawa ci racconta, in quasi quattrocento pagine, il dramma palestinese nella sua crudeltà più assoluta, ma con una dolcezza nella prosa di cui pochi sono dotati. Una narrazione emozionante e vera – al limite del disturbante – che ci ricorda una storia ancora attuale, un infinito conflitto, che ogni giorno, vittime di un sistema corrotto e terrorista, ignoriamo. La storia di un popolo in cerca di una pace e di una verità che nessuno mai – nell’indifferenza nostra, di chi muove i fili delle nostre esistenze, delle organizzazioni mondiali, e degli esportatori di democrazia – gli restituirà.

Chi scrive è palestinese, così come la voce narrante. Eppure, i sentimenti che vengono fuori prepotenti sono privi di violenza e di rancore. Gli occhi di Amal sono ancora carichi di amore.

Ho sempre trovato difficile non commuovermi alla vista di Gerusalemme, anche quando la odiavo – e Dio sa quanto l’ho odiata, per il suo immenso costo di vite umane. Ma la sua visione, da lontano o da dentro il labirinto delle mura, mi trasmette sempre un senso di dolcezza. Ogni centimetro di questa città racchiude i segreti di civiltà antiche, le cui morti e tradizioni sono impresse nelle sue viscere e nelle macerie che la circondano. I glorificati e i condannati hanno lasciato le loro impronte sulla sabbia. È stata conquistata, distrutta e ricostruita così tante volte che le pietre sembrano possedere una vita donata loro dagli eterni bilanci di preghiere e sangue. Eppure, in qualche modo, Gerusalemme trasmette umiltà. In me suscita un innato senso di familiarità – l’indubbia, irrefutabile sicurezza palestinese di appartenere a questa terra. Mi possiede, indipendentemente da chi la conquista, perché il suo suolo è custode delle mie radici, delle ossa dei miei antenati. Perché conosce i desideri segreti che hanno infiammato i letti delle mie progenitrici. Perché io sono il frutto naturale del suo passato ardente e burrascoso. Sono figlia di questa terra, e Gerusalemme mi rassicura di questo titolo inalienabile molto più degli atti di proprietà ingialliti, dei registri catastali ottomani, delle chiavi di ferro delle nostre case rubate, di tutte le risoluzioni o i decreti che potranno emanare l’ONU o le superpotenze. 

– Niente male come posto, vero, tesoro? – disse ‘Ammu Jack.

Sorrisi timidamente e tornai in macchina.

In Palestina, quando trovano il coraggio di riaprire gli occhi, i bambini si rincorrono tra le macerie di quelle che un tempo erano le loro case, scansano le mine antiuomo saltando su un piede solo, si raccontano storie di città che nemmeno conoscono e che, forse, non vedranno mai. I soldati israeliani, come tate, ma senza apprensione, vegliano su di loro ininterrottamente. I piccoli imparano a contare raccogliendo proiettili per strada. In Palestina ai bambini è richiesto nascere già grandi, ma gli occhi dei fanciulli, almeno quelli, nessuno riesce a celarli.

Ripenso a quegli anni con nostalgia. È vero che non avevamo stufe per riscaldare le notti fredde o l’acqua dei bagni settimanali, ma avevamo molte delle cose che riscaldano l’anima. Eravamo amiche che all’occorrenza si sdoppiavano in madri, sorelle, insegnanti, aiutanti e a volte perfino in coperte. Condividevamo tutto, dai vestiti alle angosce. Ridevamo insieme e scolpivamo i nostri nomi nelle antiche pietre di Gerusalemme. Uscivamo tutte a fatica dagli abissi dell’espropriazione e cercavamo di sopravvivere come potevamo sotto l’occupazione israeliana. I nostri piaceri più grandi erano i momenti di normalità. Una cotta per una ragazzo. Una partita a carte. Raccontarci barzellette sporche mentre lavavamo a mano i vestiti sul tetto di quel palazzo di cinque piani. Le parole d’incoraggiamento di un insegnante. Il legame che stringemmo si basava su un tacito impegno alla comune sopravvivenza. Abbracciava la storia, cavalcava i continenti, attraversava le guerre e conteneva le nostre tragedie e le nostre vittorie collettive e individuali. Era un legame fatto di lettere adolescenziali, di pentole di foglie di vite ripiene. Era la Palestina. Era una lingua che smantellammo per costruirci una casa.

Ogni mattina a Jenin qualcuno ancora si innamora e sfida la morte. C’è chi lotta, chi soccombe, chi scappa, chi resta, chi piange, chi sorride, chi lontano, a suo modo, riesce a rifarsi una vita. Ma c’è anche chi muore, adesso, mentre il libro scivola via, sul comodino, e la vita per noi, qui, prosegue, in una guerra che però non finirà mai.

Amal, credo che la maggior parte degli americani non ami come amiamo noi. Non è questione di inferiorità o di superiorità. Vivono in sfere sicure e superficiali, e raramente spingono le emozioni umane nella profondità in cui viviamo noi. Vedo che sei confusa. Pensa alla paura. Quella che per noi è semplice paura per altri è terrore, perché ormai siamo anestetizzati dai fucili che abbiamo continuamente puntati contro. E il terrore che abbiamo conosciuto è qualcosa che pochi occidentali proveranno mai. L’occupazione israeliana ci ha esposti fin da piccoli a emozioni estreme, e adesso non possiamo che sentire in maniera estrema. Le radici del nostro dolore affondano a tal punto nella perdita che la morte ha finito per vivere con noi, come se fosse un componente della famiglia che saremmo ben contenti di evitare, ma che comunque fa parte della famiglia. La nostra rabbia è un furore che gli occidentali non possono capire. La nostra tristezza può far piangere le pietre. E il nostro modo di amare è diverso, Amal. È un amore che puoi conoscere solo se hai provato la fame atroce che di notte ti rode il corpo. Un amore che puoi conoscere solo dopo che la vita ti ha salvato da una pioggia di bombe o dai proiettili che volevano attraversarti il corpo. È un amore che si tuffa nudo verso l’infinito. Verso il luogo dove vive Dio.

Prec.

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