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Morte e malattia, tabù di una società che ci spinge al mito dell’invulnerabilità

Martina Benedetti di Martina Benedetti
17 Febbraio 2023
in Rubriche
Tempo di lettura: 3 minuti
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Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? A partire dalla destra dell’osservatore, in basso, un bambino piccolo gioca sull’erba. All’estremità opposta della tela una donna molto anziana, seduta e raccolta, ha le mani strette intorno al volto e gli occhi chiusi, è prossima alla dipartita.

Nascita e morte. L’opera, una delle mie preferite, rappresenta infatti le diverse età della vita con le relative condizioni esistenziali da esse espresse. Paul Gauguin permane molti anni in Polinesia proprio per ricercare la vita semplice e la vera autenticità.

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Premetto che questo articolo non parlerà di arte, in quanto sono lontana da avere competenze in materia se non per mera passione personale, ma di vita e di morte con le quali convivo ogni giorno, nel mio lavoro, assieme a malattia e a cura.

Quello che in particolare mi colpisce, nei riguardi del dipinto, è la rappresentazione di fanciullezza e vecchiaia nello stesso spazio. Il contesto sociale è molto lontano da quello di gran parte del mondo globalizzato, alle porte del 2023, molto lontano da noi. Accade raramente, infatti, che al giorno d’oggi un bambino possa convivere con il decadimento o la morte di un terzo tra le mura domestiche e, conseguentemente, fare propria questa esperienza accettandola come parte integrante della vita. Malattia e morte diventano tabù e non se ne parla mai abbastanza.

Le mura delle strutture sanitarie sono, sempre più spesso, testimoni del decadimento e della fine di molti anziani, giunti al capolinea. Il sociologo inglese Geoffrey Gorer, nell’articolo The Pornography od Death, mostra come la morte, nel XX secolo, abbia sostituito il sesso quale principale divieto analizzando le differenze tra la società di epoca vittoriana, dove della morte si faceva esperienza quotidiana (soprattutto quella naturale), e la società inglese del primo Novecento.

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Ce lo chiediamo spesso, nella vita, ma ognuno trova le proprie risposte sul senso dell’esistenza, del provenire e dell’andare. Non mi sento, certamente, di decretare quale sia la scelta migliore tra le varie opzioni che religione, filosofia e scienza ci offrono. Il libero arbitrio ci permette di farlo in modo indipendente.

L’uomo, durante la vita, si interroga costantemente sulla morte ma non ne parla, o almeno, non abbastanza. La malattia è una condizione che avvicina l’uomo alla morte ed entra prepotentemente nella vita delle persone, sconvolgendole. Assistiamo, sempre più di frequente, alla necessità di ascoltare o di raccontare esperienze di malattia e questo si chiama, in termini ufficiali, medicina narrativa.

Il potere della condivisione, molte volte, non basta a evitare l’exitus e se per l’uomo è già difficile accettare la morte naturale pensiamo a quanto sia ostico farlo con la malattia.

Ci sono dei momenti storici che piombano addosso alla collettività, spingendo maggiormente a riflettere su vita, morte e malattia. Ne abbiamo vissuto uno, proprio alle porte del Natale 2022, ed è stato quello della perdita, a soli 53 anni, di Siniša Mihajlović, affetto da una forma acuta di leucemia dal 2019. Migliaia di persone nel mondo, in quei giorni, penso si siano poste gli interrogativi del titolo del quadro di Gauguin.

Abbiamo letto moltissime metafore tra malattia e guerra. Ci siamo abituati a questo linguaggio anche durante la pandemia. Parole come battaglia, vincitore, nemico, eroe diventano frequenti nella narrazione sanitaria. A mio parere servono per dare una connotazione più reale a un qualcosa che l’uomo non riesce a spiegarsi. Perché mi ammalo? Perché proprio io?, domande le cui risposte, molto spesso, non riescono a far parte del mondo fenomenico e così il corpo diviene il campo di battaglia e la malattia il nemico da sconfiggere.

Proprio Sinisa Mihajlovic disse: «Nessuno deve vergognarsi di essere malato o di piangere. L’importante è non avere rimpianti e non perdere mai la voglia di vivere e di combattere». Amo queste parole poiché chi è affetto da malattia (anche mentale) combatte, sempre, ma non perde.

Morire, infatti, non significa perdere e se imparassimo ad accettare la morte come fase naturale della vita, forse, potremmo capirlo meglio. Non è facile ma è indispensabile. Se poi, proprio vogliamo aggirare la morte, forse un sistema esiste e si chiama potere del ricordo. Attraverso il ricordo, possiamo sopravvivere in eterno e Siniša Mihajlović è riuscito sicuramente in questo.

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