Mimmo Lucano - Riace
Il Fatto

La condanna a Mimmo Lucano è una condanna all’umanità

Tredici anni e due mesi. Il borgo medievale in cima alla collina di Riace, in Calabria, è una città prossima alla scomparsa. Le case abbandonate, la scuola vicina alla chiusura, gli abitanti costretti a fare la valigia per realizzare il sogno italiano. Milano è la meta più ambita, il Nord la terra promessa di un futuro che al Sud è spesso una chimera. È il primo luglio 1998, duecento curdi a bordo di un’imbarcazione improvvisata raggiungono le coste calabresi, a pochi chilometri dal paese noto per i bronzi di epoca greca. Ad accoglierli, insieme a tanti altri, c’è Domenico Lucano, Mimmo. ’O curdu, da adesso in poi.

La storia del piccolo centro calabro inizia qui, con un atto di umanità. E di umanità si popolerà il borgo per molti anni a venire. A quei tempi, Mimmo è un uomo comune, lo conoscono in pochi, ancora non sanno che il suo nome e quello di Riace faranno presto il giro del mondo. Nel 2004, Lucano diventa Sindaco, poi ancora nel 2009 e nel 2014. Nel corso delle sue tre sindacature, in paese vengono accolti centinaia di migranti, uomini e donne in cerca di un porto sicuro che l’Europa e le sue politiche sempre più xenofobe continuano a negare.

L’integrazione, a Riace, si rivela una risorsa straordinaria: i migranti vivono e lavorano come parte della comunità, le case abbandonate tornano a essere abitate, nuovi laboratori artigianali e botteghe alzano le saracinesche: «C’erano persone senza casa e case senza persone. È semplice», spiega Mimmo Lucano a chi gli chiede dell’iniziativa. Ai rifugiati viene offerta la possibilità di formarsi, di apprendere nuovi mestieri, di mettere a frutto quanto già imparato quando la vita sembrava normale. Contribuiscono, insieme ai riacesi, a ricostruire la popolazione e l’economia della città che, da fantasma, si fa meta e motivo di studio a livello internazionale.

Il programma istituito dal Sindaco Lucano, infatti, diventa prototipo, il cosiddetto modello Riace, analizzato e apprezzato in tutto il pianeta: nel 2010, Mimmo si posiziona terzo nella World Mayor, il concorso che a cadenza biennale stila la classifica dei migliori sindaci del mondo; nello stesso anno, è 40esimo nella lista dei leader più influenti secondo Fortune. Con lui, in lizza, c’è persino Papa Francesco.

Il modello Riace offre ai migranti la possibilità di partecipare alla loro nuova società, liberi dalle pressioni economiche e sociali estreme che hanno dovuto affrontare nella ricerca di una nuova vita. Con loro, la piccola comunità sperimenta cos’è il multiculturalismo, l’umanità senza barriere, mette a bando l’isteria xenofoba che comincia a serpeggiare nelle viscere del Paese. Apprende nuovi valori, smonta – nel modo più naturale possibile – la propaganda che in Riace e nella persona di Mimmo Lucano individuerà un nemico da distruggere. E, infatti, lo distruggerà.

Nel 2017, la Procura di Locri iscrive il Sindaco nel registro degli indagati per abuso d’ufficio, concussione e truffa aggravata. Il Ministro Minniti esclude il borgo calabrese dai finanziamenti statali per il mantenimento del sistema d’accoglienza. L’anno successivo, quando al Viminale arriva Matteo Salvini, Lucano viene messo agli arresti domiciliari: l’accusa è di aver organizzato un matrimonio di comodo tra una donna nigeriana e un cittadino italiano. L’intercettazione chiave delle indagini non chiarirà mai se quel matrimonio si è celebrato oppure no. Segue, poi, l’accusa di affidamento diretto, dunque senza gara d’appalto, a due cooperative non iscritte all’albo regionale per la raccolta dei rifiuti. Il gip che firma la misura cautelare definisce la richiesta lacunosa, congetturale, sfornita dei requisiti di chiarezza, univocità e concordanza. Resta, però, l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Lucano non è più Sindaco. Due settimane dopo, l’ordine di custodia viene annullato, ma Mimmo è costretto a lasciare Riace fino a febbraio, quando a sua volta la Cassazione annulla il divieto di soggiorno. Negli stessi giorni, un uomo, suo padre, muore solo e un altro gli sopravvive ancora più solo. Il Tribunale gli permetterà di rientrare a casa solo sette mesi dopo. Il modello Riace, intanto, viene del tutto smantellato. Da questo momento, all’ex Primo Cittadino arrivano altri avvisi di garanzia: associazione a delinquere, abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Tredici anni e due mesi. Il 30 settembre 2021, il Tribunale di Locri condanna Mimmo Lucano: l’ex Sindaco, candidato alle Regionali calabre a sostegno di Luigi de Magistris, sarebbe colpevole di svariati illeciti in relazione ai progetti di accoglienza. Il modello Riace diventa reato, l’umanità una condanna: «Ho speso la mia vita per rincorrere i miei ideali contro le mafie, da Sindaco mi sono schierato dalla parte degli ultimi e dei rifugiati, mi sono immaginato di contribuire al riscatto della mia terra da un’immagine negativa. È stata un’esperienza indimenticabile. Non so se i delitti di mafia vengono puniti con le stesse sentenze. Oggi è tutto finito».

A Domenico Lucano – che i giudici ammettono di non essersi arricchito e che, anzi, vive in condizioni precarie, al punto che i suoi avvocati si sono offerti di difenderlo in via gratuita – viene comminato il doppio della pena chiesta dal pm e imposta la restituzione di 500mila euro. Nella stessa settimana, la trattativa Stato-Mafia – fatto che sussiste, ma senza costituire reato – si fa polvere. Tutti i coinvolti, tra cui Marcello Dell’Utri, vengono assolti: l’Italia, che si appresta al trentesimo anniversario di Capaci e via D’Amelio, ammette che Falcone e Borsellino sono morti invano. Forse, si sono fatti esplodere da soli, kamikaze incompresi. Incompresi come Mimmo Lucano, vittima di un sistema che lo condanna a tre giorni dalle elezioni e a poche ore dallo scandalo della Bestia leghista. Un caso, forse, o forse no. Vittima dello stesso sistema. O forse no.

«La mia vicenda giudiziaria è anche una vicenda politica: tutto questo mi ha fatto capire che umanità e solidarietà, se non c’è uguaglianza sociale, non hanno ragione di essere, così come la legalità. Una società basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo non è né umana né legale».

Tredici anni, in questo Paese, si prendono solo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e poco altro. Non si prendono per sei tentati omicidi istigati da odio razziale, come nel caso di Luca Traini, l’assassino di Macerata che sparò all’impazzata avvolto nel tricolore. Non si prendono per corruzione (vedi Roberto Formigoni) o per concorso esterno in associazione mafiosa (vedi il Dell’Utri di cui sopra). Persino per la famosa trattativa erano stati richiesti, nell’aprile 2018, dodici anni. Uno in meno rispetto alla sentenza che condanna Mimmo Lucano e l’accoglienza tutta, quella lontana dai carnai dei centri  di detenzione, dai lager libici che l’Italia finanzia fiera, dalle torture che tollera come fossero normali.

Mimmo Lucano non ha rubato – e questo è già un dato di fatto –, non ha lucrato sulle vite degli altri, tutt’al più le ha arricchite, ha concesso loro un’altra opportunità. Ha amato, Mimmo Lucano, nel Paese in cui la carità rigorosamente cristiana si celebra la domenica a messa, raramente nella vita quotidiana. Il modello Riace funzionava, per questo doveva saltare. Perché creava un precedente, fragoroso tanto quanto la politica dei porti chiusi, forse anche di più. Il pm aveva chiesto una condanna a sette anni e undici mesi. Ne ha ottenuti il doppio, Mimmo, un delirio aberrante sul piano giuridico e sociale – come lo ha definito Mediterranea, organizzazione non governativa – per distruggere una delle poche esperienze di municipalismo solidale, che dimostrava con i fatti che accogliere, convivere, crescere insieme è non solo possibile in questo mondo dell’esclusione e dell’indifferenza, ma anche assolutamente doveroso.

Viene da chiedersi, allora, se Mimmo Lucano sia stato condannato per aver favorito l’immigrazione o l’umanità. Se in una terra come la Calabria abbia fatto più danni lui o tanti probiviri che ancora siedono nei palazzi che contano. Se il giustificazionalismo di cui parlava il pm valga sempre o solo per alcuni. Se non sia stato punito uno per educarne cento. Se la causa non fosse così nobile da ammettere persino qualche crepa. Perché se la legge è legge e le sentenze non si commentano, è pur vero che la legge e le sentenze le scrivono gli uomini. Che, a volte, per aiutare l’altro si può anche incorrere in un errore se questo significa salvargli la vita. Chi è stato a Riace lo sa: che puoi arrestare Lucano, ma non puoi arrestare il suo insegnamento, che non vale tutta questa indignazione se poi non diamo seguito alle sue parole e alle sue azioni con le nostre parole e le nostre azioni. Se non ci impegniamo noi affinché Mimmo possa permettersi un legale, i migranti trovare casa, l’umanità tornare a sorridere.

«Sono morto dentro», ha dichiarato Lucano dopo la condanna. Siamo tutti morti dentro. Proprio per questo non possiamo fermarci. Perché la fratellanza non si arresta. L’accoglienza non si arresta. Il cuore buono non si arresta. E tanti cuori buoni, insieme, si fanno inarrestabili. C’è un’immagine iconica alle porte del borgo medievale in cima alle colline calabresi: Benvenuti a Riace, il paese dei santi medici e martiri Cosimo e Damiano. È il cartello che Antonio Trifoli, il Sindaco leghista che ha sostituito Lucano – ineleggibile per il Tribunale, eppure ancora lì – ha voluto in sostituzione di quello precedente: Benvenuti a Riace, paese dell’accoglienza. Due santi, Cosma e Damiano, medici e martiri. Uomini che hanno dato la vita per altri uomini. Pare fossero arabi, oggi li chiameremmo migranti. Oggi, Riace non li accoglierebbe. Eppure, li celebra, due volte l’anno.

La condanna a Mimmo Lucano è una condanna all’umanità
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