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Attualità

Marche: ostacolare l’aborto per sostenere la natalità

Di tutte le battaglie che al patriarcato piace combattere per ostacolare i diritti delle donne, pare che quella contro l’aborto sia l’indiscussa favorita. L’ormai superata equazione donna uguale madre non sembra voler abbandonare le menti di quei sostenitori della vita e della famiglia che fanno di tutto per strappare la libertà dalle mani di chi l’ha faticosamente sfiorata solo di recente, dopo secoli di ostinata e soffocante oppressione. Quella dell’interruzione volontaria di gravidanza è, infatti, una questione sempreverde, che torna periodicamente a scandalizzare per le parole pronunciate dall’inopportuno politico di turno o per il nuovo degradante provvedimento. Questa volta, è la Regione Marche a fare la drammatica mossa, accompagnata da numerosi altri eventi che chiariscono quanto ancora oggi le donne non abbiano alcun potere sui propri corpi.

Nei giorni appena trascorsi, in Polonia è entrata in vigore la norma che vieta l’aborto anche in caso di malformazione del feto. La legge nei confronti dell’IVG ha scatenato numerose proteste nel corso di questi mesi, indignando la comunità internazionale per la sempre più limitata libertà delle donne, che hanno visto l’eliminazione, una dopo l’altra, di tutte le condizioni alle quali l’aborto dovrebbe essere consentito. Ma mentre ci stupiamo dell’insensibilità al progresso o ai diritti civili e umani che i nostri vicini sembrano avere, in casa nostra non accade niente di poi tanto diverso.

La Regione Marche ha appena rifiutato di seguire le linee guida nazionali riguardo la somministrazione della RU486. Secondo quanto raccomandato dal Ministero della Salute, la pillola abortiva può essere somministrata nei consultori familiari e senza ricovero in ospedale, in modo da agevolare l’accesso all’IVG a tutte le donne, senza comportare costi in termini economici, professionali o di privacy. A Carlo Ciccioli, però, queste condizioni non piacciono affatto. In una stonata accozzaglia di razzismo, nazionalismo e sessismo, il capogruppo di Fratelli d’Italia ha messo maldestramente insieme un discorso contro l’ormai inutile e retrograda battaglia a favore dell’aborto. E, paradossalmente, non è stato il concetto espresso a scandalizzare di più, quanto invece le surreali argomentazioni utilizzate a sostegno della sua tesi.

Per giustificare la sottrazione del diritto di disporre del proprio corpo, infatti, si è osato sostenere la necessità di difendere la natalità. Con questa irrazionale dichiarazione dall’eco fascista, degna delle più crudeli narrazioni distopiche, il Consiglio Regionale ha assistito a una spaventosa dissertazione su quanto in Italia non si facciano più figli con il rischio di essere sostituiti da altre etnie e che, dunque, la battaglia da fare oggi non è quella all’aborto, ma quella a sostegno della natalità. A quanto pare, il calo delle nascite spaventa i nostri premurosi politici a tal punto da arricchire le loro sentenze del terrore con riferimenti al pericolo dell’estinzione della potente razza italiana… Accantonata, dunque, la morale religiosa – ma spesso anche laica, essenzialmente bigotta – che paragonava l’aborto all’omicidio, allo sterminio, addirittura al genocidio, si è passati ad assecondare falsi sentimenti nazionalisti pur di giustificare il patriarcale bisogno di privare le donne di ogni libertà, pur di relegarle all’unica funzione che compete loro.

Se il calo delle nascite li spaventa tanto, allora, abbiamo qualche proposta per aiutarli a rimediare. Nel nostro Paese, la genitorialità non è tutelata in modo paritario: finché i congedi di maternità e paternità avranno un peso tanto diverso in termini economici e temporali, gli uomini saranno sempre preferiti professionalmente alle donne. Finché sarà necessario fare una scelta tra carriera e maternità, ci sarà sempre il rischio che qualche donna scelga di non fare figli, soprattutto se la scelta riguarderà sempre solo le madri e mai i padri. E finché i lavori di cura saranno automaticamente affidati alle donne senza alcun tentativo di modificare le leggi, i sostegni, gli assetti culturali, nulla cambierà. Se oggi le donne vogliono indipendenza e libertà, non è provando a negarle che faranno più figli: proviamo a riconoscerle, a tutelarle, proviamo addirittura ad accettare che non tutte le donne devono necessariamente essere madri, e magari qualcosa cambierà. In fondo, sarebbe facile rimediare al calo delle nascite se solo si abolissero questi ostacoli alla parità.

Invece, pur di non accordare alle donne i loro diritti, si è disposti ad affermare neanche troppo implicitamente che l’unico modo per sfuggire all’ombra della falce che pende sulla testa degli italiani sia porre fine alla battaglia contro l’aborto. Pur di avere più nascite, si è disposti a mettere al mondo figli indesiderati, a forzare le donne a condurre gravidanze che non vogliono e che magari non possono neanche mantenersi. Anche senza condurre analisi troppo approfondite sull’origine di tali parole, appare abbastanza chiaro che un’argomentazione di questo tipo sia troppo ridicola per essere reale. Ma, a quanto pare, si è evidentemente disposti a tutto, a sostenere qualunque infondata sciocchezza, pur di giustificare il reale, deplorevole intento di simili affermazioni. Quello che sottrae i diritti alle donne, che le relega in casa tra figli e fornelli, per lasciare che del virile denaro se ne occupino solo gli uomini, per fare in modo che siano liberi e autonomi e che le donne finiscano sempre e comunque per dipendere da loro, quindi in loro potere.

Nulla di strano, in fin dei conti, nulla che sia nuovo o mai sentito prima. È più o meno questa la considerazione che si è avuta delle donne nel corso della storia ed è a questi retrogradi concetti che si aggrappano ancora i figli del patriarcato quando la conquista dei diritti inizia a spaventarli. Solo l’esistenza di queste argomentazioni largamente sostenute ogni giorno dovrebbe dimostrare quanto la parità non sia mai stata realmente sfiorata. Tuttavia, sotto la superficie, c’è di più. Le parole pronunciate sul diritto all’aborto non sono solo surreali e insensate, sono anche spaventose. Per quanto possa essere una semplice giustificazione, sostenere che pur di tutelare la natalità si è disposti a forzare le donne ad avere figli indesiderati è una dichiarazione degna delle più spaventose distopie, con la quale si afferma senza vergogna di considerare le donne come bestie da macello, il cui ruolo è ridotto a quello di incubatrici umane, esseri privati della volontà, utili solo a procreare.

E la facilità con cui si pronunciano certe parole non va presa sotto gamba. Essa è segno di quanto, quelli che prima erano solo pensieri spaventosi, sempre esistiti ma almeno non legittimati, ora si inizia ad affermarli pubblicamente senza alcun timore. Se avere un’opinione del genere non fa più paura, se non la si tiene più nascosta, significa che sta tornando accettabile. Significa che stiamo tornando indietro, velocemente e spaventosamente, ai tempi in cui era legittimo negare alle donne l’accesso alle soddisfazioni professionali o all’indipendenza economica. Non significa che la parità non è mai stata completa, è molto più di questo: significa che quello che abbiamo conquistato, iniziamo a perderlo.

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