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Michelangelo, il maestro dall’animo inquieto

Francesca Testa di Francesca Testa
7 Marzo 2018
in Lapis
Tempo di lettura: 4 minuti
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Michelangelo Buonarroti, nato a Caprese il 6 marzo 1475, fu la personalità dominante, il “nume” tutelare dell’arte del Cinquecento. Sicuramente la figura più rappresentativa, non soltanto perché praticò le tre arti, ma anche per il suo lunghissimo percorso stilistico che dalle ultime esperienze del Quattrocento, attraverso la fase classicistica e la Maniera, giunse poi alle soglie della crisi di fine secolo. Sempre fedele alla sua visione estremamente personale e al suo linguaggio originale, il maestro concentrò i suoi sforzi verso l’auto-superamento, alla ricerca e alla conquista di un ideale di perfezione formale che, al contrario di Raffaello, sentì di non raggiungere mai appieno.

Proprio da questo nacquero il dramma spirituale, il tormento legato alla creazione, l’ansia, la fatica morale e materiale, il numero – relativamente – limitato di opere e il peso di una produzione che lo pongono tutt’oggi in antitesi con l’equilibrio e la compiutezza della fecondità di Raffaello.

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Anche se nelle sue opere si riflettono lo spirito, la cultura e le passioni del secolo, Michelangelo è da considerarsi al di fuori del Rinascimento. Una persona poco socievole, un lavoratore accanito ed estremamente solitario, non mondano e trascurato nell’aspetto, profondamente religioso: l’opposto dell’uomo ideale di questa età. Buonarroti fu il primo a fare dell’arte uno strumento di espressione individuale.

I suoi inizi furono nella pittura, dove gli bastò un anno di apprendistato nella bottega di Domenico e Davide del Ghirlandaio, nel 1488, esercitandosi nel disegno copiando Giotto e Masaccio, per scoprire la sua naturale tendenza all’evidenza plastica delle forme. Anche alla scuola di scultura gli fu sufficiente un anno soltanto per dimostrare il suo un grande talento, all’età di quindici anni. Nel 1490, quindi, Lorenzo de’ Medici lo accolse e lo introdusse nella sua dotta cerchia di artisti e letterati, dove Michelangelo costruì una solida base culturale, facendo sue quelle dottrine dell’Umanesimo platonico cui si ispirò in seguito la concezione della bellezza corporea intesa come riflesso della bellezza interiore, ovvero dell’anima. A questo breve, ma felice periodo, appartengono le sue prime sculture: i rilievi della Madonna della Scala e della Battaglia dei Centauri.

Gli anni successivi furono più difficili. L’artista, infatti, si spostò molto, tornando alla casa paterna, per poi recarsi a Venezia e a Bologna dove portò a termine altri incarichi. Tuttavia, fu a Roma, nel 1499, che lo scultore creò un’opera diversa, la Pietà della Basilica di San Pietro che segnò l’abbandono della tematica classicistica. Il grande maestro sentì profondamente la bellezza della natura e del mondo materiale e ne studiò le leggi e l’armonia. Una bellezza che sentì presto come un riflesso di quella interiore che lo convinse verso la sua imperfezione e la sua insufficienza nella rappresentazione dell’arte.

Prima grande vittoria nel perseguimento del suo ideale artistico fu certamente la statua colossale del David, nella quale vi è la perfetta corrispondenza tra il tema eroico e di alto significato morale e la forma assolutamente classica e possente che rende il giovane un vero e proprio Ercole. Questa mescolanza di personaggi biblici e della mitologia classica rappresentò una delle caratteristiche salienti della tematica di Bonarroti.

Nel 1511 Michelangelo venne mandato a Roma per un lavoro davvero difficile: si trattava della decorazione della volta della Cappella Sistina, che portò a compimento nel giro di quattro anni superando grandi difficoltà dettate dall’altezza delle impalcature e dalla sua scarsa esperienza nell’ambito della pittura a fresco. La decorazione ha come tema generale la storia dell’umanità prima dell’arrivo di Cristo ed è composta da soggetti sacri e allegorici, storie e personaggi inquadrati in finte membrature architettoniche che suddividono la volta in riquadri. Una composizione assai complessa soprattutto per la sua ricerca di un effetto generale plastico.

Buonarroti fu anche incaricato di grandiose opere di architettura per la città di Firenze, tra cui ricordiamo la Cappella Medicea e la Biblioteca Laurenziana. Al termine di questi lavori, nel 1534, Michelangelo si trasferì definitivamente a Roma con un nuovo incarico: affrescare l’intera parete d’altare della Cappella Sistina con il Giudizio Finale. Una commissione che suscitò parecchie critiche sia per la forma che per il contenuto dell’opera realizzata. Non vi è rispetto della prospettiva e delle proporzioni, la composizione è basata su contrapposizioni di gruppi isolati di figure in posture difficili, complesse. Tutti caratteri, questi, che rispecchiano un profondo cambiamento d’animo dell’artista, riflettendo un suo rinnovato spirito di religiosità. La materia venne, infatti, avvertita dal maestro quale un peso insostenibile, un male contro cui combattere, sensazione che, di conseguenza, lo condusse verso un distacco dalla natura, grande fonte di ispirazione dell’arte rinascimentale.

La sua ultima opera, in ordine di tempo, fu la Pietà Rondanini, iniziata nel 1555 e alla quale Michelangelo lavorò ancora pochi giorni prima della sua morte. Questo gruppo scultoreo illustra perfettamente quanto il maestro si stesse consumando, quanto fosse grande il suo travaglio creativo. Un artista chiuso ormai in se stesso che tentò di esprimere il proprio dramma interiore in forme prive di oggettività razionale e che sembrano, oggi, riportare indietro il tempo, allo spiritualismo gotico.

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