le ghiande e le querce gramsci
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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: le ghiande e le querce

Le ghiande e le querce dal Nono Quaderno

Si potrebbe porre così la quistione: ogni ghianda può pensare di diventar quercia. Se le ghiande avessero una ideologia, questa sarebbe appunto di sentirsi gravide di querce. Ma, nella realtà, il 999 per mille delle ghiande servono di pasto ai maiali e, al più, contribuiscono a crear salsicciotti e mortadelle.

L’ottimismo come propensione astratta ad avere un’indole positiva è, molto spesso, un modo di difendere la propria pigrizia. La realtà, con il suo carico di dolcezza e dolore, va affrontata e non accettata con un senso di lieve irresponsabilità. Un ottimismo così è anche una forma di fatalismo e di meccanicismo. Contare solo ed esclusivamente su fattori esterni che, misteriosamente, avrebbero a cuore lo sviluppo positivo della storia e non il proprio tornaconto personale. In questo senso Gramsci legge anche l’entusiasmo come una forma di feticismo. Ma ottimismo ed entusiasmo hanno senso solo quando si basano sulla conoscenza, sull’intelligenza e sulla volontà.

Il solo entusiasmo giustificabile è quello che accompagna la volontà intelligente, l’operosità intelligente, la ricchezza inventiva in iniziative concrete che modificano la realtà esistente.

L’ottimismo, quindi, è una forza ad agire concretamente nella società e a non abbandonarsi a essa. La storia è piena di generazioni che si sono sentite “in transito” rispetto alle precedenti. Questa percezione dà, appunto, l’illusione della ghianda che è convinta di diventare quercia per opera e volontà esterne alla ghianda stessa. Ma è così?

Si legge spesso che si è in attesa di un Cristoforo Colombo che scoprirà una nuova America dell’arte, della civiltà, del costume. Si è letto anche che noi viviamo in un’epoca pre-dantesca: si aspetta il Dante novello che sintetizzi potentemente il vecchio e il nuovo e dia al nuovo lo slancio vitale.

L’attesa che, come in molti passaggi stretti della nostra esistenza, crea aspettative nevrotiche, lontane dalla potenzialità concreta di realizzarsi. Ma che, proprio in quanto formatesi nel nostro cervello “gravido”, partoriscono umori euforici e atteggiamenti di infantile ottimismo.

La realtà, nelle sue pieghe crudeli, si nasconde al nostro sguardo attraverso queste “narrazioni”, che generano entusiasmi e ottimismi ingiustificati, perché sono semplici proiezioni di desideri irrazionali. Come quei bambini che si fidanzano con la più bella della classe senza però dirglielo né, tantomeno, averne il consenso. Una tensione interna a noi stessi che, mentre in un bambino fa tenerezza, in un adulto occidentale determina uno scivolamento verso una natura nevrotica.

Si tratta di una forma di “senno del poi” delle più strabilianti. In realtà, con tutte le professioni di fede spiritualistiche e volontaristiche […], il pensiero che domina è quello evoluzionistico volgare, fatalistico, positivistico.

Vuotezza e disoccupazione intellettuale e morale, per intenderci. Quel senso vano di attesa, di ha ddà passà ’a nuttata, che accompagna quei momenti della vita in cui solo la speranza non ci fa soccombere alle asperità. Ma l’io politico deve superare questa forma superstiziosa di accettazione del destino e agire. Muoversi in un campo determinato da fattori certi, quelli che solo dei valori universali sanno darci.

L’ideologia, quindi, scevra dalla natura feticistica diventa un binario dove non perdere di vista identità e scopi. Ideologia che diventa panorama mentale, dentro il quale trovare sempre risposte concrete alle proprie fragilità. Ideologia necessaria e imprescindibile a ogni agire connotato dall’intelligenza, prima che dall’ottimismo e dall’entusiasmo.

Del resto, quanti movimenti nati su questioni alte e condivisibili sono naufragati sotto i nostri occhi, proprio per la loro intrinseca assenza di ideologia? Di un quadro generale entro il quale evolversi e non isolarsi e cadere nelle mille trappole del relativismo etico e politico? Un ottimismo, un entusiasmo legati a piccole faccende locali non crea sviluppo umano e il meschino naufragio del MoVimento 5 Stelle ne è prova lampante. Aggregando, infatti, mille buone intenzioni, mille buoni propositi, mille buone cause ma senza avere quel substrato ideologico attraverso cui legarle, ogni piccola ghianda di questo movimento si è sentita quercia, per finire miseramente a sfamare qualche maiale.

Gli stessi tentativi a sinistra delle passate elezioni sono nati da esigenze ed emergenze elettorali e non, invece, poggiando su un sentire vasto e condiviso. Si è aperta così la strada nella sinistra radicale per la sansonettizazzione, trasformando nobili iniziative in accozzaglie di personaggini in lite pure sulla ricetta giusta per lo spritz.

Dello stesso tono livido da lettino psichiatrico sono i mille partitini comunisti mono personali (anche io ne avevo uno, il PCLP – Partito Comunista di Luca del Pendino) che, sentendosi nevroticamente parte integrante di una leadership nazionale, vorrebbero trattare personalmente posti e carriere, oltre che imporre la propria piccolissima e settaria identità. Immaginate una tavola rotonda con diecimila segretari di partiti monocellulari, alcuni dei quali senza nemmeno un cugino votante al seguito.

È la nevrosi dell’uomo occidentale, sospeso tra un’inutilità assoluta e un ottimismo cupo, borioso, fine a se stesso. Io ho sciolto il mio personale PCLP, ma l’ho fatto senza porre condizioni a me stesso, tantomeno agli altri. Costruire una base unita gramsciana è, invece, l’unico modo per essere realmente ghiande “gravide” di querce.

Contributo a cura di Luca Musella

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura

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