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Il Fatto

M5S: il referendum come anticamera di una democrazia da cancellare

«Non credo più in una forma di rappresentanza parlamentare, ma credo nella democrazia diretta fatta dai cittadini attraverso i referendum».

«Il ruolo centrale del Parlamento si sta esaurendo e in futuro è possibile che non sarà più necessario».

A pronunciare queste frasi ad appena quarantott’ore dal risultato referendario non sono stati né Mario Rossi né Gennaro Esposito in un’appassionata discussione al bar a Milano o Napoli, ma il fondatore del M5S e colui che ne ha ereditato la proprietà il quale, nel corso di un’intervista rilasciata al giornale di Belpietro, ha anche sostenuto che la democrazia diretta è già una realtà grazie a Rousseau. Una dichiarazione che va oltre ogni più elementare ipocrisia se si tiene conto della punta massima di partecipazione al voto sulla piattaforma di circa 79mila utenti nel 2013 con un MoVimento forte del consenso di sedici milioni di elettori.

Affermazioni certamente non casuali, quelle dalla cabina di regia del M5S, che in qualche modo potrebbero chiarire l’ennesima giravolta di colui che ne è stato a lungo il capo politico, lo stesso Luigi Di Maio che appena quattro anni fa dichiarava la propria contrarietà al taglio dei parlamentari. Un cambio di rotta che non risulta frutto né di un largo confronto né di una massiccia votazione sulla piattaforma, bensì una di quelle tante sospette metamorfosi troppo superficialmente attribuite alla sola volontà del Ministro degli Esteri.

Che le avanzate tecnologie possano in futuro consentire una partecipazione più attiva e immediata dei cittadini relativamente a referendum confermativi o propositivi è auspicabile e da non escludere, ma parlare di superamento della democrazia rappresentativa è agganciarsi, di fatto, al Berlusconi-pensiero che nel 2009 sostenne con forza che il Parlamento è inutile. Il premier deve avere più poteri. Appare, dunque, come un vero e proprio disegno eversivo dei due guru genovesi detentori di un’idea di democrazia molto vicina al movimentismo ideologico dai connotati piuttosto preoccupanti che attraversa da tempo il nostro Paese, l’Europa e gran parte dell’Occidente.

Il taglio della rappresentanza per una maggiore efficienza e riduzione dei costi del Parlamento è quanto di più pretestuoso e falso si possa sostenere, obiettivi che sarebbe stato possibile raggiungere mediante una regolamentazione più rigorosa della vita parlamentare, adeguando i compensi alla media europea e all’effettiva presenza e partecipazione sia alle sedute delle commissioni che a quelle in aula, operazione che non avrebbe avuto la stessa risonanza mediatica e che non avrebbe anticipato i tempi di attuazione di una strategia tesa al graduale svilimento della funzione del Parlamento di cui le dichiarazioni sopra riportate sono la prova più evidente.

Quali i rapporti tra la Casaleggio, che appare sempre più come una vera e propria direzione di fatto, e il MoVimento in quanto a scelte, vita parlamentare e azione di governo? Ritengo sia lecito chiedersi se la presenza in aula dei Cinque Stelle sia condizionata o meno da scelte che vanno oltre i gruppi di Camera e Senato e dello stesso capo politico o, non ultimo, da una società privata. La confusione tra le varie anime dei vertici del MoVimento e il distacco tra questi e i rappresentati in Parlamento appare sempre più evidente tra fughe ed espulsioni facendo presagire ulteriori possibili fratture e rese dei conti a fine legislatura.

La scontata vittoria referendaria è riuscita a nascondere l’ennesimo calo dei consensi di una forza che già alle recenti Europee aveva registrato la perdita di circa sei milioni di voti rispetto alle Politiche del 2018, anche grazie a quell’alleanza perversa con la Lega di Matteo Salvini che ha segnato uno dei momenti più nefasti della vita politica del nostro Paese. Come per incanto, e a ogni occasione di solenni sconfitte, anche stavolta è apparso l’ex parlamentare Di Battista, tenuto in panchina per essere messo in campo in caso di una prevedibile tempesta. Una scelta che suona come una strategia aziendale applicata a un partito che non conosce cosa sia un congresso, un consiglio nazionale, un’assemblea che discuta e definisca mosse e linea politica con un confronto che non sia frutto di scelte esclusivamente verticistiche. È solo questione di mancanza di democrazia interna o di strutture organizzative volutamente inesistenti rispondenti a un modello più aziendale che politico?

Sarà Alessandro Di Battista l’asso nella manica per risollevare il MoVimento o è realmente l’anima critica tenutasi in disparte per non aver condiviso le giravolte di Luigi Di Maio, caso quasi unico di responsabile politico dalle continue auto-assoluzioni nonostante le clamorose sconfitte elettorali? Domande a cui dovrebbero dare una risposta i militanti, gli elettori che in verità non sembrano per niente interessati alle dinamiche interne se non alla conquista di quei risultati carichi di un populismo stupido e dannoso che anche inconsapevolmente mina le fondamenta dell’assetto democratico senza risolvere quelle che sono le reali anomalie del funzionamento del sistema parlamentare che necessita, come detto, più di regole che di stravolgimenti pericolosi e, peggio, se rientranti nella strategia di una società e del suo fondatore.

Il MoVimento 5 Stelle ha rappresentato per quella parte migrante di elettorato una speranza, un carico di aspettative, seppur comprensibile, per l’inesistenza di una destra democratica e per l’assenza di una sinistra rivelatasi invece autodistruttiva, inerme alla cancellazione delle tante conquiste e affatto in grado di ricompattarsi, accontentandosi, come da noi sostenuto più volte, dei decimali. Un movimento che, proprio grazie a decisioni verticistiche, ha offerto su un vassoio d’argento un cospicuo pacchetto di voti alla peggiore destra che, nonostante gli errori, ha saputo con furbizia trattenere buona parte di quel consenso capitalizzandolo.

Un corpo senza scheletro, telecomandato, quello della formazione politica del cambiamento, capace di intercettare la pancia di parte degli italiani dal ’94 in cerca di un’alternativa, ma incapace di riformare radicalmente il Paese. Un’alternativa diventata furbescamente sistema ereditato da esponenti di una destra sempre più a destra in grado di incarnare meglio d’altri quel populismo cui non interessano le vere riforme delle quali l’Italia ha bisogno ma soltanto quelle azioni propagandistiche che producono consenso e al quale, purtroppo, il corpo senza scheletro in cui molti hanno riposto speranza presta il fianco, inadatto a indicare un futuro e una prospettiva di effettiva ripresa di un Paese da tempo in agonia al quale la pandemia rischia di dare il colpo di grazia.

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