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Nelle Grotte di Castelcivita alla scoperta dei nostri antenati

Redazione di Redazione
23 Aprile 2018
in Rubriche
Tempo di lettura: 3 minuti
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Contributo e foto a cura di Stefania Costantino

Avete mai sognato di fare un viaggio nelle viscere della Terra? Un viaggio tra stalattiti e stalagmiti di migliaia di anni e dalle forme più svariate? Alle porte del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, nel Comune di Castelcivita, è possibile ammirare un’opera carsica di estrema bellezza. Conosciute anche come Grotte di Spartaco perché secondo la leggenda vi si rifugiò il celebre gladiatore romano con il suo stuolo di ribelli contro Roma, le Grotte di Castelcivita, con una lunghezza complessiva di 4.8 chilometri, sono uno dei complessi speleologici più estesi dell’Italia meridionale. L’azione continua e perenne dell’acqua, infatti, ha dato origine a cunicoli, gallerie e ad ampie caverne ricche di maestose concrezioni calcaree. Non si può non rimanere incantati alla vista della Sala del Castello, della Cattedrale, della Caverna Bertarelli. Per i più curiosi,  inoltre, è possibile effettuare il percorso amatoriale della lunghezza di 3 chilometri attraversando il Deserto, la Caverna Boegan, il Tempio e la Grande Cascata fino a raggiungere il lago Sifone. È qui che ha inizio l’ultimo tratto, accessibile solo agli speleologi, che si conclude con il lago Terminale.

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Dal 1889 anno della prima esplorazione a opera di due giovani fratelli della zona, le Grotte sono state oggetto di interesse non solo di appassionati ed esperti di speleologia ma anche di paleontologi. Risale infatti al 1972 la prima campagna di scavo che ha portato alla luce numerosi reperti fossili e materiale litico. Anche nell’ultima occasione  un importante scavo archeologico le ha viste protagoniste. Per il terzo anno consecutivo, infatti, sotto la direzione della Prof.ssa Annamaria Ronchitelli, coadiuvata dalla Prof.ssa Adriana Moroni, un team composto da archeologi antropologi fisici ed esperti GIS, del Dipartimento di Scienze Fisiche, della Terra e dell’Ambiente, dell’Unità di Ricerca Preistoria e Antropologia e dell’Università di Siena ha portato alla luce strumenti in pietra e resti di fauna (per lo più ossa di erbivori, come cavalli e buoi selvatici) risalenti al Paleolitico medio e superiore nello specifico al periodo Uluzziano. A Castelcivita è rappresentata una fase cruciale della Preistoria (da 45.000 a 40.000 anni fa), in cui si verificarono  sia la progressiva estinzione dei Neandertaliani che l’arrivo dall’Africa di Homo sapiens. L’équipe ha lavorato ben tre settimane.

«L’indagine stratigrafica ha portato alla luce le tracce degli accampamenti paleolitici susseguitisi nell’arco di poche migliaia di anni che permettono di ricostruire in modo dettagliato l’evoluzione del comportamento degli ultimi Neandertaliani prima e dei più antichi Homo sapiens europei poi», spiega la Prof.ssa Moroni. Ed è proprio questa completezza di informazioni che rende unico e importante lo scavo, realizzato in collaborazione con la Soprintendenza di Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Salerno e Avellino, il Comune di Castelcivita e la società Grotte Srl. Scavo che riprende dopo un lungo periodo di inattività durato quasi trent’anni.

Ma le sorprese non finiscono qui. Le Grotte di Castelcivita infatti sono state inserite in un importante programma di ricerca europeo ERC (European Research Consolidator) dal titolo The earliest migration of Homo sapiens in Southern Europe: understanding the biocultural processes that define our uniqueness (La prima migrazione dell’Uomo sapiens nell’Europa meridionale: comprendere i processi bioculturali che definiscono la nostra unicità) che vede come soggetto capofila l’Università di Bologna, insieme alle Università di Ferrara, Genova, Modena, Roma e Siena. Un progetto di durata quinquennale, (volto allo studio, e non alla ricerca su campo) di una serie di giacimenti italiani del Paleolitico medio e superiore che getterà nuova luce e maggiore chiarezza su quello che è stato uno dei periodi chiave dell’evoluzione della nostra specie.

In un momento in cui i fondi per la ricerca subiscono tagli drastici, le aree interne sono sempre più soggette a un massiccio spopolamento e a una conseguente “morte” culturale, iniziative come queste fanno ben sperare. Le Grotte di Castelcivita potrebbero finalmente avere l’attenzione che meritano e con esse l’intero territorio alburnino, da troppo tempo dimenticato e lasciato fuori da ogni tipo di crescita: economica, demografica, turistica e scientifica. L’idea che possa esserci un futuro per il nostro passato e un futuro per il nostro territorio è una meravigliosa occasione da non perdere.

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