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Napoli e le sue “scritte sui muri”

Francesca Testa di Francesca Testa
27 Aprile 2017
in Rubriche
Tempo di lettura: 3 minuti
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Il semiologo Roland Barthes disse che il muro, si sa, attira la scrittura. Queste sue parole riconducono a una pratica primordiale dell’uomo che non è altro che l’espressione di un bisogno di comunicare e lasciare una traccia del proprio passaggio ai posteri. Graffiti e pitture rupestri sono testimonianze rinvenute già in epoca classica, scoperte nelle prime abitazioni degli uomini, nelle caverne, che raccontano “l’attività quotidiana”.

Questo profondo desiderio di influenzare l’aspetto estetico del nostro habitat ha assunto forme sempre più originali in quanto la consapevolezza legata alla nostra esistenza è cresciuta insieme al bisogno di testimoniare il pensiero, pro oppure contro, di una certa epoca.

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Il graffitismo ha inizio negli anni Settanta, nel quartiere newyorkese del Bronx, diventando ben presto uno strumento di protesta contro l’esclusione sociale delle periferie. Una voce che riesce a farsi sentire, fino in città, grazie al semplice utilizzo di bombolette spray.

Questo fenomeno raggiunge anche l’Europa nei primi anni Ottanta e le città si trasformano in tavolozze in grado di esprimere un pensiero multicolore, una forma artistica che acquista sempre più importanza diventando portatrice di comunicazione sociale e politica.

Quella che oggi conosciamo con il nome di Street Art si è evoluta velocemente grazie all’uso di tecniche diversificate quali lo stencil, i poster e gli adesivi. Lo scopo è quello di attirare l’attenzione dei passanti e condividere un messaggio che sia accessibile a qualsiasi appartenenza culturale, ma, allo stesso tempo, anche di rispondere al bisogno di creare un dialogo con le istituzioni. In quest’ultimo caso si tratta di un argomento delicato: la riappropriazione di luoghi urbani.

Milano è stata la prima città italiana a riconoscere la Street Art quale forma d’arte, attuando piani e campagne di riqualificazione dei luoghi urbani. Napoli invece, agli inizi degli anni Novanta, ha iniziato a popolarsi dei primi writers, un movimento nato di pari passo con la musica partenopea di matrice hip hop strettamente legata alle problematiche relative al territorio e all’attività politica portata avanti dai centri sociali occupati.

Napoli e le sue strade accolgono scritte e insegne, dai romantici Totore sì a’ vita mia a stencil anti-Salvini fino ad arrivare agli ormai onnipresenti slogan calcistici. Una città che racchiude un’arte sempre nuova e affascinante, artisti nazionali e internazionali che riescono a esprimere una forza intellettuale tutta nuova, che, però, continua a essere costretta a manifestarsi all’ombra delle istituzioni. Un’arte che trova ancora difficoltà a distinguersi dalle scritte e dai messaggi, troppo spesso irrispettosi, impressi sui monumenti.

Ma gli antichi vicoli di Neapolis, così come palazzi e perfino chiese, sembrano acquisire una vita nuova, un cuore che pulsa forte. Tanti sono gli artisti che hanno lasciato un segno, mai indelebile, del loro passaggio: primo tra tutti Banksy che in piazza dei Gerolomini ha realizzato lo stencil di una Madonna in estasi, le opere gigantesche di Francisco Bosoletti e Blu e, ancora, Alice Pasquini che ha “nascosto” in giro per Napoli volti femminili dai colori intensi, insieme a molti, molti altri.

Un’arte che sembra ormai accettata e utilizzata come mezzo di diffusione e infatti, proprio il MANN – Museo Archeologico Nazionale di Napoli – ha inaugurato l’apertura del Festival Muse al Museo con un’opera realizzata con pittura al quarzo dal writer David “Diavù” Vecchiato chiamata Æquus Phartenopensis. Si tratta della rappresentazione della Testa di Cavallo Carafa, uno dei pezzi in bronzo del museo realizzato da Donatello. Un simbolo che rappresenta la libertà di Napoli e che è divenuto un vero e proprio simbolo ritratto anche nelle insegne della città.

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