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“L’ufficiale e la spia”: il rigore di Polanski al servizio della Storia

Claudio Gargano di Claudio Gargano
6 Luglio 2021
in Cinema
Tempo di lettura: 5 minuti
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Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano: Con questo esergo si concludeva Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, inarrivabile e definitivo apologo cinematografico sul potere del mai troppo citato Elio Petri nel quale un commissario di polizia – Gian Maria Volonté nella sua interpretazione più leggendaria –, un servo della legge appunto, si permetteva di commettere un omicidio per scoprire quanto le maglie dello Stato tenessero e fino a che punto la sua impunità restasse tale. Anche nella vicenda Dreyfus, raccontata nel nuovo rigorosissimo film di Polanski – vincitore del Gran Premio della Giuria all’ultimo Festival di Venezia –, abbiamo molti servitori dello Stato che sfuggono deliberatamente al giudizio umano e che, con il loro iniquo operato, precipitano un innocente in una spirale kafkiana.

Per chi non conoscesse i fatti realmente accaduti in Francia tra il 1894 e il 1906 eccone una breve sintesi: il capitano dell’esercito francese di origine ebraica, Alfred Dreyfus – interpretato nel film da un intenso Louis Garrel –, fu accusato di alto tradimento per aver inviato un dispaccio con informazioni militari riservate ai tedeschi e fu condannato alla degradazione con infamia – momento rievocato con dettagliata precisione nell’intenso incipit del film – e alla deportazione di 10 anni, in isolamento, su uno scoglio solitario chiamato l’Isola del Diavolo, di fronte alla sede del bagno penale della Cayenne, nella Guyana francese (Sud America), dove venivano deportati gli indesiderabili – stesso teatro delle vicende di Papillon. Grazie all’operato del colonnello dei servizi segreti Georges Piquart, che scoprì per pura coincidenza il vero traditore autore del dispaccio – definito poi borderò –, la verità venne a galla. La lotta per affermare tale verità, però, fu lunga ed estenuante.

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Contrastare la macchina dello Stato che difendeva se stessa e il proprio operato agli occhi dell’opinione pubblica non fu cosa facile. Anche lo scrittore Émile Zola intervenne nel dibattito politico con un famoso articolo pubblicato su L’Aurore e intitolato emblematicamente J’accuse! – tra l’altro titolo originale della pellicola di Polanski – in cui faceva nomi e cognomi degli alti ufficiali dell’esercito che, non solo avevano accusato Dreyfus su basi puramente indiziarie ma, saputa la verità sulla sua innocenza, avevano insabbiato le prove. Nell’articolo si faceva riferimento al clima di antisemitismo che era montato in Francia dopo la perdita dell’Alsazia a favore della Germania e che vedeva negli ebrei un facile capro espiatorio. Tale clima portò i germi che esplosero poi nelle tragedie del secolo successivo. Lo stesso Zola fu punito con un anno di carcere per l’articolo considerato diffamante e anche la carriera di Piquart subì un arresto, in tutti i sensi.

È proprio dal punto di vista di Piquart che viene raccontato il film, basato sul romanzo di Robert Harris e sceneggiato dallo stesso scrittore insieme con Polanski. Il protagonista – interpretato dal sempre bravissimo Jean Dujardin – non è un eroe e infatti la pellicola non tace sulle sue antipatie verso gli ebrei ma, nonostante i suoi sentimenti, persegue comunque la verità in nome di un sentimento di giustizia che evidentemente lo anima. E forse anche, secondo i suoi detrattori, nel nome di un arrivismo politico che lo spingeva ad agire per prendere il posto di qualcuno delle alte sfere che sarebbe caduto se l’affare Dreyfus fosse stato portato alla luce.

Comunque si voglia intendere la personalità di Piquart, questa nuova opera di Polanski ci mostra efficacemente come la macchina dello Stato sappia diventare implacabile nel triturare le esistenze degli individui allo scopo di legittimare e difendere il proprio operato, in un Paese, come la Francia di fine Ottocento, che si riteneva altamente democratico. Non solo, il film diventa anche un’accusa attualissima alla macchina del fango, gettato in pasto ai media grazie alle manovre dei servizi segreti che servirono ad aizzare l’odio antisemitico del popolo nei confronti di Dreyfus, visto come il rappresentante di una razza di privilegiati, accumulatori di soldi e detentori di un potere occulto. Nulla di diverso dalla fabbrica di fake news che è diventata oggi la rete e il mondo dei media in generale.

Il regista polacco rende tutto questo con uno stile asciutto, rigoroso, senza virtuosismi registici o svirgolate d’autore, ma mettendosi totalmente al servizio della storia e, in questo caso, della Storia. La cifra d’autore si vede invece nelle accurate ricostruzioni d’epoca che non sono puri calligrafismi ma diventano invece dettagli connotativi che veicolano ben altro che il solo perfezionismo nel riprodurre un’epoca. La sede dei servizi segreti di cui diviene capo il colonnello Piquart all’inizio della vicenda è polverosa e sporca, la finestra dell’ufficio del colonnello addirittura non si apre e l’aria è perennemente stantia. Come stantii, lugubri e polverosi sono quegli imponenti meccanismi del potere che stritolano lentamente le persone. Come vetusto e polveroso, ma comunque inesorabile, è quello stesso potere che opprime invece di mettersi al servizio di coloro che gli hanno affidato un mandato.

L’avvicinamento di Piquart alla verità è spiraliforme e passa attraverso l’analisi di documenti strappati e scrupolosamente ricostruiti nonché di analisi grafologiche. La ricostruzione scenografica de L’ufficiale e la spia diventa così anche ricostruzione filologica di una mole incredibile di carte e documenti che lastricheranno un irto sentiero, fatto di confronti calligrafici, scritture minute e depistaggi a opera anche di esperti in materia, che condurrà dritti al cuore della vicenda.

Il clima politico claustrofobico in cui si muove Piquart, ben rappresentato dalle scenografie opprimenti, si traduce fisicamente nell’implacabile ricostruzione dell’isolamento di Dreyfus sull’Isola del Diavolo. Qui il prigioniero viene addirittura messo ai ceppi la sera quando va a dormire. Ritorna così una cifra tematica e stilistica dell’autore che del clima claustrofobico come metafora di poteri oppressivi ha fatto dei marchi d’autore: dai più recenti e politici L’uomo nell’ombra (2010) e La morte e la fanciulla (1994), fino ai primi ossessivi e magnifici lavori, Il coltello nell’acqua (1962) e Repulsion (1965), passando per un film epocale come Rosemary’s baby (1968) e per il cult visionario L’inquilino del terzo piano (1976). Così anche i giochi al massacro in spazi ristretti come in Carnage (2011) e Venere in pelliccia (2013) e l’odissea del Pianista (2002) fanno parte di un percorso filmico anch’esso spiraliforme, alla ricerca di una chiave di volta che possa fornire un’uscita dagli infernali meccanismi psicologici, storici e antropologici esplorati nell’arco di una carriera lunga 60 anni. Polanski rientra di diritto nel novero degli autori che meglio hanno saputo tradurre in immagini la claustrofobia psicologica che opprime la vita dell’individuo schiacciato da meccanismi più grandi di lui.

È molto emblematico che proprio in questi giorni in Francia, a seguito di nuove accuse di stupro risalenti a 44 anni fa e fuoriuscite soltanto oggi, la première del film è stata bloccata da una manifestazione e molti media hanno subito rimbalzato la notizia delle nuove accuse. Tale boicottaggio mediatico non ha però impedito agli spettatori di riempire le sale e infatti il film, uscito lunedì, ha già totalizzato 400mila spettatori. Dopo le polemiche di Venezia, J’accuse torna a far discutere ed è paradossale, nonché kafkiano, che il meccanismo del fango torni a colpire, guarda caso in Francia, proprio l’autore di un film che ne descrive efficacemente le derive oppressive.

In conclusione, L’ufficiale e la spia rimarrà certamente negli anni a venire come uno spietato e rigoroso atto d’accusa nei confronti di qualunque tipo di potere oppressivo che minaccia la libertà dell’individuo e come ricostruzione di una vergognosa vicenda che pose le basi per quell’antisemitismo che sarebbe dilagato tragicamente nel corso del Novecento e che tutt’oggi ancora riverbera tristemente nelle nostre cronache quotidiane.

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Regista, autore e montatore cinematografico, Claudio Gargano nel corso della sua attività, ha alternato lavori di regia e montaggio, riprese, scrittura, spaziando in vari campi dell’audiovisivo. Ha scritto, diretto e montato cortometraggi auto-prodotti, selezionati e proiettati in numerosi festival e sulle emittenti televisive nazionali La 7 e Coming Soon, nonché un docu-film sulla Napoli esoterica, ancora in post-produzione. Ha ideato e realizzato lavori di video-arte tra cui la Video-installazione “Le 14 stazioni di Cristo” proiettato su 14 schermi nel colonnato di Piazza del Plebiscito a Napoli nel periodo della Pasqua 2016. Scrive recensioni cinematografiche, racconti e sceneggiature. Ha pubblicato sul periodico bimestrale a tiratura nazionale “Tutto digitale” (n. 67 Aprile 2011 e n. 68 Giugno 2011) gli articoli “Diario di un backstage” parte 1 e 2 sull’esperienza da regista di Backstage sui set cinematografici e il saggio “Jung, i Police, I-ching e QUANT’altro” sul concetto della sincronicità junghiana applicata nel cinema, nella musica e in letteratura, nel volume collettivo “Delle coincidenze” edito da “Ad est dell’Equatore” nel 2012. Ha realizzato Backstage cinematografici su set di film prodotti da RAI Cinema come “Tris di donne & abiti nuziali” con Sergio Castellitto, ha curato il backstage ufficiale del “Napoli Film Festival” (Edizioni 2009/10/11) dove ha potuto intervistare numerosi personaggi della cinematografia mondiale (Ennio Morricone, Jonathan Demme, Paolo Sorrentino, Matt Dillon). E’ stato operatore video per il casting della prima serie di Gomorra, sotto la direzione di Stefano Sollima e Laura Muccino. Nella sua attività realizza video aziendali, spot, documentari, trailer promozionali, video-montaggi a tema e altro ancora.

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