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Lockdown: cosa ci dicono davvero le proteste USA

La scorsa settimana, gli Stati Uniti si sono risvegliati nel traffico. In Michigan, Ohio, North Carolina e Colorado, folle di persone si sono riversate in strada per protestare contro le stringenti misure di contenimento del COVID-19. Le immagini delle manifestazioni, filmate dagli stessi partecipanti con i propri smartphone e condivise tempestivamente online, sono diventate virali.

Lunghe code di macchine congestionano le arterie principali delle città, dagli abitacoli si sentono pompare canzoni patriottiche che inneggiano alla libertà e alla grandezza del popolo americano. Qualcuno si sporge dal finestrino sventolando la bandiera a stelle e strisce o la bandiera confederata sudista. Le voci dei manifestanti che parlano al proprio pubblico virtuale in diretta su Facebook vengono sopraffatte dal rombo dei motori e dall’insistenza dei clacson che feriscono le orecchie. Molti portano il berretto del MAGA, il movimento Make America Great Again, salvo poi ripetere in video che la loro non è un’operazione politica. Agitano cartelli con slogan sul diritto costituzionale di tagliarsi i capelli o raggiungere il cottage di famiglia sul lago al grido di Ecco cosa succede quando provi a togliere la libertà al popolo americano!.

Le proteste sono iniziate in Michigan sulla scia del lockdown stabilito dal Governatore democratico Gretchen Whitmer ritenuto da moltissimi cittadini, imprenditori e avversari politici ingiustamente severo. Le nuove misure per contrastare il diffondersi del virus hanno generato non poca confusione nell’applicazione pratica: il Wahington Post riporta di persone che potevano tranquillamente recarsi all’alimentari per acquistare alcolici e biglietti per la lotteria mentre i mercati ortofrutticoli e i negozi di giardinaggio erano chiusi, rendendo molto difficile reperire prodotti come frutta e verdura ma anche fertilizzanti e vernici.Il disorientamento del popolo americano era già evidente a inizio aprile, quando sono stati resi noti i dati di vendita delle armi da fuoco negli Stati Uniti. Nel mese di marzo gli americani hanno acquistato due milioni di pistole e fucili. Un numero che può ben dare la misura della paura che la crisi sanitaria e poi economica generata dal coronavirus ha suscitato nelle persone.

Con il concretizzarsi del pericolo di pandemia, tutti i Paesi colpiti dal COVID-19 hanno visto i negozi presi d’assalto e la progressiva irreperibilità di prodotti considerati indispensabili dalle persone in preda al panico. Il panic-buying dice, però, anche molto di noi e del nostro mondo, proprio perché si fonda su una reazione automatica, illogica, puramente di pancia: che insieme al cibo in scatola e alla carta igienica gli statunitensi abbiano avvertito l’impulso di comprare armi da fuoco è inquietante ma non imprevedibile. Non è la prima volta, infatti, che il popolo americano tenta di soffocare il senso d’impotenza in questo modo: il professor Thimothy Lytton, esperto nel settore, intervistato dal NYT, ha dichiarato che le persone potrebbero sviluppare ansia riguardo la propria sicurezza se gli organi dello Stato cominciano a sgretolarsi. Era successo già nel 2013, dopo la strage della scuola elementare di Sandy Hook e la restrizione di Obama alla vendita delle armi. Oggi, invece, la confusione rispetto ai provvedimenti di chiusura è degenerata con le inequivocabili dichiarazioni, rigorosamente via Twitter, di Donald Trump, il quale ha esortato i cittadini a scendere in piazza e a protestare contro il lockdown imposto dai Governatori in molti stati.

Gli Stati Uniti hanno superato gli 800mila contagi e i 40mila morti. Ma neanche l’orrore sconfinato di questa tragedia è riuscito a fermare la retorica politica. Eppure è impossibile, quando si guardano le immagini della gente accorsa in Campidoglio nei rispettivi stati, non pensare alle altre immagini – fortissime – provenienti dagli USA: le fosse comuni nel Bronx o i senzatetto abbandonati nei parcheggi di Las Vegas a distanza di sicurezza.

Da quando è cominciata la crisi legata al COVID-19, il capitalismo a stelle e strisce ha visto crollare in parte la sua facciata. Le richieste di disoccupazione sfiorano quota 22 milioni e la Federal Reserve prevede, entro la fine dell’emergenza, la perdita di 47 milioni di posti di lavoro. Le persone sono disorientate, spaventate, si stanno impoverendo rapidamente. In un clima come questo, gli slogan e le spiegazioni facili trovano terreno fertile. Così il coronavirus diventa un complotto ai danni degli onesti cittadini americani, la chiusura totale una misura eccessiva perché causa, nell’immediato, più sofferenza di quanta riesca a risparmiarne e i media che raccontano l’epidemia sono considerati faziosi, disonesti, indegni di fiducia.

Le uniche notizie che le persone giudicano attendibili sono quelle che non passano attraverso il filtro della stampa, quelle che non godono dell’approvazione di nessun esperto o vengono discusse al tavolino di un talk show. È questo il paradosso della sovraesposizione alle informazioni. I cittadini americani, spaventati per l’instabilità del domani, per il crollo dell’economia, per il cambiamento repentino delle abitudini di vita si sono riuniti in grossi gruppi Facebook (il gruppo Michiganers Against Excessive Quarantine conta più di 350mila membri) e hanno cominciato a raccontarsi a vicenda le storie che volevano sentire. Le loro storie.

I post trasudano quotidiano scontento: c’è chi ha perso il lavoro che faceva da 35 anni, chi soffre d’ansia e ha visto il proprio stato di salute mentale peggiorare da quando è iniziata la quarantena, chi ha appena comprato la macchina e non sa più come far fronte alla spesa, chi è preoccupato di non poter stare accanto ai parenti moribondi. Qualcuno azzarda che la limitazione della libertà personale è una cosa che facevano i nazisti e che il Presidente Trump non ha mai detto di voler chiudere alcunché: sono i Governatori che hanno deciso di farlo. Molti utilizzano le stesse parole che il Tycoon ripete da tempo: the cure has become the problem. La cura è diventata il problema.

È interessante cercare di comprendere, all’interno di questo fenomeno, la profondità della sfiducia delle persone nei confronti dei mezzi d’informazione tradizionale e la loro conseguente vulnerabilità a manipolazioni d’altro genere. Oggi, l’informazione che passa sui social network fa principalmente affidamento sulle immagini. Osserviamo la realtà da spettatori dietro uno schermo e tendenzialmente tendiamo a fidarci di quel che vediamo, se a mostrarcelo è qualcuno che conosciamo. Facebook e Twitter diventano i luoghi dell’informazione libera, non mediata. Le dirette, proprio perché non permettono modifiche, devono per forza raccontare la verità e dunque sono più attendibili di un servizio del telegiornale, di un articolo di fondo su un quotidiano nazionale. Le immagini, però, non sono sempre uguali a se stesse: dipendono dai punti di vista. Lo dimostra molto bene lo scatto delle proteste realizzato dal fotoreporter Joshua Bickel, chiuso nell’ufficio del Governatore dell’Ohio, l’obiettivo rivolto sulla folla imbestialita all’esterno. Da questa prospettiva, l’immagine delle festose manifestazione patriottiche per la libertà svanisce. Restano visibili solo la ferocia della paura e la disperazione.

Trump usa Twitter come uno strumento di comunicazione istituzionale e questo lo avvicina al suo elettorato, che lo ritiene autentico. L’autenticità e la verità, però, sono due cose molto diverse sebbene certa politica – anche dalle nostre parti – trovi comodo confonderle. Autentico è legato alla dimensione dell’autorialità, a ciò che uno dice di sé. La verità è un criterio più vasto: abbraccia la dimensione del reale ed è quindi definita nella molteplicità. Tra le caratteristiche del vero c’è sicuramente l’autenticità, ma essere autentico non sempre corrisponde a dire la verità.

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