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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura (pt.5)

Un immenso amore dal Primo Quaderno

Perché alla fine Gramsci non ha chiesto la grazia? A quel punto, forse, al regime fascista sarebbe anche convenuto concederla. Sconfitto, scosso nei nervi, debilitato nel corpo, la morte chiaramente vicina, eppure in Gramsci il valore della vita è stato centrale, non c’era nel suo pensiero un anelito all’eroismo. Non ha chiesto la grazia per un solo motivo: l’amore immenso verso i giovani. Piegarsi al fascismo avrebbe significato un “suicidio politico” e lui voleva vivere, voleva farlo attraverso i giovani.

Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. Agitatevi perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi perché avremo bisogno di tutta la vostra forza.

È il motto che scrisse nel 1919 sulla testata del primo numero di Ordine Nuovo. Quasi un superamento dell’idea di classi sociali, in un’unica e unita marea rossa di ragazzi. Ed è in questo sforzo che si nasconde l’amore di Gramsci per i giovani. Il suo riconoscere che la corruzione è un fenomeno quasi fisiologico nell’invecchiare se non si ha dentro di sé una serie di consapevolezze difficili da acquisire e ancora più difficili da mantenere.

Giovani lanciati in difesa dei deboli, pur non essendolo; dei lavoratori, pur essendo studenti; dei disoccupati, pur essendo ricchi. Un anelito all’uguaglianza che ha formato, direttamente o indirettamente, decine di generazioni. Lo stesso quotidiano L’Unità, da lui fondato, nasce con questo intento: formare, informare, unire. L’idea del dualismo proletari/borghesi, proprio del regime sovietico, già scricchiolava in Gramsci: ed è per questo che anche da Mosca lo guardavano con una certa diffidenza. Ed è per questo che, tramontato quel sistema, riscoprire il pensiero di Gramsci è un’opportunità, anche per chi nell’ideologia comunista non si è mai riconosciuto.

L’attenzione di Gramsci alla formazione è enorme e molto poco riassumibile in una piccola rubrica. Evidenzio alcuni aspetti molto attuali:

– la formazione al “mestiere” è di per sé fascista. Basare l’istruzione non sulle nozioni o sulla capacità di azionare una macchina, quanto sulla conoscenza come potenzialità umana e non come dottrina professionale;

– il rapporto alunno/professore, soprattutto nelle università, è verticale, di imposizione. Praticamente l’alunno assiste a delle conferenze e non a delle lezioni. In questo, pur non approvando il pensiero di Croce, gli riconosce il merito di fare cenacolo: una conoscenza che è anche condivisione;

– includere, con sempre maggiore efficacia, i giovani in una consapevolezza culturale evita fenomeni di degrado e subordinazione. Uguaglianza uguale dignità. Dignità uguale cultura.

La stessa gioventù della Resistenza subisce l’eco gramsciano con grande violenza: l’idea della montagna, come luogo di antifascismo, ma anche come luogo di conoscenza, di allegria, di condivisione. Quella generazione, una volta scesa a valle, non si fermò più. Provate solo a immaginare quante rivendicazioni hanno trovato corpo e voce in quei giovani partigiani nel dopoguerra.

La generazione anziana compie sempre l’educazione dei giovani: discordia e conflitto fanno parte di meccanismi di crescita. Di repressione dell’ardore giovanile. La sfida è, invece, riuscire a incanalare questa rabbia. Rendere l’aria “progressista” capace di rappresentare gli ideali dei giovani, molto oltre la loro appartenenza di classe. Si potrebbe obiettare che così si passa dall’essere “educati” da un tipo di anziano reazionario a un altro comunista. Vero. Anche se, in questo caso, temperamento e vivacità non entrano nel frullatore clericale di compressione politico-militare.

I giovani sono in stato di ribellione permanente, perché persistono le cause profonde di essa ed è così che la loro lotta può diventare causa dissolvente della cancrena putrida della vecchia politica. Morbosità, misticismi, sensualismi, indifferenza morale, degenerazioni patologiche si sciolgono come neve al sole: perché non sanno dare una risposta alle nuove esigenze, di una gioventù formata e informata. Solo controllo militare e repressione, un’insufficienza che non lascia orizzonti aperti. Questo grigiore non risolve i problemi dei giovani, anzi: inacerbisce essa stessa i problemi che non sa risolvere.

Il dialogo, persino con i più piccoli attraverso l’invenzione di favole, è centrale in tutto il pensiero e la vita di Antonio Gramsci, come se un comunista, tutto sommato, avesse il dovere di non diventare mai vecchio.

Contributo a cura di Luca Musella

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura (pt.5)
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