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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura (pt.9)

Terra e libertà dal Secondo Quaderno

Chi ha avuto modo di constatare gli effetti della distribuzione della terra nel secondo dopoguerra non può non vedere gli effetti sociali che questa ha avuto: riduzione della povertà, dell’analfabetismo, della malaria, dell’arretratezza e la nascita di una piccola borghesia agraria. In tre generazioni si è passati da schiavi, durante il fascismo, a contadini, fino a diventare professionisti. Tenete conto, ad esempio, che la paga per raccogliere le olive, spesso da terra, senza guanti e in mezzo al ghiaccio era di circa un litro di olio al giorno. I nuovi schiavi in circolazione non stanno che ripetendo i calvari dei nostri nonni.

Nell’Italia del dopoguerra si sono create una ricchezza e una dignità diffuse. Ognuno aveva una vacca da latte e, senza le demenziali norme di adesso, già quello dava un ritorno economico alla famiglia. Piccole rendite che hanno concesso ai contadini di comprarsi una casa, di crescere i figli e farli studiare, di accedere ai servizi socio-sanitari e di ambire a non vivere più di stenti. Un’Italia che sapeva fare il formaggio in casa e che, non ancora triturata dal consumismo, cresceva in competenza e consapevolezza. Una generale e molto diffusa rivoluzione sociale che ha riscattato dalla fame e dallo scuorno milioni di italiani, e alla cui base c’è il pensiero di Antonio Gramsci.

Rende orgogliosi, oltre la propria appartenenza politica, il pensiero che un piccolo sardo abbia contaminato con il suo pensiero sulla Terra e la sua distribuzione i partiti progressisti di tutto il mondo. La lotta agraria, in certe regioni del nostro Paese, fu un fisiologico proseguo della Resistenza. Lo stesso giovanissimo Enrico Berlinguer fu incarcerato per aver preso parte a queste lotte.

Se venisse una legge che facilitasse non coattivamente (notate bene), ma liberamente il trapasso della media e grande proprietà assenteista nei coltivatori diretti del suolo… pagando la terra, si noti bene, con obbligazioni garantite in parte dal reddito della nuova proprietà ed in parte dallo Stato…

Meccanismo che, di fatto, non parla di esproprio o di negazione al diritto di proprietà, anzi di una distribuzione più equa del diritto stesso. Enuncia un anelito che è, contemporaneamente, di responsabilità dei contadini e di uso etico della proprietà. Gramsci si pone così in un territorio concettuale che va oltre il marxismo e, forse, oltre la stessa politica e lo pone, in sostanza, antesignano di quella che sarà la linea della sinistra del futuro: fuori dal capitalismo cannibale delle oligarchie finanziarie, fuori dal massimalismo violento di rivoluzioni impossibili. Si entra in un ambito di rivoluzione dolce, ma a oltranza, in cui l’anelito alla libertà, nella circolarità del termine, si manifesta nella creazione di una felicità possibile e condivisa. Un messaggio così forte e consapevole da condizionare, almeno in parte, anche i partiti di ispirazione cristiana nel dopoguerra.

Le lotte agrarie, condotte spesso dai comunisti, trovarono alcune sponde nella Democrazia Cristiana e nel mondo cattolico, clero compreso. Altrove nel mondo la responsabilizzazione sulla distribuzione della terra è stata il fulcro centrale per coinvolgere i “senza terra” in un processo politico di emancipazione e non solo di inclusione economica. I bisogni, quelli che un Gramsci prigioniero, andava a individuare sempre di più come motore rivoluzionario permanente, oltre gli schemi bolscevichi dai quali si andava progressivamente allontanando. Proprio mentre tentava di concentrarsi su questioni universali, il detenuto Gramsci si vedeva confiscare libri, lettere, oggetti. Questa lotta con il potere fascista, nelle sue meschine violenze, vedeva crescere in lui l’idea che l’individuo è centrale nella lotta politica.

Centrale è dare al contadino una dignità e, solo poi, sperare che da quella dignità scaturisca una consapevolezza. Centrale è formare e informare i giovani, ma solo dopo averli nutriti e cresciuti sani. La terra, quindi, come luogo di bisogno, ma anche come simbolo di identità. Così traspare tra le righe una spiritualità senza religiosità, che vede nel rapporto dell’uomo con la terra, intesa come madre, come sussistenza, come rito di un paese dove si può stare all’aria aperta, elemento cardine di un imprescindibile legame etico. Un’appartenenza assoluta e consolatoria, dove se al detenuto Gramsci potevano sequestrare il suo libro Se il grano non muore, davanti al pensatore Gramsci erano impotenti, non potendo intaccare il suo amore, proprio perché spirituale, per l’odore della terra al tramonto.

Contributo a cura di Luca Musella

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura (pt.9)
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