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Meglio una vera repressione che un’ambigua libertà

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
29 Marzo 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 5 minuti
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Si protenderanno fino a Pasqua e, in molti casi, anche oltre le restrizioni previste dal Governo Draghi, in particolar modo per le regioni d’Italia in regime di zona rossa. Le misure di contenimento del contagio per COVID-19 impattano, ormai, da oltre un anno sulla vita delle persone e la luce in fondo al tunnel – già tante volte annunciata dalle istituzioni – si scorge ancora troppo lontana. 

Complici una campagna vaccinale non all’altezza delle premesse e la combinazione di menefreghismo da parte di una fetta della popolazione, unita all’inefficienza dei controlli delle forze dell’ordine, le limitazioni imposte al nostro stile di vita non possono ancora subire gli attesi allentamenti.

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A oltre un anno dal primo lockdown varato in diretta nazionale dall’ex Premier Giuseppe Conte, è fuori di ogni dubbio che il restringimento dei confini imposto alla popolazione – sia per quanto riguarda i limiti geografici entro i quali è consentito spostarsi, sia per ciò che impatta sul tenore della quotidianità di ognuno, ormai drasticamente compromesso – suona come un provvedimento oltremodo repressivo e tremendamente equivoco.

Meglio una vera repressione che un’ambigua libertà. Quello che vuol essere un titolo ovviamente provocatorio è, in realtà, il riassunto delle raccomandazioni diramate già lo scorso autunno dal CTS, preoccupato dalle imminenti ondate di contagio e, successivamente, dall’incidenza delle varianti sul contrasto alle ospedalizzazioni. Non vi era giorno, infatti, che i consiglieri del Governo Conte non sottolineassero la necessità di un lockdown totale per contenere l’avanzata del virus. La politica, sorda alle suddette sollecitazioni ma sensibile agli ordini di Confindustria, seguitava sulla sua strada fatta di mezze manovre e finta vigilanza.

Così abbiamo imparato a ridipingere la cartina geografica del nostro Paese e ad adattarci alle possibilità che ci venivano concesse a settimane alterne: alcune volte tendenti a una normalità – seppur ridimensionata – tutto sommato accettabile (in zona gialla), altre specchio del regime stretto di quarantena vissuto lo scorso marzo-aprile, con le sole attività essenziali rimaste aperte e gli sconfinamenti cittadini banditi (in zona rossa).

Il bollettino della Protezione Civile che, ogni giorno, giunge puntuale a contare i casi di positività al COVID e le centinaia di nuovi decessi, tuttavia, disegna il quadro di una situazione tutt’altro che rassicurante. Il sistema voluto dal governo giallorosso e adottato da Draghi non si è dimostrato efficace, dunque, viene da chiedersi: l’accanimento sulla libertà personale dei cittadini è giustificato? C’è ancora ragione per chiudere in casa le persone?

Lungi dall’essere scambiati per apertisti indiscriminati al pari dei vari Salvini e Meloni – che cavalcano il malcontento generale a scopi propagandistici e nulla più – non vogliamo neppure accettare ciecamente l’imposizione di un’ambigua libertà. Interrogarsi e fare domande è lecito, rivendicare i propri diritti è un dovere.

A leggere i dati quotidiani e, ancor più, a essere spettatori di una giornata qualunque di vita cittadina, è chiaro che l’unico fattore incidente sulle restrizioni vigenti è, di fatto, il buonsenso di chi sente il dovere di rispettarle. Per quanti hanno rinunciato al proprio stile di vita, a ogni forma di socialità, talvolta persino a un’ora d’aria con i bambini nei parchi, altrettanti imperversano nel menefreghismo. Così – senza troppa contestazione da parte degli organi preposti al controllo – chi aggira le misure di contenimento gode dei sacrifici di chi le accetta in nome del senso civico, del dovere comune.

Ma per quanto ancora il buonsenso di pochi potrà determinare la linea di galleggiamento tra il limbo e l’oblio? Tra le attuali 500 vittime giornaliere e i 3mila del Brasile? Per quanto ancora le istituzioni potranno farvi affidamento e, nel frattempo, lavarsi le mani di fronte alle proprie responsabilità? 

Perché non c’è più da indorare la pillola, questa classe politica ha fallito su tutta la linea e, anzi, ha ampiamente dimostrato di avere a cuore esclusivamente il proprio tornaconto. Chi scrive si rende conto da sé di sfiorare il qualunquismo nelle dichiarazioni appena messe nero su bianco, ma è difficile non fare di tutta l’erba un fascio quando, in piena pandemia, e nel frattempo che a milioni di persone venivano richieste inumani rinunce, i partiti trovavano persino il tempo di rimescolare la maggioranza al fine di spartirsi i soldi dell’UE per la ripartenza, bloccando la macchina amministrativa e rallentando la campagna vaccinale già traballante.

Certificata anche del recente intervento del giudice Alessandra Del Corvo – che ha definito addirittura non illegale dichiarare il falso nelle autocertificazioni e autorizzando, di fatto, chiunque a condurre la vita che vuole – questa logorante condizione di autodeterminazione altro non genera che frustrazione in chi vede negli altri la libertà che egli stesso si nega, senza che nessuno intervenga. Se a questo si aggiungono, poi, i negozi che fino a ieri non si dicevano in grado neppure di digitare l’importo esatto dei nostri acquisti sui registratori di cassa per gli scontrini, oggi scopertisi abili commercianti votati all’e-commerce con la serranda tirata giù per metà, allora la sensazione di sentirsi in balia di un’ingiustizia senza pari si amplifica oltre ogni livello di sopportazione.

È un virus colto – ha manifestato l’attore Antonio Rezza a Propaganda Live – si diffonde al cinema o teatro, ma altrove no. È un virus per ricchi, aggiungiamo noi, per chi può godere di case col terrazzo o il giardino, di seconde abitazioni in cui trasferirsi per sopportare la quarantena cullato dalle onde del mare, per chi può spostarsi all’estero per lavoro, mentre chi un lavoro nemmeno ce l’ha è costretto a spazi talvolta drasticamente ridotti, dove convivere in tanti, quindi anche più a rischio per un eventuale contagio.

Questa ambigua libertà, oltre a non aver evitato a oltre 100mila persone di morire – accettate da chiunque con una una naturalezza disarmante, come un prezzo dovuto – sta, a tutti gli effetti, distruggendo l’economia di chi già viveva in stato di difficolta, con i poveri mai così tanti e senza contare i danni psicologici e relazionali con cui già facciamo i conti, anche se ne ignoriamo i sintomi.

Allora – senza passare dalla parte dei negazionisti – rispettando le misure di prevenzione sanitarie a cui siamo ormai abituati (mascherina e distanziamento), perché non consentire piccoli gesti di una vita che sente il bisogno di tornare nomale? Spostarsi verso il Comune confinante, portare un bambino a giocare al parco, passeggiare di fianco a un amico raccontandosi della propria giornata, rischierebbe davvero di peggiorare la situazione sanitaria al punto da dover ricorrere a un inevitabile lockdown?

In tal caso, come annunciato dal titolo: meglio una vera repressione che una ambigua libertà. Il diritto a una ritrovata vita sociale non può più aspettare.

Prec.

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