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Il lavoro non ti ama

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
5 Dicembre 2022
in Billy
Tempo di lettura: 7 minuti
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Come molte invenzioni del tardo capitalismo, il monito «fai quello che ami e non lavorerai neanche un giorno in vita tua», che imperversa in migliaia di post ispirazionali sui social media, ha assunto l’autorità della saggezza popolare e una validità retroattiva […]. Alla faccia di «neanche un giorno», la realtà è che non abbiamo mai lavorato come adesso. Attanagliati da stress, ansia e solitudine, ciò che ci viene chiesto è disponibilità praticamente illimitata e senza orari. La storia del lavoro fatto per amore è, in parole povere, una truffa.

È con questa inequivocabile sentenza che la giornalista americana Sarah Jaffe apre il suo saggio Il lavoro non ti ama, un’indagine sulle condizioni professionali e di vita di migliaia di lavoratori in tutto il mondo, uniti dal filo ormai non più così sottile del capitalismo.

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Tradotta in Italia da Rocco Fischetti per minimum fax, la lunga attività di ricerca di Sarah Jaffe nasce nel 2012, ma trova la sua più completa definizione negli anni della pandemia, quelli in cui il nostro modo di approcciare al lavoro è cambiato repentinamente, forzando le porte chiuse di appartamenti sin troppo piccoli per portarci dentro altro carico di stress e scadenze.

Un tempo si presumeva che – per usare un eufemismo – lavorare era una merda e se fosse stato umanamente possibile la gente se lo sarebbe volentieri evitato. Dai tempi del sistema feudale fino a trenta-quaranta anni fa, la classe dominante tendeva a campare di rendita. […] il lavoro, secondo i ricchi, era roba riservata ad altri.

La svolta è arrivata a partire dagli anni Settanta del secolo scorso quando il capitalismo ha visto i padroni andare a lavorare, addirittura vantarsi di non fare altro dalla mattina alla sera, con il solo scopo di convincere noi, i dipendenti, gli schiavi, a dedicarci anima e corpo a un’attività che, ridotta all’osso, dovrebbe soltanto permetterci di pagare le bollette e, invece, nei fatti, è l’occupazione principale delle nostre giornate, quella nei cui ritagli di tempo – a volte – ci ricordiamo di vivere.

L’intera indagine ruota proprio intorno a questo aspetto, mettendo in luce le storture di una modernità che altro non è che novella schiavitù. Parafrasando Karl Marx – uno che sul tema ci ha visto lungo – il lavoro è diventato, nel mondo contemporaneo, l’oppio dei popoli. Non più la religione, non più l’idea asfissiante di famiglia, non più il posto fisso. Il prossimo da amare è il lavoro. Il lavoro come passione, come svago, come hobby: un filtro che ha fatto svanire, in noi, l’idea del diritto, della tutela, di una condizione dignitosa cui aspirare e pretendere.

Il risultato di tale visione è la convinzione che la nostra realizzazione passi per il lavoro, così come le nostre soddisfazioni, il nostro orizzonte di senso, la nostra stessa felicità. Dovremmo lavorare per il piacere di lavorare, invece di lamentarci del fatto che grazie a noi altre persone si stanno arricchendo mentre ci facciamo in quattro per pagare l’affitto e a malapena riusciamo a vedere gli amici. Poco importa che tra il gennaio del 2021 e l’aprile dello stesso anno, i paperoni americani abbiano guadagnato 1200 miliardi di dollari. Negli stessi mesi noi, comuni mortali, abbiamo potuto essere padroni di noi stessi.

A casa, davanti al pc, in macchina, con lo smartphone sempre connesso. A Natale o al mare: ogni momento è diventato quello giusto, flessibile al punto da poter gestire autonomamente il nostro tempo e la nostra mole di fatica quotidiana. Ma è davvero così? O siamo noi, e noi soltanto, a essere gestiti – e sopraffatti – da tutto questo? Silvio Lorusso ne parla come di imprendicariato ed è la condizione che più ci accomuna: imprenditori e precari, tutti, spinti o costretti a improvvisare una mentalità aziendale per non soccombere.

È quanto è successo in pandemia, quando tantissime figure imprendicarie si sono affacciate sul mercato del lavoro: creator digitali, influencer, rider, freelance, spesso veri e propri professionisti o esperti dei settori più disparati, che hanno dovuto reinventarsi, fare da sé, fare per sé, pur di garantirsi una qualche forma di guadagno e nessun tipo di rapporto umano in cambio.

L’auto-imprenditorialità, in pandemia, è diventata una prassi comune, eppure è un salvagente pericoloso, talvolta redditizio ma sempre annichilente. Un’uscita di emergenza che non tutela, ma aliena perché impedisce lo sviluppo di una coscienza collettiva, dunque di una lotta di classe che possa reagire alla frustrazione dello status quo.

Non a caso, il sottotitolo scelto da Sarah Jaffe è O di come la devozione per il nostro lavoro ci rende esausti, sfruttati e soli. Come individui e come lavoratori. La solitudine che non è più individuale ma collettiva: il risultato di un mondo proiettato sul web e di condizioni di lavoro inaccettabili; del fallimento dei sindacati, di ritmi frenetici che ci rubano il tempo degli affetti, della socialità, della cura di sé. E meno tempo abbiamo, più distanti siamo, e più distanti siamo, più smettiamo di guardare all’altro con fare fraterno. L’altro è il nemico, il concorrente, colui che può rubarci il nulla che abbiamo costruito. Ecco che, allora, si acuiscono le tensioni sociali, ci si fa la guerra tra poveri, la voce diventa flebile, le rimostranze smettono di essere tali.

È in questo pantano che nascono gli slogan motivazionali, i mantra dell’operaio 2.0, un poster in cameretta, in ufficio, la didascalia social, persino un tatuaggio sulla nostra pelle stanca: I love my job, No pain no gain, Work hard, party harder. Senza dolore non c’è guadagno. Nessuna felicità è concessa a chi non soffre per lavoro. La passione è fatica, la fatica è il traguardo. Tutto il resto non è niente, tutto il resto non è lavoro: è questo il concetto alla base della hustle culture, la cultura della produttività frenetica, di uno stile di vita cui aspirare per mostrare.

Social, lavoro, vita privata: negli ultimi anni, tutto è diventato necessariamente ostentazione dei nostri successi professionali. In assenza di altro, il lavoro è, oggi, lo strumento che ci permette di costruire la migliore versione di noi stessi, quella da vendere al mercato delle relazioni sociali per scalare la classifica o, quantomeno, per provare a esserci. Esserci dal punto di vista digitale, immateriale, là dove il nostro capo è un algoritmo, la tecnologia invade lo spazio vitale e si fa sorveglianza: di input, di idee, di sogni, di fragilità.

Come scrive Sarah Jaffe, per tenerci separati, il capitalismo deve controllare i nostri affetti, la nostra sessualità, i nostri corpi. E per farlo deve convincerci che il lavoro è il nostro più grande amore. Ma l’amore è qualcosa che esiste tra le persone e che deve essere necessariamente reciproco come la solidarietà. Un tempo era considerato un sentimento dal potenziale sovversivo proprio perché incoraggiava la gente a pensare che ci fossero cose più importanti del lavoro. Non c’è da stupirsi quindi se il luogo del lavoro ha dovuto in qualche modo assorbire questo amore. Entrare con prepotenza. Una questione che è stata a lungo materia di speculazione, anche filosofica, e che forse soltanto oggi si rivela in tutta la sua dannosità. Per questo siamo sfiniti, per questo burnout è parola di uso comune.

Si tratta di un fenomeno di logoramento tale da procurare quello che in psicologia chiamano stress postraumatico. Nel 2001, ad esempio, ha riguardato la zona di Ground Zero o, negli anni a venire, le aree focolaio di Ebola e SARS. A pagarne le conseguenze peggiori, all’epoca, sono stati da una parte le unità militari e i dipendenti delle aziende circostanti, dall’altra il personale ospedaliero, lo stesso per il quale se ne è parlato nuovamente in piena crisi pandemica. Oggi, invece, riguarda i più comuni lavoratori, quei tanti che – vessati, schiacciati, finiti – hanno dato vita alle cosiddette grandi dimissioni.

Dalla primavera 2021, la quitting econonomy ha riguardato milioni di persone che stanno lasciando volontariamente il loro lavoro. Negli USA, solo nell’aprile dello scorso anno, si contano circa quattro milioni di dimissioni, un record infranto poi nei mesi successivi. In Europa, la situazione è appena diversa, con numeri inferiori ma comunque interessanti. Il malessere, infatti, è diffuso e trasversale e riguarda tutti, pure chi non può permettersi di licenziarsi. Riguarda anche l’Italia, dove il fenomeno è ancora di importazione ma negli ultimi nove mesi del 2021 ha coinvolto più di un milione di lavoratori che hanno scelto di non continuare a farsi del male, nonostante l’altissimo tasso di disoccupazione nel nostro Paese – il solo, in Europa, dove gli stipendi sono diminuiti negli ultimi trent’anni – e la condanna a qualsivoglia forma di assistenzialismo.

Le dimissioni sono, quindi, lo strumento con il quale i lavoratori si stanno difendendo. Un paradosso a metà tra riscatto e rassegnazione. In origine, i proletari rivendicavano una riduzione delle ore lavorative. Lo sciopero, all’epoca, aveva ancora un senso, almeno fino al compromesso fordista: una parte consistente della propria giornata in cambio di un salario decente, assistenza sanitaria e qualche feria pagata. Insomma, la speranza del riposo. Poi, però, le cose si sono complicate e, allora, i padroni hanno cominciato a pretendere di più, con loro anche la classe operaia, ormai conscia di essere soltanto un insieme di ingranaggi, di vite intercambiali. È nato il neoliberismo. Dal Cile di Pinochet alla Londra di Margaret Thatcher. A chi aveva meno, il thatcherismo offriva il piacere della crudeltà, la solidarietà negativa del vedere gli altri diventare ancora più poveri a causa dei tagli al welfare. Nelle sue parole, «l’economia è il mezzo: l’obiettivo è cambiare il cuore e l’anima». There Is No Alternative. Non c’è alternativa.

Ed è questo che ancora oggi siamo portati a credere, che non ci sia alternativa. Così, se prima si scioperava per lavorare meno e meglio, oggi il lavoratore si ritrova a rivendicare il proprio sfruttamento con il pretesto della sopravvivenza. Per dirla ancora con Sarah Jaffe, sfruttamento non vuol dire avere solo un lavoro di merda. […] sfruttamento è il lavoro salariato in un sistema capitalistico, dove il tuo lavoro produce più valore di quanto ne giustifichi il tuo stipendio. Sfruttamento è il processo attraverso il quale qualcun altro trae profitto dal tuo lavoro.

Sfruttamento è la convinzione che non puoi alzarti finché non hai finito. Finché non sei libero, non dal lavoro ma attraverso il lavoro. Tutto ciò che ti è concesso abbracciare, sognare, desiderare. Anche se il lavoro non ti ama. Anche se il capitalismo non sa amare. Perché è l’amore la morte del capitalismo.

Prec.

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