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Femminicidi: quei figli vittime due volte

Il 2021, purtroppo, farà registrare un nuovo macabro primato di femminicidi. Nell’anno che sta per finire, infatti, le donne a oggi uccise da mariti conviventi o da ex, uomini rivelatisi violenti e, forse, solo inizialmente compagni affettuosi, sono quasi un centinaio. Crimini commessi per lo più in ambito familiare, che stanno tristemente incrementando la portata di un fenomeno divenuto inquietante.

In molti casi, si tratta di coppie in via di separazione o separate al cui interno le donne, succubi di una relazione malata, hanno deciso tardi di mettere fine a un crescendo di vessazioni psicologiche e maltrattamenti fisici, pagando con la vita la loro scelta definitiva.

Nella società della spettacolarizzazione del dolore, che tantissime menti e anime sacrifica al consenso e ai numeri dell’audience attraverso immagini e, a volte, particolari raccapriccianti, la deprecazione per tali crimini riesce a tradursi solo in una generale compassione per la vittima di turno. Rimangono nell’ombra, invece, i figli, quando ci sono: incolpevoli orfani, “naufraghi” di unioni insane, che, se non aiutati psicologicamente, avranno come unica certezza quella di andare incontro a un’esistenza popolata da fantasmi e incubi.

Oggigiorno, rappresentano le vittime invisibili, collaterali, secondarie. Sono questi gli aggettivi più comunemente usati per i figli delle donne vittime di femminicidio che, sempre più spesso, risultano destinatari di raccolte fondi sul web tramite GoFundMe, sigla che contraddistingue il tragico fenomeno. Si tratta di minori privati della loro madre, a volte testimoni oculari dello stesso omicidio, di bambini che devono far fronte, all’improvviso, a traumi psicologici e fisici indecifrabili.

Secondo un’indagine dell’ISTAT, condotta attraverso le chiamate al 1522, numero verde dedicato alla violenza e allo stalking, nel 2020 il 58.5% delle vittime di violenza (pari a 3801 casi) ha dichiarato di avere figli. Durante la chiusura per il lockdown, come è facile intuire, è notevolmente cresciuto (+85.6%) anche il totale dei figli che a tali soprusi ha assistito. Quando i soprusi sfoceranno, come accade, in delitti, chi penserà alle loro sofferenze e alla loro vita quotidiana futura, alla solitudine interiore conseguente al trauma e ai problemi psicologici che immancabilmente ne deriveranno?

I bambini di Carmela Morano avevano rispettivamente sei e tre anni quando lei fu uccisa dal marito e nei loro occhi è rimasta impressa la violenza cieca che li ha strappati all’affetto e alle cure materne. Sono stati affidati ai nonni che, dopo mesi trascorsi nell’angoscia di dovere far fronte, fra mille difficoltà, alle spese mediche e legali, hanno deciso di lanciare una raccolta fondi per la tutela e l’assistenza dei nipoti. Di fatto, ora temono che il padre, condannato al carcere a vita, possa eliminare anche loro: fortemente traumatizzati, hanno bisogno di continue cure mediche e di supporto psicologico, oltre che di insegnanti di sostegno.

Questo è solo un esempio delle centinaia di casi che vedono coinvolti bambini e ragazzi. Quali prospettive per il futuro? Di certo, avranno un’esistenza segnata per sempre dalla barbarie messa in atto dall’uomo che, invece, avrebbe dovuto amare e proteggere loro e la loro madre.

La solidarietà online, quindi, può essere un aiuto, ma non basta ad arginare, nel nostro Paese, un fenomeno divenuto strutturale come quello della violenza di genere e del quale, come spesso accade, non si parla abbastanza.

In ambito legislativo sono stati fatti, è vero, alcuni passi in avanti. In particolare nel bilancio statale 2018, il governo ha stanziato risorse per gli orfani delle vittime di femminicidio, poi incrementate dalla legge n.4 dell’11 maggio 2018 e ulteriormente in quello del 2019. Tuttavia, soltanto il Decreto n.71 del 21 maggio 2020 ha dato finalmente concretezza attuativa a queste norme: 14.5 milioni per il 2020 e 12 milioni l’anno dal 2021 al 2024. Per ogni minore dato in affidamento è previsto un sostegno pari a 300 euro mensili da usare per spese sanitarie, borse di studio o avviamento al lavoro.

Malgrado ciò, le associazioni che lavorano al fianco delle famiglie affidatarie lamentano un’enorme difficoltà nell’accesso a tali fondi. Una richiesta di aiuto, la loro, che scivola nel dimenticatoio e lascia i nuclei familiari soli e oberati dai debiti, anche in considerazione del momento di emergenza sanitaria, economica e sociale di cui siamo protagonisti, soprattutto a causa del farraginoso iter burocratico, volto al rimborso di spese mediche e assistenziali in genere, che ne rallenta inevitabilmente l’ottenimento.

Occorrono, inoltre, risorse per l’attivazione e il sostegno di servizi specializzati e radicati sul territorio, quali centri antiviolenza per il lavoro di prevenzione del fenomeno e centri di tutela per quello con i bambini. A oggi, in Italia, sono ancora insufficienti i progetti di questo tipo e quindi assume primaria importanza pensare a un programma che veda attori principali le istituzioni, le amministrazioni locali e le associazioni di settore nel creare una rete sociale e culturale che rappresenti un sostegno concreto ai minori e alle loro famiglie. Il tutto nell’ottica di un radicale cambiamento nel lungo termine.

Contributo a cura di Anna Loffredo

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