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Carta del Merito: e la cultura è una gara

Noemi De Luca di Noemi De Luca
24 Febbraio 2024
in Attualità
Tempo di lettura: 6 minuti
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18App viene sostituita e migliorata introducendo due nuove misure, separate ma cumulabili: la Carta Cultura Giovani e la Carta del Merito. Sui social, il Presidente Meloni annuncia il definitivo restyling di App18, il bonus che permetteva ai diciottenni italiani di investire nella loro cultura. È in nottata che arriva il via libera della Commissione di Bilancio sulle due nuove “carte” previste: la prima riguarda un bonus per i diciottenni le cui famiglie hanno un ISEE non superiore a 35.000 euro, e l’altra prevede un bonus di 500 euro per chi conseguirà il diploma di istruzione secondaria superiore con una votazione di 100 centesimi.

Sui giornali viene già sbandierato un raddoppiamento dei bonus rispetto ad App18, dato che i 500 euro delle due carte sono cumulabili e uno stesso studente potrebbe arrivare ad ottenere 1000 euro. Ma la matematica non è un’opinione: i fondi stanziati scendono da 230 milioni a 190 milioni e vengono ridistribuiti in maniera molto differente. Infatti, anche se le cifre cumulabili sono più alte, tantissimi studenti saranno esclusi da un bonus che inizialmente era universale.

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Partiamo dalla Carta Cultura Giovani, erogata per tutti i diciottenni legati a nuclei familiari con un ISEE non superiore a 35.000 euro. Si tratta della previsione più condivisibile: a scuola hanno un peggior rendimento e rischiano maggiormente di abbandonare gli studi gli studenti provenienti da contesti familiari, culturali e sociali più fragili. C’è un filo rosso che lega le condizioni socioeconomiche svantaggiate alla povertà culturale, e un bonus che incoraggia la spesa proprio in libri, spettacoli o concerti è utile. La cultura oggi non è accessibile, ma sempre più costosa ed elitaria e chi non ha potere d’acquisto ne risulta escluso.

Il problema è che questo non basta. Le situazioni di fragilità delle famiglie italiane sono strutturali e complesse, nulla che un estemporaneo bonus di compleanno possa risolvere. La Carta Cultura Giovani non convince perché annunciata nelle stesse ore in cui la morsa sul reddito di cittadinanza si va stringendo e, per quanto resti una buona iniziativa, appare quasi una presa in giro. Se l’obiettivo è quello di promuovere la cultura tra i giovani più fragili, ha senso allungare loro una paghetta mentre si sfila un sostegno fondamentale alle famiglie?

Ci sono dati fondamentali che testimoniano l’importanza assunta dal reddito di cittadinanza per evitare a circa un milione di famiglie di finire sotto la soglia della povertà assoluta. Ed è questa condizione, quella in cui sempre più italiani si trovano, a decretare quell’isolamento sociale e culturale che un libro in più sullo scaffale non potrà mai colmare. Vogliamo il pane e le rose: riforme sociali strutturali in grado di agire sulle fasce svantaggiate e incentivi culturali ben coordinati con i settori di riferimento. Uno stridore che diventa ancora più forte se guardiamo alla seconda previsione della manovra.

Si chiama Carta del Merito e prevede un bonus di 500 euro per chi ottiene il cento alla maturità. È il gran ritorno della parola merito, che ormai ci viene propinata in tutte le salse: tra i nomi dei ministeri, nei discorsi dei nostri neoparlamentari, nei profili social dei docenti. Ora fa la sua comparsa perfino tra gli incentivi culturali: è chiaro che secondo questo governo i meritevoli, coloro che hanno ottenuto risultati accademici eccellenti, sono una priorità del mondo scolastico. È fondamentale ricompensarli per il duro lavoro.

I premi di questo gioco scolastico sono i più disparati: una laurea, un posto di lavoro e da oggi anche un ricco bonus di 500 euro. Manca solo Gerry Scotti a fare le domande agli esami di Stato e a decretare chi si aggiudicherà il montepremi. Le punizioni, così come i premi, riportano il mondo scuola a una gara, a una competizione per decretare chi sia lo studente più intelligente, più obbediente, più produttivo. E la produttività è tutto: dimostra, sin dall’adolescenza, chi sarà un adulto efficiente e in grado di creare profitto. Bene, quindi, selezionare i migliori da subito e investirci su.

Chi ottiene il massimo dei voti ha diritto alla lettura, all’intrattenimento, perché saprà mettere tutte quelle esperienze a frutto. Che senso ha regalare un libro a un ragazzo troppo stupido per capirlo? O a uno che, dopotutto, non è portato per un lavoro intellettuale? Perché spingere un ragazzo mediocre a dilettarsi con spettacoli e concerti, quando tutto ciò che dovrebbe fare è restare a casa a studiare per migliorarsi? L’investimento culturale ha senso quando ripaga e dà strumenti in più alla classe dirigente del domani.

La retorica dell’eccellenza, della competizione e del merito risponde a una concezione della scuola fortemente selettiva: un’istituzione che serve a distinguere chi vale e chi no, a filtrare il grano buono dalla malerba. La competizione e classificazione del mondo adulto e universitario si anticipa sempre di più, prende piede anche nelle classi di adolescenti. Peccato che in una fascia così delicata d’età la parola chiave debba essere inclusione, non merito: tutti i minori andrebbero messi nelle condizioni di imparare e crearsi una propria cultura, senza separazioni tra efficienti e falliti.

Ci sarà però chi storcerà il naso: perché una scuola meritocratica non può anche essere inclusiva? Un bonus di ben 500 euro non potrebbe incoraggiare i ragazzi svogliati a dare del proprio meglio? Secondo questa visione, i giovani verranno attratti come mosche dal miele del bonus e scopriranno una nuova attrattiva dello studio. Un’attrattiva che però non è generata dalla passione, dalla curiosità o dall’entusiasmo trasmesso dai docenti, ma semplicemente da un bel mucchietto di regalini.

La cultura non sarà che merce e lo studio non un qualcosa che arricchisce intellettivamente, ma economicamente. E in questa corsa al montepremi si delineeranno vincitori e vinti. Ci saranno studenti che daranno il loro meglio, ma che non riusciranno a tagliare il traguardo. Magari prenderanno novanta e per un pelo non verranno considerati abbastanza. Oppure non riusciranno proprio a uscire dalla fascia della mediocrità, nonostante gli sforzi. Perché siamo certi che il risultato accademico sia determinato solo dall’impegno?

Gli educatori insistono nel fondere l’istruzione con la certificazione, scriveva Ivan Illich. Tendiamo a spezzettare l’apprendimento in “materie” disconnesse tra loro, in piccoli mattoncini prefabbricati che andranno a costruire il curriculum di uno studente, certificabile perché rispetta gli standard ministeriali. Ma se l’intelligenza di qualcuno sfugge a questi criteri preimpostati? Se la sua creatività, sveltezza o immaginazione non è quantificabile dalle etichette numeriche a cui siamo tanto abituati? Non ci importa di quel ragazzo solo perché non riesce a strizzarsi e rimpicciolirsi per rientrare nella slot che gli è stata assegnata?

E, poi, se dietro quel ragazzo non meritevole ci fossero ulteriori problemi? Sappiamo che i giovani con i voti più bassi sono anche quelli che vivono condizioni sociali e familiari complesse. Una famiglia benestante non è necessariamente una famiglia stabile: il cento alla maturità è legato anche all’avere una casa amorevole e accogliente in cui studiare, dove nessuno grida o fa volare piatti. Per non parlare della salute mentale: come credete che potrà sentirsi un ragazzo schiacciato dall’ansia o dalla depressione, quando capirà di non essere degno del mondo della cultura?

Sono infinite le variabili che comportano un risultato perfetto. Ma se ne siamo consapevoli, e destiniamo perfino un piccolo bonus a chi vive un’instabilità economica, perché insistiamo con il concetto illusorio di merito? Non è abbastanza chiaro che di eccellenza non si può parlare se c’è chi deve faticare il triplo per ottenere gli stessi risultati dei suoi compagni? E perché inseriamo un incentivo che creerà solo ulteriore frustrazione e rabbia in chi non ce la fa, soprattutto in una fase delicata e complessa come quella adolescenziale?

La scuola universale doveva essere in grado di separare il futuro di un alunno dal suo presente, di dare a tutti le stesse possibilità di farcela. Invece, ha solo catalogato gli studenti in un sistema internazionale di caste. Per cambiare questo paradigma, le nostre istituzioni hanno bisogno di ascoltare docenti, pedagoghi, psicologi e formatori che sanno come si motiva e coinvolge uno studente. Altrimenti, continueremo a creare misure in apparenza innocue, ma che avranno un impatto deleterio su tutte le nuove generazioni.

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