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La cultura non c’è più, è sparita

Antonio Salzano di Antonio Salzano
21 Gennaio 2024
in AZETA di Antonio Salzano
Tempo di lettura: 4 minuti
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La cultura non c’è più, è sparita: ha esordito così, alcuni giorni fa, Roberto Vecchioni, docente e apprezzato artista, in un suo intervento tenutosi in occasione della celebrazione dei cinquant’anni dell’Università degli Studi di Bergamo. Come dargli torto? La cultura è scomparsa, non è più tra le priorità  del nostro Paese e di gran parte del mondo occidentale.

L’avvento di quello che comunemente chiamiamo populismo, il degrado morale, sociale e politico – che in Italia ha avuto il suo apice nel tragico ventennio berlusconiano durante il quale un’intera nazione è stata in parte spettatrice passiva e in maggioranza plaudente e gaudente di un teatro da avanspettacolo – ha generato come una metastasi, e non solo per la presenza ancora viva di quel tumore nell’attuale compagine governativa, che ha condizionato anche quei germi di speranza in cui molti cittadini avevano riposto la loro fiducia essendo essi stessi inevitabilmente attori del perverso processo.

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Tante volte abbiamo dato atto all’attuale Presidente del Consiglio in pectore e Ministro dell’Interno di essere stato capace in poche mosse di cavare il peggio da gran parte degli italiani, tirando fuori tutto l’odio, l’egoismo, l’intolleranza e il razzismo possibili, operazione semplice in una massa dove le parole cultura, conoscenza, rispetto, tolleranza e accoglienza, perlopiù già sconosciute, sono alimentate con insistenza dai seminatori di disprezzo, calatisi dalla Padania alla conquista della Roma ladrona e di quel Sud puzzolente da qualche decennio.

Sparita. La cultura sparita e fatta a pezzi dai nuovi barbari del nostro tempo – sia chiaro, non mi riferisco solo a quei figuranti delle adunate sul Po tra corazze, elmi e forconi da armata Brancaleone che meritano un discorso a parte giusto per fare quattro risate –, volutamente tali e strategicamente funzionali a ciò che la gente, non tutta fortunatamente, desidera che la società sia. Mi chiedo dove siano finiti quegli intellettuali nella concezione più aristotelica del termine che, purtroppo, si esprimono di rado, con voci solitarie e in sparuti miseri appelli contro installazioni provvisorie o di quattro grate per prese d’aria di una metropolitana. Possibile che la loro classe non avverta il clima di sofferenza di una società sempre più mediocre e accecata da un odio che dovrebbe pur destare qualche preoccupazione per il presente e il futuro?

Scuola, università, ricerca, settori di primaria importanza costantemente mortificati e sviliti da politiche approssimative a opera di una classe dirigente che ignora i fondamentali e che, in un crescendo, sottrae risorse ritenendoli secondari e non essenziali per la costruzione di un nuovo modello di società al fine di un cambiamento che sia effettivo e non a chiacchiere. Politiche passate dal con la cultura non si mangia di tremontiana memoria ai quattro sassi inutili di Pompei del grande pensatore e governatore leghista del Veneto Luca Zaia, per giungere poi a un’istruzione su basi regionali anticamera di una secessione di fatto favorita dal governo in carica. Possibile che non ci sia stata mai una rivolta degli intellettuali nei confronti di cotanta ignoranza?

Silenti e ritirati in buon ordine per non dar fastidio al manovratore, proprio il contrario di ciò che dovrebbero esprimere, nel timore di perdere posizioni e privilegi conquistati nei tempi di vacche grasse, escono dal letargo quando l’obiettivo è gradito al padrone di turno e funzionale a conquistare posizioni di privilegio o per puro spirito di avversione nei confronti di chi ha spezzato il gioco perverso dei favoritismi personali o per amici degli amici. Voci solitarie che gridano nel deserto ma che sporadicamente illuminano la speranza anche se solo attraverso un’intervista – come accaduto qualche sera fa con lo scrittore Andrea Camilleri – o qualche intervento, come nel caso di Roberto Saviano, nei confronti del quale, pur esprimendo molte riserve, ho apprezzato l’averci messo la faccia senza nascondersi e senza mutismo di convenienza, come pure alcune prese di posizione di Erri De Luca, pagando anche lui sul piano  personale.

Faccia sentire alta la voce la classe intellettuale – che all’occorrenza seppur per altre finalità si è mostrata unita – a difesa dei diritti, in particolare dei più deboli, contro ogni forma di discriminazione e tentativo di riproposizione di modelli tragicamente e ampiamente sperimentati, esiga una stagione di riforme vere, radicali che favoriscano il lavoro, la giustizia giusta e rapida, il sistema carcerario degno di un Paese civile, politiche a favore dei giovani che a migliaia ogni anno abbandonano questo Stivale, politiche migratorie serie e concrete che rispettino la dignità delle persone.

Come uscire da questo degrado e da un tale arretramento di una società non più a misura d’uomo, senza provvedimenti capaci di disegnare un futuro per le nuove generazioni e garantire un minimo di serenità alla nostra? È questa la domanda alla quale uomini e donne di cultura devono dare una risposta, uscendo allo scoperto, contrastando quelle riforme distruttive e ipocrite che generano mostri, indicando un nuovo modello di comunità alla luce dei fallimenti di un capitalismo per il benessere di pochi, colmando quel vuoto occupato oggi dal qualunquismo, dall’ignoranza e dall’odio capaci di riportarci indietro nella storia più buia del secolo scorso.

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