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“Madri e no”: quanto una donna è libera di scegliere?

Tra le donne della nostra età la prima cosa che una vuole sapere di un’altra è se ha figli e, nel caso non li abbia, se ha intenzione di farli. È come una guerra civile: tu da che parte stai?

L’estratto di Sheila Heti che Flavia Gasperetti sceglie per introdurre quello che sarà il quesito intorno al quale ruota la sua intera riflessione ne è, forse, la sintesi migliore. Madri e no, uscito quest’estate per Marsilio, è infatti un lungo discorrere sulla donna, sulla consapevolezza di sé e del proprio corpo, sull’inevitabile, quanto insopportabile peso di quella che Rebecca Solnit definisce la madre di tutte le domande, compiere la scelta.

Arriva sempre, nella vita di una donna, il momento in cui le tocca chiedersi, perché le sarà chiesto, quale ruolo intende interpretare nel suo futuro più prossimo: la risposta, la sola che la società si aspetta, è la mamma. Al contrario, sorpreso da una sovversione che definisce innaturale, il meccanismo preimpostato smette di funzionare e si accartoccia pericolosamente su se stesso. L’incombenza della scelta diventa, quindi, l’incombere della scelta, l’ansia iniettataci sin da piccole su un tempo che scorre inesorabile e senza sconti, un tempo destinato a esaurirsi nel ticchettio delle lancette che ne segnano la fine, a quando la stagione della riflessione cederà il passo a quella del pentimento, a quando cambierai idea e sarà troppo tardi.

È inevitabile, e spesso impercettibile, varcare la labile soglia che porta ognuna di noi dall’essere una che non ha ancora un figlio a una che non ne ha avuti. A molte, scrive l’autrice, succede senza vera coscienza. Ad altre, come a lei che vi si appresta, succede con convinzione. Ed è di tutte, delle madri, delle madri mancate e delle nullipare per scelta, che Flavia Gasperetti scrive. Delle donne, certo, ma non per le donne, non solo. Il saggio parla, infatti, a un pubblico ampio, a chiunque imbracci il pregiudizio perché ne è vittima e a chi ancora non ha una voce abbastanza forte da riuscire a imporsi. A chi quelle frasi le dice o se le sente dire.

Il tuo orologio biologico sta ticchettando.

Quando avrai un figlio sarà tutto diverso.

Non sei un vero adulto finché non hai un figlio.

Quale donna non desidera un bambino?

Dimenticherai i dolori del parto.

I bambini sono il nostro futuro.

È da egoisti!

Cambierai idea.

A ognuno di questi costrutti antichi e patriarcali, Gasperetti tenta di dare risposta, smontandoli, in un’analisi meticolosa e coerente. Da dichiarata ma non bieca femminista, il suo è un lavoro volto alla decostruzione eppure privo di stupida furia demolitrice: l’intento è unire, non dividere, le donne con i figli e quelle che non ne hanno. Gli uomini, che se ne sentono estranei. L’invito è a pensare seriamente a un modello societario nuovo dove nulliparità non è disvalore sociale, individualismo, sciopero riproduttivocontro cosa combattiamo?. È la possibilità di inventare modi diversi di esistere nel mondo. A sostenerla, tra gli altri, Shulamith Firestone, Donna Haraway, Adrienne Rich, bell hooks, pensatrici e teoriche che l’autrice invita a riscoprire con spirito critico, partecipe di un pensiero contemporaneo che non può prescindere: le nostre risposte non sono quelle che avremmo dato in altre epoche, quando la contraccezione quasi non esisteva, quando credevamo in un dio che ci avrebbe condannati se la ricerca del piacere non avesse trovato un riscatto nella procreazione; quando avere dei figli poteva rappresentare un apporto all’economia familiare e non un investimento enorme fatto per ragioni soprattutto sentimentali. Le nostre risposte non sono le stesse perché noi siamo cambiati. Noi senza figli e voi che ne avete. Siamo cambiati insieme.

A non cambiare, invece, è stata la pressione sociale che tuttora grava sulle donne, quel concetto di orologio biologico che, spiega Gasperetti, altro non è che una metafora. A dare al termine il significato che conosciamo, infatti, è stato Richard Cohen in un articolo dedicato alle giovani in carriera pubblicato sul Washington Post nel 1978. Per la prima volta, il giornalista ha parlato pubblicamente di una scadenza, di quel momento in cui le aspirazioni cedono alla natura perché una donna è, e resta, pur sempre una donna, quindi una potenziale madre. Da allora, e in particolare negli anni Ottanta, quelli che Susan Faludi definisce gli anni del contrattacco, l’espressione è entrata a far parte del nostro linguaggio quotidiano come uno stigma, un carico di responsabilità che è definizione della donna stessa.

La donna che non ha un figlio la si guarda con la stessa antipatia e disapprovazione di un uomo che non ha un lavoro, ripete Sheila Heti e Flavia Gasperetti con lei. Non abbiamo l’abitudine di pensare alla paternità come qualcosa che completa un uomo, sono ben altre le basi della sua interezza. Ed è sempre stato così. Non a caso, Simone de Beauvoir parlava di sentimento e non di istinto materno, il motore primo del sacrificio femminile, un modo per ricordarci che, volente o nolente, per natura una donna è e deve essere madre. I dati, invece, ci raccontano una storia diversa, un presente in cui il 45% delle donne attualmente in età riproduttiva è nulliparo. I motivi sono diversi, su tutti la costruzione di un habitat sfavorevole alle madri anche, e forse soprattutto, in quei Paesi che dichiarano di dare priorità alla maternità.

Donne e bambini condividono, infatti, la stessa oppressione. Le prime costantemente sull’orlo del fallimento, i secondi feticizzati ma mai al centro di progetti politici concreti. Chi vive in Italia, tra la follia Pillon e il Fertility Day, sa bene di cosa parliamo. E sa bene quanto diventare genitori sia, per le generazioni di oggi, tracciare una linea, valicare il confine che rende adulti. Al contrario, chi non è genitore è eternamente figlio, un immaturo, un non-adulto, un adultescente. Se donna, un’incompleta. Quella che un tempo avrebbero chiamato isterica, strega, suicida della razza, è oggi laboriosa zitella. Nella contrapposizione uomo-donna, però, Gasperetti non si abbandona al facile estremismo femminista, non le interessa. Anzi, al contrario di molte, condanna il rischio di creazione di un altro cyborg, di un’altra donna ideale. Non le interessa la lotta, le interessa l’amore in ogni sua forma, l’amore come parametro di un futuro che, ancor prima che di figli, ha bisogno di parentele, direbbe Donna Haraway, di sentimento, diremmo noi.

Bellissime, a tal proposito, le riflessioni sulla genitorialità diffusa, sull’adozione e, in chiave intimista, sulle famiglie allargate, quelle in cui si è spesso soltanto la fidanzata di papà o terzo genitore. Senza sentimentalismo, Gasperetti racconta di sé e coinvolge. Piene di sentimento, invece, sono le pagine dedicate alla sua infanzia, al rapporto che Flavia – viene difficile, in questi momenti, guardare a lei soltanto come autrice – ha avuto con sua madre. Un legame nel quale chiede di non cercare risposta alla sua scelta, ma di cui è impossibile non sentirsi partecipi.

In un excursus che non tralascia nulla, dall’evoluzione delle nullipare nell’immaginario socio-culturale al mito di Medea, dalla procreazione come unico scopo all’antinatalismo – che, secondo l’autrice, è uno dei pochi ambiti nel quale la scelta di procreare non è articolata come una questione esclusivamente femminile, quindi frivola –, Flavia Gasperetti ripercorre tutte le tappe della genitorialità e del dolore, dal parto alla helicopter parenting, la genitorialità tossica, abbattendo tabù che sembrano bestemmie e, invece, sono semplicemente umani. Perché se del pentimento di chi non ha figli si parla, addirittura lo si pronostica, è una condanna, il pentimento di chi ha figli resta e deve restare segreto, anche quando significa insoddisfazione e violenza, quindi fallimento dell’intera società.

In un mondo, perlopiù occidentale, che investe sull’industria della fertilità – un mercato da ben 25 miliardi di dollari – senza investire sulla maternità e, ancor prima, sulle donne in quanto tali e non mere macchine da riproduzione, una voce come quella di Flavia Gasperetti si rivela quindi necessaria, fondamentale per guardare all’io e all’altro in una prospettiva completamente nuova, più matura, meno azienda e più famiglia. Più comunità. Che, poi, è la prima forma di amore.

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