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“Laboratorio Favela”: l’eredità politica di Marielle Franco

Giusy Santella di Giusy Santella
22 Aprile 2021
in Billy
Tempo di lettura: 3 minuti
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Sfogliando le pagine di Laboratorio Favela – Violenza e politica a Rio De Janeiro (Tamu Edizioni) ci sembra di vedere Marielle Franco mentre grida «Io sono perché noi siamo» durante uno dei suoi tanti discorsi da consigliera comunale. La vediamo mentre difende la partecipazione delle donne nere, trans, povere che abitano le favelas e ne elogia la capacità di superare le loro condizioni oggettive e le situazioni precarie di lavoro, per trovare spazi alternativi di convivenza, spazi nel campo delle arti, dell’educazione e della politica. Ci sembra di vederla anche mentre riceve il colpo che le costerà la vita in quel fatidico 14 marzo 2018, dopo aver partecipato a un’iniziativa che ne descrive l’intera opera, Giovani nere che smuovono le strutture.

Sono passati tre anni da allora, senza poter conoscere i mandanti del suo assassinio e, mentre la situazione a Rio diventa sempre più violenta e repressiva, con continue aggressioni nei confronti delle minoranze e dei poveri, è ancora più necessario ricordare quanto costruito da Marielle Franco e il suo pensiero rivoluzionario. Da qui, l’idea di raccogliere i suoi testi, le interviste e i discorsi in Consiglio, oltre che il lavoro portato avanti con la sua tesi di laurea dal titolo UPP. La riduzione della favela a tre lettere: un’analisi della politica di sicurezza pubblica nello stato di Rio De Janeiro.

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Laboratorio-favela-Marielle-Franco

L’obiettivo di Marielle è dimostrare che le politiche di pubblica sicurezza adottate attraverso le UPP, ossia le Unità di Polizia Pacificatrice e varie forme di scontro armato e limitazioni alla vita quotidiana dei cittadini, dietro lo scopo della lotta alla droga, nascondono l’obiettivo molto più subdolo di escludere e punire le persone povere. Tali politiche, infatti, non hanno portato ad alcun cambiamento di carattere qualitativo, ma solo al consolidamento di un modello di città incentrato sul profitto privato e non sui suoi abitanti, perfettamente integrato nel progetto neoliberale.

Dunque, anziché agire sulle dinamiche sociali, si instaura uno stato penale che, approfittando del clima di insicurezza sociale, porta avanti politiche di repressione e violenza. Intanto, gli scontri rafforzano l’idea delle favelas e delle periferie come spazi di assenze e mancanze cui poter rivolgere una mera attività di tipo assistenzialista. E, invece, chi abita questi spazi ha creato varie forme di resistenza per sopperire alle mancanze dello Stato, costruendo luoghi di arte, incontri e mobilità.

Al centro del dibattito le donne, coloro che sono escluse dagli spazi pubblici, le donne nere, lesbiche, trans, le madri che perdono i loro figli negli scontri con la polizia e su cui grava il carico della famiglia senza alcun supporto dalle istituzioni. Ed è proprio da queste premesse che muovono le politiche e le iniziative di cui si fa portavoce Marielle, come abitante delle favelas ed essa stessa oggetto di continue discriminazioni. I dati ci dicono che il Brasile è ai primi posti negli indici di violenza secondo l’OMS, con più di dieci stupri e dieci donne morte al giorno.

Si afferma con forza la necessità di garantire un aborto legale per coloro i cui figli siano in pericolo e per quelle che hanno subito uno stupro per evitare che siano ancora costrette a ricorrere ad aborti clandestini che ne mettono in pericolo la vita. Ancora, si chiede allo Stato di poter lavorare e di farlo avendo un aiuto per badare ai propri figli.

L’obiettivo di Marielle è costruire una sicurezza sociale che non si basi sulle armi, ma su politiche rivolte a tutti i settori, alla salute, all’istruzione, alla cultura e alla creazione di reddito e posti di lavoro.

«Rio De Janeiro è il laboratorio del Brasile»: queste le parole pronunciate dal Generale federale Braga Netto a cui Marielle, proprio in quel fatidico 14 marzo 2018, aveva risposto negando che i ragazzi e le ragazze nere delle favelas potessero essere cavie per i modelli di sicurezza. Significa, infatti, concepire le favelas come i principali nemici pubblici anziché come spazi di arricchimento pari, se non superiori, al resto della città. È proprio lì dove l’oppressione è più forte, infatti, che nascono i modelli rivoluzionari più ingegnosi.

Lo scopo della diffusione di questi testi – perlopiù inediti in Italia – non è solo quello di ricostruire la vita di Marielle Franco, la sua formazione, l’acquisizione della consapevolezza del contesto sociale che occupava e, quindi, le sue lotte politiche, bensì affermare l’attualità di queste ultime affinché la sua morte non sia stata vana.

Ni una menos, juntas vinceremos.

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