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“Le confessioni di un travestito” negli anni Cinquanta

Deborah D'Addetta di Deborah D'Addetta
19 Marzo 2024
in Billy
Tempo di lettura: 5 minuti
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I libri di WoM Edizioni mi sono sempre piaciuti, soprattutto la collana “i rosa” che si propone di pubblicare testi erotici spesso dimenticati, inediti oppure fuori catalogo. È il caso del piccolissimo libricino che vi racconto oggi, direi quasi libello, scritto da un anonimo e intitolato Le confessioni di un travestito.

Si tratta del flusso di coscienza di un uomo che, a un certo punto della vita – precisamente a quarantatré anni – decide di scrivere queste bizzarre memorie e di confessarsi. Siamo negli anni Cinquanta in Francia, l’uomo è sposato, ha figli e la smodatissima passione per la lingerie femminile, in particolare per le mutandine. Facciamo conto di star leggendo il diario di una persona e che questo diario contenga ammissioni candide ma al tempo stesso scandalose (come tutti i diari, d’altronde): si prova un po’ di vergogna, tanta ilarità, ci si domanda cosa avremmo fatto al suo posto.

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Del resto, senza pormi domande, e con infinite precauzioni, afferrai un’adorabile culotte in seta naturale rosa, ornata all’altezza delle gambe di uno squisito pizzo color ocra! Non ne avevo mai viste di così belle. Me l’infilai furtivamente in tasca e ridiscesi dopo aver preso due o tre libri a caso! Questa deliziosa culotte mi fece da “amante” durante tutto il servizio militare! Con essa ho potuto soddisfarmi più e più volte, potendola lavare in tutta facilità quando necessario. In occasione di qualche permesso rividi la mia bella cugina. Non le ho mai sentito dire nulla a proposito di quella mutanda.

L’uomo racconta la nascita di questa sua passione fin da quando era un bambino e rubava di nascosto i mutandoni della madre, la quale, intuendo le inclinazioni del figlio, tentava in tutti i modi di distoglierlo dal pensiero. Ma, come nelle migliori storie di questo tipo, certe cose non passano solamente con una ramanzina o due. Tant’è che continuerà imperterrito a trafugare capi intimi alle donne della sua famiglia fino all’età adulta e, successivamente, anche alla moglie. Incredibile ma vero, la donna acconsente e, anzi, nei primi anni di matrimonio sembra esserne complice: l’uomo è felicissimo, può finalmente smettere di nascondersi (almeno in casa) e indossare tutte le mutandine che vuole. Le indossa anche quando, nel mondo esterno, è un uomo apparentemente “convenzionale”, le infila sotto l’abito elegante gongolando nella sensazione di fare quella piccola trasgressione di cui nessuno si accorge.

Ovviamente il piacere che ne ricava non è solo mentale ma anche e soprattutto fisico: l’uomo usa l’oggetto “mutanda” come feticcio, di fatto oggi chiameremmo questa sua predisposizione a eccitarsi un vero e proprio fetish (o, a livello psichiatrico, parafilia). Attenzione però: il protagonista non ama l’intimo indossato o usato, la sua frivolezza non ha niente a che vedere con il pensiero che qualcun altro abbia infilato le mutande prima di lui. No, le sue devono essere nuove, pulite, fresche di stiratura. Al massimo si eccita al pensiero contrario, ovvero che qualcuno le indossi dopo che le ha usate lui.

Utilizzavo anche una parte del mio tempo per cambiarmi le mutandine al fine di testare i diversi effetti che esse provocavano in me, e provavo anche un grande piacere a toglierle e a rimetterle! Mi accovacciavo spesso per vedere le pieghe setose del pizzo, e il comportamento del mio sesso in quel paradiso di fru fru. Da qualche tempo ero obbligato a prendere alcune precauzioni con le mutandine di mia moglie, perché oltre a deformarle un po’, l’eccitazione nella quale mi facevano piombare, le macchiava e mia moglie cominciò a brontolare nel vedere le sue culotte rovinate. Quando ebbi terminato tutti i lavori domestici, presi cura del mio corpo, la parte bassa soprattutto, reggiseno ben imbottito, gonna ben sistemata… Misi un grembiulino bianco e le pantofole coi tacchi alti, e stetti in attesa! Quando mia moglie rincasò, ero un po’ ansioso di vedere la sua reazione, perché era la prima volta che mi avrebbe visto completamente vestito da donna!

Dopo le mutandine, la collezione del nostro divertente protagonista si allarga: canottierine, collant, gonne, scarpe con il tacco. Comincia insomma a vestirsi completamente da donna. A questo punto, però, la moglie decide che le cose si stanno facendo un po’ ridicole e proibisce al marito di insistere con la sua “fissazione”. Questo divieto, com’è ovvio, causa molta sofferenza. L’ultima parte del libricino racconta degli incontri dell’uomo con persone “come lui”: anche qui abbiamo un elemento che ritorna in storie come questa, ovvero la ricerca di una comunità affine in cui sentirsi capiti e al sicuro. Considerando che si trattava degli anni Cinquanta possiamo dedurre che le cose non furono facili. Anche parlarne era difficile, non si aveva nemmeno le terminologie giuste, tutto ciò che usciva fuori dal tracciato era visto come una perversione, una devianza.

Ora, prendendo spunto da questo testo, vorrei nominare altre storie letterarie di uomini e donne che hanno avuto la passione (o il bisogno) per il travestitismo. Uno su tutti, e anche il mio preferito: Pedro Lemebel. Esponente del camp, ha fatto dei travestimenti uno stile di vita, una bandiera politica. A differenza però del nostro anonimo (che sottolinea più volte nel testo di non essere un “invertito”), Lemebel era un uomo queer omosessuale e vestirsi a quel modo faceva di lui un esponente di spicco per tutta la comunità cilena.

Aggiungo anche un altro autore che amo molto, Mishima: nel suo caso il travestimento era rubato dalle scene del teatro kabuki e no giapponesi. In Confessioni di una maschera (eccoci con altre confessioni) l’autore descrive benissimo la sua smania di cambiare pelle, di scoprire perché lo attraggano gli uomini. Famosissimo, anche grazie al film di Tom Hopper del 2015, il libro The Danish Girl scritto nel 2000 da David Ebershoff e liberamente ispirato alle vite delle due pittrici danesi Lili Elbe e Gerda Wegener. Lili Elbe – nata uomo – è stata una delle prime persone a sottoporsi a un intervento chirurgico per la riassegnazione del genere, seconda solo a Dora Richter. Il film e il libro ci raccontano l’evoluzione del personaggio, dapprima solo interessato a indossare gli abiti della moglie, poi a cambiare completamente sesso.

Il pozzo della solitudine di Radclyffe Hall (tra l’altro in una nuova veste editoriale proprio in questi mesi per Neri Pozza) racconta invece il travestitismo opposto: una donna che finge di essere uomo. Molto simile, per stile e tematiche, Julie di Ida Amlesù. E come dimenticare, da grande fan di Tolkien, Lady Eowyin che si traveste da uomo per andare in guerra? Ovviamente la lista sarebbe infinita. Questi sono solamente spunti che mi sono venuti in mente leggendo il libro di WoM; la riflessione, potenzialmente, potrebbe non concludersi.

Vi consiglio vivamente di recuperare i testi della collana rosa della casa editrice, ci sono alcune chicche davvero splendide, come Monsieur Venus di Rachilde, I peccati della città della Pianura & altre voluttà, anche questo testo anonimo, e Teleny di Oscar Wilde.

Prec.

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