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Marte: scoprire lo spazio ci rende più piccoli

Spazio. Ultima frontiera. Nell’immaginario collettivo, lo spazio è una sfida per i limiti dell’umanità, ma anche una fonte inesauribile di segreti da scoprire. La sua esplorazione è sempre stata mitizzata, protagonista di innumerevoli narrazioni che hanno trovato successo in decenni e secoli differenti, rendendo le missioni spaziali un modo per misurare, allo stesso tempo, la grandezza e la piccolezza umana. Ma, proprio a causa dell’epicità che aleggia intorno alla scoperta dello spazio, troppo spesso le missioni sono controverso oggetto di critiche.

Ha appassionato tutto il mondo la notizia dell’atterraggio della sonda Perseverance su Marte. Sette mesi di viaggio, sette minuti di interminabile buio quando, durante il decollo, le comunicazioni si sono interrotte, poi un’esplosione di gioia nell’apprendere che tutto era andato bene e Perseverance era pronta a iniziare il suo lavoro. La sonda della NASA è stata inviata su Marte con l’obiettivo di esplorare il suolo e raccogliere campioni di terreno che, un giorno, saranno portati sulla Terra per essere analizzati. Lo scopo è quello di comprendere se ci sia mai stata qualche forma di vita sul pianeta rosso. E se questo, nell’immaginario comune, significa gironzolare sul terreno sabbioso alla ricerca di qualche verde marziano, nella meno fantascientifica realtà significa trovare tracce di microorganismi che possano aver abitato quelle terre in passato. Proprio per questo motivo, per l’atterraggio si è scelto un punto particolarmente impervio, il cratere Jezero, poiché si suppone che alcuni miliardi di anni fa fosse il delta di un fiume e, dunque, l’ambiente più adatto a ospitare la vita.

L’esplorazione dello spazio è sede di numerose scoperte per l’uomo, scoperte necessarie per migliorare la vita sulla Terra. Troppo spesso, però, le missioni spaziali sono criticate da una parte dell’opinione pubblica a causa degli ingenti costi che comportano, e non mancano commenti che invitano a indirizzare quegli investimenti a cause più utili, ai problemi che ci sono sulla Terra. In verità, le missioni spaziali sono state fondamentali per costruire la vita che conosciamo oggi. Il solo utilizzo di internet o dei telefoni cellulari non sarebbe possibile senza i numerosi satelliti che orbitano intorno al nostro pianeta. Tuttavia, queste scoperte sono solo piccoli dettagli se paragonati a cosa abbia effettivamente significato per l’uomo scoprire ed esplorare il cosmo.

È sin da quando abbiamo iniziato a contemplare l’idea di esplorare ciò che c’è al di là dell’atmosfera che le missioni spaziali hanno cominciato ad appassionarci. Prima che Neil Armstrong percorresse il grande passo per l’umanità, le missioni spaziali, i dialoghi con gli alieni e la velocità di curvatura erano già realtà per tutti gli appassionati di fantascienza, che vedevano quei progressi come tangibili.

L’idea che l’uomo superi i propri limiti è vecchia quanto il mondo e, in effetti, grazie all’ingegno e alle tecnologie che riesce a produrre, l’umanità sfida e vince se stessa ogni giorno. Non le sono spuntate le ali, ma ha imparato a volare, non sa controllare lo spazio-tempo, ma riesce comunque a rendere i ricordi immortali. Insomma, sfidare i nostri limiti ed esplorare è probabilmente ciò che sappiamo fare meglio, ma l’esterno non è sempre stato la nostra fonte di curiosità primaria. Per secoli, all’uomo è importato solo di se stesso, convinto di essere al centro dell’universo.

Le scoperte scientifiche e, soprattutto, quelle astronomiche non sono state fondamentali solo per accrescere la nostra conoscenza, ma, più di tutto, per ridimensionarci. Quando l’antropocentrismo regnava in ogni dove, un tentativo di convincere che il sole, le stelle e tutti gli astri del firmamento non girassero riverenti intorno alla Terra doveva necessariamente apparire fallimentare, per quanto fosse oltraggioso e scandaloso affermare che l’umanità non fosse poi così importante per l’universo. Lo sapeva bene, quanto fosse difficile convincerne qualcuno, Galilei, che provò ad azzardare l’ipotesi che fosse la Terra a ruotare attorno alla sua stella e non viceversa.

Certo, con il passaggio all’eliocentrismo persisteva ancora una sorta di arroganza umana a credere che almeno il nostro sistema solare fosse l’unico dell’universo e il suo indiscutibile centro. Ma, con questo fondamentale passaggio, non è cambiato solo il nostro modo di vederci nello spazio: anche il nostro ruolo nel mondo. Riassestare la prospettiva spaziale ci è servito per capire che l’umanità non regna sulla natura, che non può controllarla e, a lungo andare, ci ha insegnato che non può usufruirne a suo totale piacimento.

Giungere a queste consapevolezze è fondamentale oggi più che mai, ora che lo sfruttamento e l’abuso delle risorse naturali stanno minacciando la nostra stessa sopravvivenza. Le nostre azioni non scalfiranno l’universo, non causeranno il famigerato Big Crunch – l’ipotesi secondo cui all’esplosione del Big Bang seguirà una contrazione che farà collassare l’universo su se stesso – perché l’uomo non ha questo potere. Mentre la natura, invece, sta dimostrando di averne a sufficienza per scacciarlo via se le sue azioni non cambiano direzione.

Riuscire a scoprire l’esistenza, anche passata, di una qualunque forma di vita su Marte o su un altro pianeta, aiuterebbe a rendere ancora meno unica la considerazione che abbiamo della nostra esistenza. Certo, non si va alla ricerca di esseri viventi superiori con tecnologie avanzate pronti a raggiungerci sul nostro pianeta, né di strane creature da analizzare e con cui interagire. Le domande che si pongono sono se mai un altro pianeta sia stato in grado di ospitare la vita e che tipo di vita possa essere esistita in quelle condizioni. Potrebbe comportare scoperte sorprendenti e, certamente, essere un ulteriore passo verso l’evoluzione. Ma vedere l’esistenza della vita su un altro pianeta, di una vita diversa da quella che conosciamo, probabilmente ci renderebbe anche molto più consapevoli delle nostre dimensioni e del nostro peso nell’universo.

Lo spazio ha sempre rappresentato una sfida. Era un limite quando lo si poteva solo osservare a occhio nudo dalla Terra, è diventato una risorsa quando si è potuto percorrerlo. Ma di tutte le scoperte che può regalarci, la più preziosa è la prospettiva: quella che ci insegna a ridimensionarci.

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