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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: uomo-macchina

La macchina metabolica dal Quarto Quaderno

[…] è anche il maggiore sforzo collettivo (finora esistito) per creare con una rapidità inaudita e con una coscienza del fine mai vista nella storia, un tipo nuovo di lavoratore e di uomo.

L’intelligenza, quasi veggenza, di Gramsci nell’individuare le spinte del futuro turbocapitalismo, dove l’uomo (lavoratore o no) viene inteso come un ingranaggio meccanico del sistema, una macchina metabolica che svolge la doppia funzione di produrre merci e consumarle:

Sviluppare nell’uomo lavoratore al massimo la parte macchinale, spezzare il vecchio nesso psico-fisico del lavoro professionale qualificato che domandava una certa partecipazione dell’intelligenza, dell’iniziativa, della fantasia del lavoratore, per ridurre le operazioni di produzione al solo aspetto fisico.

Una specie di modello militare, applicato con metodi coercitivi a tutta la società, anche e soprattutto nella vita privata: le inchieste degli industriali sulla vita privata degli operai, il servizio di ispezione creato da alcuni industriali per controllare la moralità degli operai sono necessità del nuovo metodo di lavoro. Ma sono i modelli comportamentali, le spinte feroci alla omologazione che portano la società a espellere ogni sacca di diversità per creare un’uniformità di comportamenti e consumi in linea con le esigenze della produzione.

È, in sintesi, la nostra società ma vista e letta con anticipo dal pensatore sardo. Una coercizione, quasi circolare, che servendosi dei megafoni del regime, avvalendosi di una nuova forma di “puritanismo”, sospende la vita stessa di ognuno di noi, a cavallo tra razionalizzazione e proibizionismo.

Ci sarà indubbiamente una selezione forzata e una parte della vecchia classe lavoratrice verrà implacabilmente eliminata dal mondo della produzione e dal mondo tout court.

Vengono i brividi nello osservare che questa profezia gramsciana è stata applicata con brutalità dal neoliberismo e dalla globalizzazione. Interi segmenti produttivi, migliaia di esseri umani per intenderci, cancellati dalla sera alla mattina per puri interessi capitalistici. Il profitto che assurge a valore metafisico, a cui sacrificare la stessa Terra. Chi non ha reti solide in questo massacro viene espulso e per sempre. L’uomo-macchina, quindi, consuma e ha una centralità fino a quando riesce a consumare, superando nei fatti la stessa idea di valore intrinseco della vita umana.

È evidente che essi non si preoccupano dell’umanità, della spiritualità del lavoratore che viene schiantata.

La spiritualità alla quale la “creazione”, come momento catartico e creativo, assume un alto valore in cui l’individualità del lavoratore si rifletteva tutta nell’oggetto creato, in cui si manteneva ancora molto forte il legame tra arte e lavoro. Ma appunto contro questa forma di umanità e di spiritualità lotta il nuovo industrialismo. Le iniziative puritane hanno solo questo fine: conservare un equilibrio psico-fisico del lavoro, per impedire che il nuovo metodo porti al collasso fisiologico del lavoratore.

I poteri forti, dunque, rendendosi conto del punto di rottura esistenziale insito nell’alienazione totale che ci viene imposta, trovano strumenti di natura diversa per mantenerci vivi, ma solo fino a quando si resta in equilibrio tra la produzione e il consumo, deciso da loro. Un equilibrio “esterno”, mai interno, mai inteso come sviluppo della personalità e della potenzialità di ognuno di noi. Ma fatto, circoscritto, a una mostruosa efficienza muscolare-nervosa: ecco il proibizionismo contro l’alcolismo, ecco il “moralismo”, dove la funzione sessuale deve evitare ogni forma di abuso, d’altronde è osservazione comune e banale che il lavoro ossessionante provoca depravazione alcolica e sessuale.

Solo attraverso un controllo sociale, imponendo comportamenti comuni alle masse, si evitano derive autodistruttive della società. Laddove le forze del capitale, invece, tendono ad alienazioni così estreme che queste forze le rendono implicite. Nei meccanismi lavoro-disoccupazione, lavoro-salari bassi, lavoro-crisi economiche continue, le forze della moralità imposta impediscono che queste devastazioni diventino pratica comune. Evitano quel suicidio di massa che i loro stessi meccanismi produttivi rendono possibile.

Un tirare la corda all’infinito, sperando che non si spezzi: di fatto, è lo stesso meccanismo produttivo a crearle. Ma, attraverso un’ideologia statale si cuce addosso a ognuno di noi una camicia di forza che ci mantiene in vita fino a quando siamo utili al dio profitto. Il crescente divario tra la “moralità-costume” delle classi basse e medie, rispetto a quelle dell’aristocrazia turbo-capitalistica è talmente tanto evidente che ogni predicare bene è nei fatti sostituito da un razzolare malissimo. Chi difende i valori della famiglia, per esempio?

Contributo a cura di Luca Musella

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