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“La bambina, il carro e la stella”: la musica come riscatto identitario di Marika e nostro

È un universo perlopiù femminile quello di cui sapientemente ci parla Floriana Coppola nel suo ultimo romanzo dal titolo La bambina, il carro e la stella, Terra d’ulivi Edizioni.

L’autrice disegna con le parole un microcosmo di vite randagie ai limiti della legalità, all’interno di un campo rom: i maschi, violenti predatori, e le femmine senza alcun diritto, fatto salvo quello alla procreazione, sottomesse agli uomini ma, nonostante tutto, cuore pulsante fra le kampine (le baracche). Entrambi i sessi sono considerati, dai gagè stanziali (i cittadini), un cancro da dover aggredire e sconfiggere per tutelare la loro esistenza preordinata e ricca di comfort, ma non per questo meno schiavizzata.

Può accadere nella nostra Napoli, ad esempio, per chi fosse diretto in autostrada, di vedere un accampamento rom in via Gianturco, dove hanno costruito i loro alloggi di fortuna molte famiglie, da quando un incendio notturno di origine dolosa, nel campo del rione Scampia, distrusse diverse baracche e automezzi dell’ASIA, la società di raccolta rifiuti, originando un’alta nube velenosa, visibile a diversi chilometri di distanza. Il denso fumo nero costrinse i residenti a barricarsi in casa e ne provocò le conseguenti proteste. È noto che, in passato, altri episodi del genere hanno, purtroppo, causato la morte di alcuni bambini.

Dovremmo chiederci se la salvaguardia della vita di un rom, come di una qualsiasi altra vita, non sia importante quanto la tutela della salute pubblica generale. Invece gli individui meglio conosciuti come zingari sono invisibili e per molti equiparabili ai rifiuti prodotti dalle comunità regolarmente integrate nel tessuto urbano.

Sotto il cavalcavia dell’asse mediano, il Comune di Napoli si è impegnato a rimuovere cumuli di spazzatura presenti da tempo, discariche a cielo aperto nelle quali adulti e bambini rom possono frugare in cerca di abiti e oggetti di varia natura, da usare o rivendere per garantirsi la sopravvivenza. L’intervento rappresenta un intralcio alla attività giornaliera di raccolta degli scarti riutilizzabili, abbandonati dai loro fortunati vicini. Compito del Comune, non meno importante, è quello di garantire i servizi primari che attengono all’inclusione scolastica dei minori: è stato stimato in quattrocentocinquanta il numero degli iscritti regolarmente frequentanti.

Sul territorio cittadino sono presenti due grandi gruppi nomadi: il più stanziale formato dalle popolazioni provenienti dai Balcani, migrate a seguito della guerra degli anni Novanta, e da più tempo, anche se in modo discontinuo e con legami perduranti con la madrepatria, quello di etnia rumena.

Floriana Coppola intraprende e ci regala un viaggio introspettivo nel microcosmo, desolato e sporco, all’interno del quale una piccola rom di nome Marika nasce e cresce, “bambina diversa” perché musicalmente dotata. La madre lo presagisce, dicendole spesso che non le toccherà il suo destino, un mantra risarcitorio il suo, forse per le angherie subite, e altrettanto fa la nonna nel leggerle i buoni auspici rivelati dai tarocchi per la nipote. La bambina va a scuola in strada e lì, giorno dopo giorno, da sola impara a scrivere le parole viste su qualche libro dei gagè, ma sia la madre che il nonno Marek la ammoniscono a tenerli lontani, a guardarsi sempre dal loro mondo ambiguo, rinvigorendo l’atmosfera di consolidata intolleranza reciproca.

Intuendone il talento precoce, il nonno le insegna a suonare la fisarmonica per accompagnarlo nel canto di antiche melodie gitane. Con il fratello Nedzib, la bambina segue gli adulti nelle perlustrazioni quotidiane dei rifiuti, in prossimità del campo. Marika sa già cosa è giusto e cosa è sbagliato. Marika indossa vestiti più grandi di lei e, assieme alla nonna, in metropolitana, raggiunge l’ingresso di un supermercato dove, dopo avere fatto la spesa, le signore lasciano degli spiccioli o qualche prodotto. Quell’andata quotidiana da un mondo all’altro non le vieta, ma addirittura rafforza il suo sogno di diventare una musicista affermata, così come il nonno in cuor suo sapeva sarebbe accaduto.

La musica ha sempre funto da ponte tra le diverse culture: è una lingua, meravigliosa e muta, che parla all’animo umano da molte centinaia di anni. L’aspetto trasandato, gli abiti logori, le avversità, non impediscono a Marika di affinare la sua dote innata e sognarla come unica arma per elevarsi e distinguersi in quel mondo parallelo vicino che, a dispetto dei consigli parentali, la attrae, ma è distante anni luce dal modo di vivere nel campo/ghetto dove è nata e cresciuta quella passione.

La sua “diversità” interiore, ma ancora di più la ricerca affannosa dell’identità, trova alleate nelle ragazze impiegate in un centro estetico poco distante dal supermercato, dove le piace fermarsi a guardare belle signore dalle unghie laccate e dalla pelle liscia e tonica. Marika sa di non potersi paragonare a loro, ma i discorsi che sente le giungono come note stonate di un pentagramma tutto da riscrivere.

Inizia a parlare con le giovani impiegate, ne ascolta le lagnanze circa i turni lavorativi estenuanti per soddisfare sempre i numerosi capricci della variegata clientela femminile, ma è soprattutto Carmen a riconoscerne le qualità e, attraverso di lei, a chiedersi se la sua vita sia “libera” solo in apparenza, fino a divenirne la confidente. Sarà Carmen a farle conoscere Francesco, un amico musicista, e poi ad aiutarla a scappare al Nord, quando la ragazzina le confiderà di avere ucciso l’usuraio del campo rom di nome Pavol, a cui il padre non aveva pagato un grosso debito, per sottrarsi a un suo tentativo di violenza. La svolta risolutiva arriverà proprio da Francesco, che, divenuto suo maestro di musica, la aiuterà a liberarsi del suo senso di inferiorità, incoraggiandola a esibirsi in pubblico per dare meritato risalto al suo talento.

L’identità di ognuno somiglia a un mosaico: i suoi tasselli, soltanto se incollati tutti, danno vita al disegno, unico. La storia di Marika è, quindi, un esempio palese di come nell’affermazione dell’identità non sia possibile prescindere da sogni, speranze e desideri; dagli eventi, felici o non, che hanno abitato il nostro passato. La bambina Marika, infatti, lo ha già in mente: sarà una donna e un’artista speciale senza avere mai rinnegato le sue radici nomadi.

Contributo a cura di Anna Loffredo

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