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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: religione e capitalismo

Perché il cristianesimo si è adattato molecolarmente ed è diventato gesuitismo, cioè una grande ipocrisia sociale dal Secondo Quaderno

È il cattolicesimo visto da Gramsci come parte integrante della società moderna. Un’evoluzione avvenuta lentamente, laddove invece per l’Islam e le tante piccole comunità cristiano-protestanti lo sforzo richiesto per l’adattamento al capitalismo è molto più repentino.

La loro forza a questi inesorabili cambiamenti risiede nella assenza di una massiccia organizzazione ecclesiastica, che dà maggior spazio e risalto al concetto stesso di comunità e al dinamismo. Così il potere seduttivo di queste chiese e credi risiede nella circolarità aggregativa che propone a platee di gente semplice e non sovrastrutturata.

Nelle Americhe del Sud i cattolici trovano sempre maggiore difficoltà a permeare la società, rispetto ai protestanti di provenienza nordamericana e ciò nonostante negli Stati Uniti la religiosità sia molto poca e dando per scontato che le tradizionali chiese protestanti europee non abbiano nessuna presenza sostanziale. Così le chiese “sminuzzate”, proponendosi come punto di riferimento esistenziale, oltre che religioso, hanno maggiori capacità di indirizzare la vita dei propri adepti. Come si concilierà questo con il tritatutto della società del capitalismo?

È chiaro che Gramsci già vede il declino spirituale del papato, come conseguenza del suo potere politico, oltre che della sua vacuità nelle ingiustizie sociali. Così come individua scontri di civiltà e spettri di guerre di religione alle porte. Ma, nella sua lungimiranza, vede anche le guerriglie di religione come potenziale scontro tra classi, come forme di resistenza all’omologazione capitalistica. L’uomo macchina che si rifiuta di aderire alla religione di Stato, quella “gesuitica” perfettamente integrata e complice del sistema. Un continuo scontro tra presente e passato, dove non si riconosce agli altri credi il tempo necessario per un’evoluzione armonica, dimenticando però i secoli che sono stati necessari al cattolicesimo per raggiungere l’omologazione alla società.

L’Islam si evolverà, anzi sostituirà, all’internazionalismo teocratico, una sempre maggiore visione localistica. Così parleremo di vari Islam, con visioni della stessa religiosità, antitetiche tra loro. Stesso discorso per le micro chiese protestanti che proliferano non solo nei Sud del mondo, ma anche nelle nostre città europee. Basta fare un giro nelle periferie per capire che, con un secolo d’anticipo, Gramsci aveva intuito tutto.

L’Islam si evolverà? Potrà rimanere tal quale? No: già non è più quello di prima della guerra. Potrà cadere d’un colpo? Assurdo. Potrà essere sostituito dalla religione cristiana? Assurdo pensarlo per le grandi masse.

Capitalismo e religione, capitalismo contro religione. In realtà l’alienazione urbana causata dallo sfruttamento del proletariato, dal dolore intrinseco del lavoro, crea ampi vuoti: politici, culturali ma, in special modo, spirituali. L’uomo macchina non riesce più a sentire la presenza del sovrannaturale e così si rifugia in comunità piccole, siano esse di una religione qualsiasi, purché non di apparato, al fine di raggiungere con la condivisione e l’appartenenza quell’adesione al cosmo che, in qualche modo, rende più tollerabile la vita. Così sia l’Islam che le piccole comunità protestanti vivono un perenne ritorno al passato, alle prime scritture, ai riti primordiali cercando forme di resistenza all’alienazione contemporanea.

Appare poi il motivo del ritorno alle origini tale e quale come nel cristianesimo; alla purezza dei primi testi religiosi contrapposta alla corruzione della gerarchia ufficiale.

Anzi, i tentativi di unità pancristiana e di riforme dell’Islam dimostrano come anche gli apparati di queste religioni tendano inesorabilmente al gesuitismo e alla creazione di gerarchie ufficiali simili al cattolicesimo: ci vorrà solo del tempo.

In effetti, la macchina dell’omologazione non prevede sacche di disubbidienza. Così messa in moto un’oasi di resistenza, qualunque essa sia e in qualunque ambito, immediatamente i sicari del capitalismo tentano di corromperla e di renderla organica alla visione della maggioranza. L’Islam, come le tante altre religioni non cattoliche, va interpretato come elemento di disturbo allo sviluppo industriale, almeno fino a quando queste peculiarità entrano in conflitto con la società moderna. Così vedremo forme sempre più moderate di Islam che fungeranno da “catalizzatore” per altre forme di Islam più tradizionaliste ed estreme. Stesso discorso, è evidente, nelle piccole chiese protestanti, dove alle rigidità comunitarie, verranno sovrapposte sempre maggiori leggerezze perché utili allo sviluppo omologante e consumista.

Contributo a cura di Luca Musella

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