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La lettura crolla ancora: è solo colpa del COVID?

Marina Finaldi di Marina Finaldi
27 Luglio 2020
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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Il numero di lettori continua a calare. È quanto emerge dall’indagine Cepell-AIE sulla lettura in Italia durante il periodo di lockdown. Il dato sconfortante non arriva, però, totalmente inaspettato. Già a febbraio 2020 avevamo affrontato il tema dell’accesso alla cultura nel nostro Paese a partire dalla nuova legge per la promozione della lettura. Quest’ultima era entrata in vigore proprio durante i mesi invernali, anche se l’osservatorio Cepell-AIE non fa cenno alle potenziali interazioni fra chiusura forzata e il discusso provvedimento.

A maggio scorso si è toccato il valore più basso dal 2017 (anno in cui fu attivato l’Osservatorio AIE): dall’inizio del 2020, il 15% di persone tra i 15 e i 74 anni ha letto un libro solo e, nei mesi di marzo e aprile, addirittura il 50% degli italiani non ne ha letto nemmeno uno. Le ragioni che hanno spinto i nostri connazionali in clausura a trascurare la lettura spaziano dalla mancanza di tempo e di spazi casalinghi in cui concentrarsi alla preoccupazione paralizzante per l’evolversi della pandemia. Tra quelli che hanno letto, poi, molti hanno fatto ricorso a volumi già presenti nella propria collezione domestica e agli acquisti su store online. Ulteriore mazzata per le librerie, crollate dal 74 al 20%. Persino i cosiddetti lettori forti (ricordiamo che per essere considerato lettore forte in Italia basta leggere un libro al mese) hanno comprato meno libri, con una flessione del 20% rispetto al 2019.

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Il mercato librario precipita nonostante la miriade di iniziative organizzate nel corso degli ultimi mesi da editori e librerie: consegna a domicilio dei libri, e-book messi a disposizione gratuitamente sugli store online e campagne di promozione di piccole realtà indipendenti sparse su tutto il territorio nazionale. Siamo di fronte a un fenomeno che va ben oltre la mancanza di tempo. Non è colpa dello smart working e delle riunioni su Zoom se le persone nello Stivale non leggono più. Nemmeno si può liquidare il crollo verticale dell’industria come effetto collaterale della crisi generata dal COVID-19.

Se incrociamo i dati Cepell-AIE con l’indagine straordinaria sulle famiglie italiane di Banca d’Italia dello scorso giugno e l’ultimo rapporto OCSE, scopriamo che il nostro è stato uno dei paesi più colpiti dalle ricadute economiche del COVID-19. Tra marzo e maggio le richieste di sussidio di disoccupazione sono aumentate del 40% rispetto allo stesso periodo nel 2019. Oltre la metà della popolazione ha subito una contrazione del reddito. In un caso su tre, questo si è tradotto in un’impossibilità di far fronte alle spese essenziali per più di tre mesi consecutivi. Oltre la metà degli intervistati giudica inessenziali, anche post-lockdown, le spese per i viaggi, le vacanze e l’intrattenimento culturale. I più colpiti dalla crisi sono i lavoratori autonomi, i precari, i giovani e le donne.

Diego Marani, presidente del Centro per il Libro e la Lettura, conferma: «L’abbandono della lettura da parte degli italiani è un fenomeno di società  che va affrontato a tutti i livelli. Si tratta di una tendenza che era già in atto prima della pandemia e che va contrastata con misure che incidano sui comportamenti della società nel suo insieme». Fenomeno di società vuol dire che la maggioranza delle persone guarda alla lettura e ai libri come a passatempo trascurabile e a una spesa superflua. La svalutazione della cultura in Italia è sistemica: qualcosa di difficile da contrastare con i bonus, le card e i premi “ai meritevoli”. Non si può affidare quasi esclusivamente al martoriato sistema della scuola pubblica il compito di ripristinare lo status del libro. La stessa scuola pubblica che in questo momento versa in condizioni di precarietà e confusione inaudite e che fornisce, per questo, ai nostri giovani un livello di istruzione tra i più bassi d’Europa (dati ISTAT). Sarebbe come applicare un cerotto su un taglio profondo e pretendere di fermare l’emorragia.

La pandemia ha acuito le differenze sociali e ha reso ancor più evidente che per molte persone, oggi, in Italia, la cultura è un lusso che non possono permettersi. E quello che succede nel mercato librario si riverbera anche nei teatri, nei musei, nei cinema. Prima de la Tosca di Puccini in Piazza del Plebiscito a Napoli, i lavoratori precari del settore spettacolo sono saliti sul palcoscenico. Uno di loro ha detto: «Abbiamo ricevuto 600 euro. L’equivalente di due biglietti di prima fila per lo spettacolo di stasera». Sta tutta qui, in questa frase, la ferita al cuore del patrimonio artistico e letterario italiano: la spaccatura fra i pochi che possono permettersi di pagare un biglietto 300 euro e i moltissimi che, prima di comprare un libro a prezzo pieno, devono decidere di rinunciare a qualcosa altro.

Bertolt Brecht scriveva provocatoriamente, ne L’Opera da tre soldi: Erst kommt das Fressen, dann kommt die Moral. Prima viene il pane, poi la morale. Il fatto che in Italia molti debbano scegliere tra il pane e la lettura, il fatto che per molti la lettura non sia proprio presente nell’equazione dei bisogni, è sintomo di un paese cagionevole. Un paese che fonda il proprio orgoglio nella tradizione letteraria del passato, ma rifiuta ogni serio impegno d’investimento futuro.

Prec.

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