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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura (pt.8)

Emigrazione dal Primo Quaderno

La differenza sostanziale tra l’emigrazione italiana e quella, ad esempio, tedesca è che quest’ultima è una manifestazione multiforme, ossia composta da “quadri” industriali, personale qualificato, persone dotate di riserve monetarie e sottoproletari. Viceversa l’emigrazione italiana si è contraddistinta per essere produttrice di riserva operaia. In pratica, da noi emigrò solo massa lavoratrice, informe sia industrialmente che intellettualmente. Del resto, l’egemonia del Nord sarebbe stata normale se avesse avuto la responsabilità di creare i presupposti di uno sviluppo del Sud. Invece, questa egemonia è diventata strutturale a un sistema, dove diventa condizione indispensabile e indeterminata nel tempo, quindi “perpetua”, per lo sviluppo dell’area settentrionale. Questo determina ondate cicliche di emigrazione verso i vari Nord del mondo.

Non ci dobbiamo far confondere dal fatto che, nel corso dei decenni, sia in parte cambiata la tipologia dell’emigrante: si tratta sempre e per sempre di una condizione dovuta all’incapacità di creare opportunità reali al Sud, anche laddove l’emigrazione assume i connotati di una fuga individuale di persone formate. È la perenne lotta tra il vecchio e il nuovo, dove però il nuovo, per essere ancora più nuovo, deve far sì che il vecchio resti tale, oppure peggiori nei suoi equilibri già precari. Così i fenomeni di emigrazione dal Sud, pur cambiando volto, rimangono strutturalmente identici a se stessi.

Sarebbe allora stata questa egemonia l’espressione di una lotta tra il vecchio e il nuovo, tra il progressivo e l’arretrato, tra il più produttivo e il meno produttivo; si sarebbe avuta una rivoluzione economica di carattere nazionale (e di ampiezza nazionale), anche se il suo motore fosse stato temporaneamente e funzionalmente regionale.

Gli stessi fenomeni di immigrazione attuali, letti secondo il pensiero gramsciano, rappresentano il frutto di una costante incapacità del capitalismo di sviluppare politiche di inclusione sociale ed economica nei luoghi dell’arretratezza. La creazione di una manodopera disperata e pronta a tutto per soddisfare bisogni primari, distruggendo di fatto ogni rivendicazione salariale di chi, precedentemente, assolveva a queste mansioni. La creazione quindi di un “perenne squilibrio” che, di fatto, svaluta l’uomo a merce, il cui valore (proprio a causa di questo perenne squilibrio) è destinato a non avere mai la dignità di cittadinanza.

Come al solito sono gli intellettuali, facenti funzione di lacchè del potere, che non assolvono al loro dovere di trasmettere la realtà. Anzi, la loro stessa sussistenza provoca una serie di fenomeni di corruzione e di decomposizione politica e morale, con riflessi economici non trascurabili. È l’assoluta arbitrarietà delle “narrazioni” contemporanee, dove ogni logica scompare, per far posto alle priorità dei padroni e delle oligarchie. Solo così si riesce a comprendere come si possa dimenticare il dramma storico di oltre un miliardo di esseri umani in fuga da fame e guerre e concentrarci, invece, su un singolo fenomeno, ma indicato come priorità dal potere. La manipolazione costante delle nostre coscienze che, invece di sbattere contro la realtà, vengono militarizzate su singoli aspetti della medesima.

L’emigrazione, il flusso dolente di un’umanità che si muove alla ricerca di cibo, non è storicamente un tema interessante e non ha mai avuto il rilievo che merita. Nella stessa storia recente di questo Paese il dramma di un’emigrazione interna che assume carattere di deportazione di massa non viene mai analizzato nelle sue cause e concause. Uno squilibrio che già Gramsci aveva individuato come strutturale a un potere del Nord e che, ancora oggi, si nutre delle medesime menzogne, provocando i medesimi drammi esistenziali. L’emigrante, quindi, sprovvisto di reti identitarie e di punti di riferimento, diventa isolato e informe nella disperata ricerca della propria sopravvivenza. Un isolamento culturale che provoca alienazione perpetua, sia dalla realtà dove si è andati a vivere, che nel recupero della propria identità smarrita.

Chi, come me, ha avuto modo di conoscere da vicino le immigrazioni di “rientro”, ossia quegli emigranti che rientrano nei propri territori, ha potuto constatare come la schizofrenia identitaria sia fortissima: non si è più niente, sospesi tra identità negate e quelle irrimediabilmente perdute.

Contributo a cura di Luca Musella

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura (pt.8)
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