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Il COVID-19 ha fermato tutto, anche la battaglia contro la plastica monouso

Chiara Barbati di Chiara Barbati
6 Giugno 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 3 minuti
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Erano tanti i buoni propositi per un’Europa più pulita ed ecologica da raggiungere entro il 2021. Dalle stoviglie usa e getta bandite alla tassa sugli imballaggi, le leggi italiane, insieme agli obiettivi europei, si stavano preparando a una nuova era, quella del plastic free. Certo, non si sarebbe trattato di un definitivo addio alla fin troppo versatile plastica, che resta un materiale indispensabile in alcuni campi – soprattutto quello sanitario – ma si sarebbe trattato di un enorme passo avanti. Purtroppo, però, a causa della pandemia, molte delle iniziative pensate per scoraggiare la produzione e l’impiego di plastica sono state messe in pausa o rimandate.

I prodotti che stanno avendo il maggiore impatto ambientale sono, ovviamente, guanti e mascherine monouso. Quando si tratta di dispositivi sanitari è normale non badare ai costi – in termini economici quanto ecologici –, cambiarli frequentemente e smaltirli senza riciclarli. Lo stesso Istituto Superiore di Sanità ha fornito le indicazioni su come far un uso sicuro di tali strumenti e, soprattutto, come gettarli nei rifiuti in modo da non rischiare alcuna contaminazione. In questi casi, l’eccessiva attenzione è fondamentale, così come lo è sempre negli ambienti ospedalieri, ma allargare all’intera popolazione italiana i criteri di smaltimento di prodotti di plastica tra l’altro non riciclabili comporta un prezzo altissimo in termini ambientali.

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Secondo le ultime stime, per soddisfare il fabbisogno della sola popolazione italiana, devono essere prodotti 900 milioni di mascherine al mese e 500 milioni di guanti, che corrispondono a circa 70mila tonnellate di rifiuti annue. Insomma, una quantità che contribuirà inevitabilmente al sempre più incalzante cambiamento climatico e che, soprattutto, minaccia i nostri mari. Come abbiamo sottolineato più volte, il mare è una risorsa preziosa dalla quale dipendono la nostra alimentazione e le nostre vite. Fino a ora, ogni anno 570mila tonnellate di plastica sono finite nel Mediterraneo e, invece di limitare l’insostenibile inquinamento delle nostre acque, con l’aumento della plastica monouso si prevede un disastroso incremento anche dei rifiuti che tormentano l’ecosistema marino. Secondo i calcoli del WWF, infatti, se anche solo l’1% delle mascherine non venisse smaltito correttamente e finisse in mare, si tratterebbe di ben 10 milioni di dispositivi ogni mese. Una situazione che, evidentemente, diventa insostenibile.

All’inevitabilità del ricorso a dispositivi sanitari usa e getta, si aggiunge una nuova – vecchia – tendenza, probabilmente meno indispensabile ma altrettanto dannosa: l’utilizzo della plastica monouso. Ci sono voluti circa cinque anni perché i consumatori imparassero a non richiedere i sacchetti al supermercato e si abituassero a portare la propria shopping bag riutilizzabile. E ancora non si era raggiunta la diffusione ideale di prodotti sfusi per evitare l’enorme spreco che gli imballaggi comportano. Eppure, durante la pandemia, è aumentato esponenzialmente il ricorso a quella plastica dalla vita breve che ci eravamo quasi lasciati alle spalle. Contrariamente alle prime indicazioni, che vedevano nel riuso un pericolo di contagio, adesso si tenta di comunicare che, con i dovuti accorgimenti, queste misure ecologiche non rappresentano un rischio, ma pare che la situazione non stia migliorando, complice anche l’incremento del 65% degli acquisti online. E ad aggravare maggiormente la situazione, il crollo del prezzo del petrolio, bene di cui in molti hanno fatto a meno durante il lockdown, che ha contribuito all’aumento del suo impiego per la produzione di materiali plastici.

A causa di tutti questi cambiamenti improvvisi, la maggior parte dei provvedimenti per limitare l’inquinamento si è arrestata. Le direttive UE che prevedevano il divieto di utilizzare prodotti di plastica monouso avevano l’obiettivo di risparmiare l’equivalente di 3.4 milioni di tonnellate di CO2. Ma tra i prodotti banditi, ovviamente, non comparivano i dispositivi sanitari, il cui aumento riduce sensibilmente l’efficacia dei risultati. Lo stesso ricorso alla plastic tax è stato rallentato in Italia e sospeso nei Paesi in cui era in vigore, allontanando ancora di più i risultati sperati.

Alla luce di questi dati, è difficile immaginare come, una volta usciti dalla crisi pandemica, si potrà rimediare a quella climatica. Si è parlato spesso di quanto l’emergenza coronavirus non abbia scatenato solo un’emergenza sanitaria ma abbia avuto gravissime ripercussioni economiche, sociali e ambientali. Purtroppo, però, quando si parla di ambiente – e forse non lo si fa mai abbastanza, dati gli scarsi risultati – le conseguenze rischiano sempre di essere più catastrofiche. Anzi, il cambiamento climatico è arrivato a un punto talmente drammatico che non possiamo permetterci neanche un’emergenza come questa, perché le conseguenze a cui andiamo incontro saranno  fatali e irrimediabili. E, come ha chiarito la presidente della Commissione europea, se al virus si potrà trovare un vaccino, non esiste cura per il global warming.

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