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“Tra Munari e Rodari”: perché nessuno sia schiavo

Con la loro arte, Bruno Munari e Gianni Rodari sono stati in grado di dar vita a immagini e parole che la società si era sempre ostinata a limitare e rinchiudere in schemi rigidi e rassicuranti. Come scrive Paolo Fallai, Presidente delle Biblioteche di Roma, entrambi hanno preso in giro, in modo lieve e solenne, le nostre grevi e solenni convinzioni, due scorpioni che hanno preso molto sul serio la giocoleria della vita e che facendoci dolcemente sanguinare hanno cercato di aprirci un cammino di libertà.

La loro leggerezza, elemento che ha incredibilmente accomunato i due, affonda le proprie radici in quello che Calvino racconta nelle sue lezioni americane, negli anni nei quali lo sguardo di medusa aveva reso tutto il mondo di pietra. Lo straniamento, invece, ha a che fare con le scelte poetiche riguardanti lo stupore della scoperta e del procedimento narrativo. In particolare, è un elemento a cui Gianni Rodari si è dedicato nelle note finali della sua Grammatica della fantasia: Quello che io sto facendo è di ricercare le “costanti” dei meccanismi fantastici, le leggi non ancora approfondite dell’invenzione, per renderne l’uso accessibile a tutti. Insisto nel dire che, sebbene il Romanticismo l’abbia circondato di mistero e gli abbia creato attorno una specie di culto, il processo creativo è insito nella natura umana ed è quindi, con tutto quel che ne consegue di felicità di esprimersi e di giocare con la fantasia, alla portata di tutti. Un concetto a cui Bruno Munari ha dato continuazione e risposta in Fantasia dove sono descritti i procedimenti indispensabili affinché tutti possano essere artisti.

Il loro incontro, avvenuto nel 1960 grazie all’editore Einaudi, probabilmente ne ha cambiato le rispettive vite. Munari infatti da quell’anno in poi ha iniziato a disegnare i “finti scarabocchi” diventati presto il tratto distintivo dei libri di Rodari. Per questo i loro lavori sono stati a lungo considerati per bambini e, in effetti, solo i bambini riescono a vedere davvero, mentre gli adulti cercano di cogliere ma senza comprendere. Nella Grammatica della fantasia Rodari ha scritto qualcosa che è estremamente vicino al pensiero di Munari: Tutti gli usi della parola a tutti: mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo. Del resto, ha sempre colto l’aspetto liberatorio del segno grafico di Munari nell’aggettivo “inutile” che lui stesso ha affibbiato alle macchine e in cui, a suo avviso, risiede la rivoluzione munariana: in Arte come mestiere, infatti, Munari ha raccontato di come, per tanti anni dopo la Seconda guerra mondiale, il suo nome fosse stato legato alle macchine inutili che avevano iniziato a costruire nel 1933 e che avevano fatto “divertire” il mondo dell’arte, macchine costruite con materiali leggeri, come fosse una leggerezza destinata ai bambini. Un aggettivo, “inutile”, che prima o poi tutti utilizzano per definire la fantasia che è invece la facoltà umana di risolvere i problemi e immaginare un mondo diverso. Per Rodari, quindi, l’amico era un designer, invisibile mediatore fra estetica e produzione di massa.

I primi libri per bambini ideati da Munari erano destinati a suo figlio perché secondo lui c’era poco o nulla che potesse stimolarlo nel modo in cui voleva. Come Munari, anche Rodari ha iniziato cercando di colmare un vuoto, ma a livello giornalistico. Ciò che li lega ripercorrendo la loro opera è, dunque, la convinzione che il procedimento artistico sia insegnabile attraverso l’educazione. Insegnare la creatività, infatti, deve diventare una questione di democrazia. Temi riproposti oggi nella mostra Tra Munari e Rodari, un’iniziativa voluta dal Comitato promotore per le celebrazioni dell’Anno Rodariano istituito da Biblioteche di Roma. Un progetto, in collaborazione con Corraini Edizioni, che vuole essere un omaggio a questi due grandi artisti e celebrare il loro incontro non soltanto intellettuale, ma anche umano.

La mostra, a ingresso gratuito, si terrà dal prossimo 16 giugno al 24 ottobre 2020 presso il Palazzo delle Esposizioni della Capitale dalle 10 alle 20, da martedì a domenica. Dieci pannelli raccontano con poesia e immediatezza i punti di contatto tra Munari e Rodari, un binomio fatto di fantasia, creatività, dal piacere dell’inventare, caratteristiche che fanno di questi personaggi delle perle rare del panorama artistico del Novecento italiano che hanno punto le nostre supponenti certezze, lasciando ferite non rimarginabili.

Un bambino che impara che il cielo non è sempre e solo blu è un bambino che probabilmente in futuro saprà trovare più soluzioni creative a un problema, che sarà più pronto a discutere e a non subire. – Bruno Munari

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