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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: natura e contronatura

Natura e contronatura dall’Ottavo Quaderno

Ognuno, nel suo intimo, crede di sapere esattamente cosa ciò significa, ma se si domanda una risposta esplicita, si vede che la cosa non è così facile.

Il senso di quello che è naturale è frutto di ciò che sembra “giusto e normale” in un determinato periodo , secondo quella che Gramsci definisce coscienza storica, che è quindi in perenne divenire. Molte azioni che gli animali compiono, ad esempio, sono certamente naturali, essendo gli animali i simboli della natura per eccellenza, eppure traslate all’uomo assumono aspetti sinistri: queste forme di ragionamento si sentono talvolta a proposito di problemi legati ai rapporti sessuali.

La natura dell’uomo è l’insieme dei rapporti sociali che determina una coscienza storicamente definita, e questa coscienza indica ciò che è naturale o no.

Non bisogna, però, avere paura di cadere in qualche forma di relativismo o di scetticismo morale. Fare libertà è la meravigliosa espressione che usa Gramsci e significa scegliere gli elementi che costituiranno la coscienza autonoma. La scuola, ad esempio, è obbligatoria perché necessaria, oggettivamente necessaria, ma non è in se stessa naturale. Viceversa, alcuni meccanismi di produzione sono indispensabili in quel dato momento e in quel dato rapporto di forze, anche se in realtà non sono per niente “naturali”. Uguale discorso vale per il principio kantiano: opera come vorresti che operassero tutti gli uomini nelle stesse circostanze. Così: un marito geloso che ammazza la moglie pensa che tutti gli uomini dovrebbero ammazzare le mogli infedeli. È chiaro che in quello che definiamo naturale rientrano i più confusi dettami religiosi, fino a tutte le superstizioni morali.

Il problema da porsi è un altro: cioè questa concezione ha in sé i caratteri di una certa durata? Oppure è mutevole?

Sostituire consuetudini può causare turbamenti e non è escluso il sorgere di periodi di rilassatezza, anzi di libertinaggio e di dissolvimento morale. Ma questo è fisiologico in alcuni momenti storici: una vecchia concezione si disgrega e un’altra nasce, ma quella in disgregamento tenta di mantenersi coercitivamente, costringendo la società a forme di ipocrisia alle quali appunto i periodi di rilassatezza e libertinaggio reagiscono.

Il pericolo è, invece, nella teoria fatalistica della natura come forza bruta, secondo la quale tutto si giustifica e ogni responsabilità individuale viene annegata nella responsabilità sociale. Se questo fosse vero, il mondo e la storia sarebbero immobili sempre. L’ambiente può solo spiegare certi comportamenti, mai giustificarli. Il rischio di lassismo o di forme ipocrite e rivoltanti di conservatorismo si sconfigge con la tensione al cambiamento che si manifesta attraverso l’educazione: La storia è una lotta continua di individui e gruppi per cambiare la società, ma perché ciò sia questi individui e gruppi dovranno sentirsi superiori alla società, educatori della società ecc.

Al concetto di naturale, quindi, si può contrapporre quello di artificiale. Viaggiare in ferrovia è artificiale, ma è una convenzione che oramai accettiamo in massa come naturale. Così come la prigione, la luce in casa, la stessa abitudine a non fare i propri bisogni davanti ad altri, sono convenzioni artificiali, eppure sono cose che definiamo naturali.

La stessa distinzione clerico-fascista, spesso sottotraccia, tra i peccati naturali a quelli innaturali, come le omosessualità – dove ai primi ci sta sempre un rimedio terreno, mentre sui secondi si varia tra stagni di fuoco e gironi dell’inferno – fa sempre riferimento a concezioni di natura date da determinate situazioni storiche. Nessun prete, nemmeno il più retrogrado, si sognerebbe oggi di consigliare comportamenti indicati come naturali nel Vecchio Testamento, definendoli “normali e giusti”: in quel caso vince la lettura per simboli e interpretazioni, spesso assai arbitrarie, del testo biblico. Così la concubina che si accinge a sedurre un re passa dall’essere una potenziale meretrice a una visione celestiale e simbolica della chiesa o comunità, che si fa bella per essere accolta da dio. Eppure, viceversa, si fa sempre riferimento a letture puramente testuali per condannare le altre sessualità non etero.

Il capitalismo con le sue derive cannibalesche individua, di volta in volta, strumenti di sottomissione per le masse. I meccanismi di produzione della nostra era glaciale sono quanto di più lontano possibile da ogni idea di natura, eppure nessuno li condanna in questa chiave. Il consumismo, con le sue derive ossessivo-compulsive, porta l’uomo a distruggere la natura e se stesso, eppure lo si giustifica proprio in base all’idea di natura, di legge della giungla propria del cannibalismo dei capitalisti: sfruttare ogni risorsa, fino al suo esaurimento. Ma nella giungla mica funziona così.

Contributo a cura di Luca Musella

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