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Cinema

“Bombshell. La voce dello scandalo”: il caso che anticipò il Me Too

«Tu devi adottare la mentalità di un poliziotto irlandese: il mondo è un brutto posto, sono tutti idioti e pigri, le minoranze sono criminali, il sesso perverso ma interessante. Chiediti sempre cosa spaventa mia nonna e cosa farebbe incazzare mio nonno e quella è una storia Fox. Stai prendendo appunti? Spaventa e stuzzica! Spaventa e stuzzica!»: questo il decalogo non scritto del giornalismo di Fox News nelle parole di Jess Carr (Kate McKinnon), personaggio secondario, che istruisce la nuova arrivata Kayla Pospisil (Margot Robbie) riguardo i dettami che vigono nel dietro le quinte di uno dei più importanti network di informazione degli Stati Uniti, nonché baluardo mediatico della destra più conservatrice. «È la stampa, bellezza!», annunciava nel 1952 un compiaciuto Humphrey Bogart al potente di turno mentre le rotative partivano nel classico di Richard Brooks L’ultima minaccia (in originale Deadline). Quei tempi sono ormai finiti.

Se dunque un filone tematico di Bombshell si concretizza in una divertente satira del mondo giornalistico della Fox, la vera bomba che esploderà nel film di Jay Roach sarà invece quella dello scandalo sessuale che nel 2016 travolse Roger Ailes, ex consulente politico di Nixon, Reagan e Bush Junior, nominato CEO di Fox News nel 1996, vero e proprio feudatario del network, secondo solo all’editore Rupert Murdoch.

Già distribuito nelle sale statunitensi a dicembre, Bombshell  sarebbe dovuto uscire nelle sale italiane a marzo, forte di tre candidature agli Oscar – tra cui quella di Charlize Theron come miglior attrice protagonista, Margot Robbie come non protagonista e quella, effettivamente premiata con la statuetta consegnata a Kazu Hiro, per il miglior trucco – ma l’emergenza coronavirus lo ha fatto approdare, pochi giorni fa, direttamente sulla piattaforma streaming di Amazon Prime.

Il film racconta la storia di tre donne: l’anchorwoman Gretchen Carlson, interpretata da Nicole Kidman, la collega Megyn Kelly, incarnata da un’irriconoscibile e strepitosa Charlize Theron – i cui zigomi sono stati modificati per assomigliare maggiormente alla vera Megyn – e, infine, la già citata Kayla, interpretata dalla ormai diva Margot Robbie, ultima arrivata in casa Fox e ingenua rappresentante di una famiglia conservatrice media, fan del network di Murdoch. Le prime due sono personaggi reali mentre la terza è immaginaria ma verosimile, nel senso che rappresenta una sorta di summa di persone davvero passate tra le fauci di Roger Ailes.

Quest’ultimo, vero e proprio orco che imponeva alle sue conduttrici cosa indossare e fautore delle scrivanie trasparenti per lasciar intravedere le gambe alle telecamere, fu responsabile di una sequela impressionante di molestie sessuali con le quali blandiva o minacciava le sue dipendenti, promettendo promozioni e posti di rilievo che poi effettivamente elargiva, oppure retrocedendo le loro posizioni lavorative in funzione delle mancate prestazioni. Il tutto andava avanti da molti anni finché nel luglio 2016 la Carlson, licenziata in tronco, fece causa al guru del network. Sulla sua scia si misero altre ventidue donne che denunciarono e fecero scoppiare lo scandalo, portando al – ricco – licenziamento di Ailes e al risarcimento delle vittime. Fondamentale, tra queste, fu il ruolo di Megyn, vero ago della bilancia che, essendo la star del canale, poté far pendere da un lato o dall’altro la spada di Damocle che ormai incombeva sull’anziano predatore sessuale.

Scritto dallo stesso Charles Randolph, responsabile del geniale script de La grande scommessa (diretto da Adam McKay) che nel 2015 restituì un quadro al vetriolo ma anche esilarante di un’altra bomba, e cioè quella speculativa esplosa nelle borse di tutto il mondo nel 2008, il film è diretto da Jay Roach, regista specializzato in commedie come Austin Powers e Ti presento i miei, passato poi a film più impegnati come L’ultima parola. La vera storia di Dalton Trumbo (2015), ma comunque nel solco del più puro main stream.

E, infatti, in Bombshell è possibile riconoscere due anime, una più dissacrante e dirompente, che riesce a dare caustiche stoccate ala maniera della Fox di fare giornalismo, l’altra che invece mantiene le redini di un racconto maggiormente convenzionale, che non esce dal seminato di un buon prodotto volto a esporre i fatti di quello che sarebbe diventato il primo vero scandalo sessuale, precursore del caso Weinstein che, l’anno seguente, avrebbe dato il via al movimento Me Too.

Tipico della scrittura di Randolph è lo sfondamento della cosiddetta quarta parete, ovvero quel rischioso stratagemma narrativo che permette ai personaggi di guardare in macchina e rivolgersi direttamente al pubblico. Una tecnica in cui era specializzato Woody Allen che ne fece un uso esilarante soprattutto in Io e Annie (1977). In Bombshell, invece, viene dosata e utilizzata con parsimonia, soprattutto per introdurci nel mondo Fox tramite lo sguardo disincantato di Megyn Kelly. Tale meccanismo viene poi rimpallato alle altre due protagoniste a cui, in una sorta di staffetta, verrà affidato il compito di sorreggere l’immedesimazione del pubblico con i destini dell’una o dell’altra. Destini che si sfioreranno soltanto, senza mai realmente incontrarsi. Le denunce seguenti a quelli della Carlson saranno infatti tutte raccolte in maniera anonima e non ci sarà un vero e proprio movimento con una presa di coscienza comune.

È qui, infatti, che risiede la debolezza della pellicola e cioè nel non affondare del tutto i denti nei sottili meccanismi di potere che si erano instaurati alla Fox e che sono rappresentativi di un sistema ampiamente diffuso, purtroppo, in tantissimi ambienti lavorativi. Intendiamoci, il film di Roach fa il suo dovere, è puntuale nella descrizione dei fatti ma arriva fin troppo in punta di piedi, mantenendosi in una sorta di correttezza laddove avrebbe potuto rivelare ben più di ciò che vediamo. Riguardo le scene di molestie vere e proprie, Bombshell si mantiene pudico e questo non è un male, altrimenti si sarebbe scaduti nel pruriginoso, ma anche in questo caso avrebbe potuto certamente scoperchiare e analizzare più a fondo quei processi di dominio sottesi alla storia raccontata. Nulla toglie alla denuncia, ma la stessa vicenda era stata già squadernata in maniera approfondita dalla miniserie tv del 2019 The Loudest voice con Russell Crowe nel ruolo di Alies, nella quale si seguiva la carriera del personaggio dal 1995. Bombshell racconta dunque solo la punta di un iceberg, seppur in modo accattivante e senza mai perdere il ritmo del racconto.

Il punto di forza del film sono le tre interpreti, espressione di tre differenti generazioni, sulle quali spicca Charlize Theron che riesce a rendere credibili i dubbi che assalgono Megyn Kelly riguardo l’eventuale esposizione personale conseguente a una denuncia diretta del suo capo. Suo è il personaggio che viene maggiormente approfondito, con più sfaccettature: molto verosimile il suo rimuginare riguardo i pro e i contro di un personaggio come Alies che, nel bene e nel male, ha influito sulla sua carriera così come su quella di tante. La Carlson che scatena il putiferio iniziale resta un po’ sullo sfondo. Kayla invece percorrerà un iter emblematico, da convinta sostenitrice delle direttive giornalistiche della Fox a vittima delle dinamiche interne allo stesso network.

A interpretare Ailes c’è un bravissimo e duttile veterano come John Lithgow, anche lui nascosto sotto chili di trucco prostetico, non nuovo a personaggi negativi o semplicemente ambigui: pensiamo soprattutto allo psicopatico Cain di Doppia personalità (Raising cain, 1992) di Brian De Palma, oppure al padre reazionario di Footloose. Come abbiamo già visto, alla bravissima attrice comica Kate McKinnon è affidato invece il compito di dissacrare lo stile giornalistico della Fox tramite le lezioni impartite alla novizia Kayla, anche se il suo improbabile ruolo di donna gay e progressista infiltrata tra le fila delle giornaliste di casa Murdoch per motivi alimentari è un po’ forzato. Infine, la scelta dell’iconico Malcolm McDowell di Arancia meccanica nel breve ruolo di Murdoch è provocazione pura.

I colori accesi del film ricalcano volutamente lo stile visivo aggressivo e un po’ kitsch di Fox News, mentre gli improvvisi zoom sui volti dei protagonisti nei momenti più topici – con cui Roach vuole sottolineare il taglio quasi documentaristico della pellicola – sono un po’ ridonanti nonché, al giorno d’oggi, ampiamente abusati.

In conclusione, Bombshell rientra certamente nel novero di un buon film di denuncia che però non fa scintille, circoscritto entro certi paletti senza osare. È importante per la luce che getta sugli eventi che fecero da apripista al successivo movimento Me Too e quindi può fungere da stimolo per approfondire la vicenda. Godibile, sostenuto da un buon ritmo e seducente come le sue tre interpreti, non riesce a eguagliare i grandi film della tradizione del cinema civile americano.

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