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Immuni: tra dubbi e sicurezza

Marina Finaldi di Marina Finaldi
11 Giugno 2020
in Attualità
Tempo di lettura: 5 minuti
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L’app Immuni è finalmente disponibile al download sugli store Apple e Google. Il brusio di incertezze che l’ha accompagnata dal suo concepimento, però, non si è arrestato. Ci si interroga sull’efficacia dello strumento nella prevenzione del contagio e sulla sua sicurezza nel tracciamento dei dati degli utenti. Si polemizza sulle scelte grafiche della rappresentazione di genere all’interno dell’applicazione, ma passa sotto silenzio tutta un’altra serie di non-detti che è importante esplicitare.

Immuni nasce con il compito di prevenire il diffondersi del contagio di COVID-19 attraverso il tracciamento degli individui positivi e la notifica agli utenti di essere entrati in contatto con essi, in modo da permettere l’auto-isolamento e la quarantena volontaria. I dati vengono raccolti direttamente dal Ministero della Salute e potrebbero essere destinati ad attività di ricerca scientifica. Da quando si è cominciato a parlare della possibilità di un simile strumento, durante il lockdown, il problema avvertito con maggior criticità e sollevato con veemenza è stato la tutela della privacy degli utenti, tema sensibilissimo dopo lo scandalo Cambridge Analytica che ha portato a galla il mondo sommerso dei dati che le tech company raccolgono sugli individui per poi rivenderli o usarli per i propri servizi di marketing: il nome, la provenienza, la preferenza sessuale, il conto in banca. Le nostre personalità online sono penetrabili e più fragili di quel che ci piace pensare.

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Così, mentre eravamo chiusi in casa, impossibilitati a uscire se non per fare la spesa o portare a spasso il cane, mentre l’unico modo che avevamo per vedere i nostri cari era affidarci ai colossi delle telecomunicazioni online – molti dei quali veramente carenti dal punto di vista della tutela della privacy –, la prospettiva di un’applicazione che sapesse di noi con chi ci eravamo incontrati e dove e che raccogliesse dati sul nostro stato di salute ha messo in allarme moltissime persone. Non è un caso che i nuovi movimenti complottisti come i gilet arancioni facciano leva sulla frustrazione e sui timori sperimentati in piena pandemia, prima fra tutte la perdita del controllo sulla propria libertà di movimento. La comunicazione dell’app Immuni ha dunque battuto con insistenza proprio sulla privacy e sulla trasparenza, ponendo l’accento su due aspetti precisi: l’arbitrio dell’utente e la tecnologia sicura.

La tecnologia di cui si avvale si chiama Bluetooth Low Energy, un’alternativa meno invadente del tracciamento tramite GPS, che si basa sulla prossimità dei dispositivi e sul tempo che questi ultimi trascorrono vicini l’uno all’altro. L’app non raccoglie neppure i dati anagrafici dell’utente poiché la Bluetooth Low Energy utilizzata genera dei codici alfanumerici casuali che cambiano ogni ora identificando, così, il dispositivo senza conoscere le generalità di chi lo possiede. L’utilizzo di Immuni è, almeno sulla carta, sicuro. Tuttavia, proprio le tecnologie utilizzate per lo sviluppo dell’applicazione costituiscono un primo punto debole dal punto di vista della performance.

Molti dispositivi sono, infatti, incompatibili con l’app, rendendo impossibile il download. A risultare inadatti sono gli smartphone che non montano le ultimissime versioni iOS o Android, dunque tutti quelli con versioni 2014 che non possono essere aggiornate. Anche gli smartphone Huawei e Honor vanno incontro a problemi di incompatibilità irrisolvibili, a quanto pare, senza l’intervento diretto di Google. Secondo una recente statistica, nel nostro Paese 1 su 3 dispositivi Android è Huawei. Gli Honor e i Huawei (eccezion fatta per i prodotti definiti generalmente “top di gamma”) difficilmente raggiungono prezzi proibitivi come quelli degli iPhone o dei Samsung di ultima generazione. Una prima considerazione da fare è, dunque, proprio relativa all’accessibilità dell’app Immuni. Pur venendo messa gratuitamente a disposizione di tutti, chi ha uno smartphone “vecchio” o appartenente ai marchi summenzionati  viene tagliato fuori dal tracciamento del contagio. Ancora una volta, l’accesso alla prevenzione e ai servizi che dovrebbero essere per tutti rischia di diventare una questione di possibilità economica. Ancora una volta, chi vive situazioni di disagio rischia di ritrovarsi emarginato.

Il secondo punto debole di Immuni e della sua comunicazione sta nella spontaneità all’adesione. È una ricetta per l’inefficacia, in un contesto come quello italiano, caratterizzato da appelli alla responsabilità dei singoli che però hanno poca coscienza di responsabilità collettiva, dove le uniche misure di prevenzione del contagio, a partire dalla Fase 2, sono state le paternali contro la movida del sabato sera e l’esposizione alla gogna mediatica di chi non indossa la mascherina; dove la medicina territoriale non è stata rafforzata come efficace presidio di contenimento; dove la corsa a riaprire ha spazzato via praticamente qualsiasi  proficuo dibattito sulla sicurezza (eccezion fatta per le parole “ripresa in sicurezza” che appaiono quotidianamente in ogni telegiornale e sono puntualmente smentite dalle immagini).

Una volta scaricata l’applicazione, resta comunque un altro gradino da salire: a comunicare la propria positività al virus deve essere l’utente. Non viene, però, chiarito come farà questi a venire a conoscenza del suo stato di positività. Attraverso tamponi e test sierologici le cui modalità di richiesta e applicazione variano da regione a regione nella confusione generale? Immuni non è uno strumento diagnostico. La sua efficacia è legata a una sinergia che avrebbe dovuto crearsi tra Ministero della Sanità, ospedali, laboratori d’analisi e medicina territoriale. Senza questa tessera, il puzzle del tracciamento del COVID-19 in Fase 2 e Fase 3 rimane pericolosamente incompleto.

La massiccia attenzione alla comunicazione della sicurezza dell’app entra in contrasto con la vaghezza rispetto alle misure di accertamento di positività di un utente e ai servizi messi in campo per agevolare l’auto-isolamento o, semplicemente, a cosa significhi con esattezza il raggio d’azione della tecnologia Bluetooth Low Energy e del suo rolling proximity identifier. Prossimità e vicinanza sono due concetti esposti all’interpretazione, se non delimitati da precisazioni tecniche. In fondo, l’app Immuni è un prodotto del secondo governo Conte e non sarebbe la prima volta che la ricerca del consenso dell’opinione pubblica sacrificasse sull’altare della comunicazione la chiarezza delle misure attuate.

Immuni, infine, si può inserire in un discorso più ampio: in una riflessione sul tipo di società che abitiamo. La filosofa Donna Haraway si riferisce alla nostra epoca come informatica del dominio. Al centro di questo sistema ci sono la produzione e la riproduzione dei dati, la sovraesposizione alla comunicazione e alle informazioni che perdono poco a poco di senso per generare profitto. Le immagini alienanti e orribili di cui siamo stati spettatori durante il lockdown, la narrazione della responsabilità, la scomparsa delle incombenze non strettamente legate al coronavirus dal dibattito politico e pubblico del Paese, l’ostinazione al racconto di un’Italia spettacolare unita dalla pandemia e pronta alla ripartenza sono tutte declinazioni di questo sistema.

L’informatica del dominio è legata alla concezione di biopotere di Foucault. Il biopotere si contrappone al concetto di sovranità (il potere di decidere sulla vita e sulla morte) e diventa potere che gestisce e organizza la vita biologica degli uomini in termini di produttività. Abbiamo riscontrato quanto i nostri corpi siano sottoposti al potere proprio durante la pandemia: siamo rimasti in isolamento non solo per necessità strettamente epidemiologiche (come è capitato in molti altri Paesi), ma anche perché il sistema di potere pubblico non è riuscito a garantire accesso alle cure negli ospedali e/o  attraverso la medicina di prossimità, a causa degli scellerati tagli che sono stati operati negli ultimi decenni alla Sanità Pubblica; ora esponiamo i nostri corpi al rischio di contagio perché il sistema di potere pubblico non riesce a garantire adeguato sostegno di risorse, regole, indirizzi e nuove prospettive alla pur necessaria ripresa dell’ economia.

Immuni, nonostante il nome, non assicura l’immunità. Intanto, cliccando sul tasto di download, assicura solo il persistere dell’illusione di avere il controllo sulla nostra vita e sul nostro stato di salute. Conferma, allo stesso tempo e drammaticamente, che la nostra esistenza ormai è ibrida: siamo corpo e dati. Connessi, ma irrimediabilmente distanti.

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