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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: il popolo

La tecnica del pensare dal Quarto Quaderno

Osservazione, esperimento, ragionamento induttivo o deduttivo, abilità, fantasia. Ragionare, semplicisticamente. Ogni sentimento o interesse immediato turbano il processo logico. Eppure è nello sviluppo intrinseco di essere uomini e, quindi, dotati di sentimenti e interessi immediati, che risiede lo sforzo dell’intellettuale. Altrimenti si cade nel tranello di Il’ič nella novella di Tolstoj (Gli uomini sono mortali, Caio è un uomo, ma io non sono Caio ecc.).

Il passaggio dal sapere al comprendere al sentire e viceversa dal sentire al comprendere al sapere. L’elemento popolare “sente”, ma non comprende né sa, l’elemento intellettuale “sa” ma non comprende e specialmente non sente. Il perenne conflitto tra la pedanteria e la passione cieca. Tra il filisteismo e il settarismo. Non che il pedante non possa essere appassionato, tutt’altro: la pedanteria appassionata è altrettanto ridicola e pericolosa che il settarismo o la demagogia appassionata.

La grande intuizione gramsciana è nell’individuare i limiti di ogni approccio troppo celebrale, sia esso scientifico o empirico, perché l’errore dello studioso è nel credere che si possa sapere senza comprendere e senza sentire. Un’orizzontalità degli occhi, del cuore e della mente che pone l’individuo dentro e non di lato o sopra la storia. Ogni ricetta sociopolitica diventa così sintesi di saggezza e di una catena di legami alla realtà che è prima intimissima e, solo poi, quella che si vuole analizzare. In questo senso e in ogni agire è la passione che genera autenticità, cioè senza essere sentimentalmente uniti al popolo, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole, cioè spiegandole (e giustificandole) nella determinata situazione storica e collegandole dialetticamente alle leggi della storia, cioè ad una superiore concezione del mondo, scientificamente elaborata, il sapere.

Un pensiero che è in sintesi l’unico agire politico possibile, se ci si richiama a valori dell’uguaglianza, superando di fatto ogni dogmatismo imposto e posticcio. Ogni presunta altezza rispetto al popolo è una sconfitta del pensiero. Solo immersi in un totale amore per le masse si è legittimati a essere portatori dei loro interessi. Solo capendone i più banali bisogni, si riesce a elaborare sogni universali e, nel caso di Gramsci, immortali. Questo è il fiume sottile dell’idea gramsciana che ha inciso e invaso ogni formazione politica del lavoro, ogni rivolta agraria, ogni vera rivoluzione di popolo. La stessa Resistenza ha un binario che la lega da una parte alla lotta al nazifascismo, dall’altra all’idea della costruzione di una società fondata sull’uguaglianza e sulla pace. Ma, guardando in giro, non è difficile trovare esperienze che si richiamano direttamente a questo pensiero.

Alla base della sinistra di Lula in Brasile, ad esempio, c’è prima la cesta basica (un minimo di derrate alimentari per sopravvivere nelle favelas) ma, contemporaneamente, una riforma dell’istruzione che ha fatto uscire dall’analfabetismo decine di milioni di brasiliani. Solo così, non commettendo l’errore di immaginarsi sopra il popolo, si costruisce un agire politico che contrasta l’orrore del presente, costruendo un futuro diverso. Se l’intellettuale non comprende e non sente, i suoi rapporti col popolo-massa sono o si riducono a puramente burocratici, formali: gli intellettuali diventano una casta o un sacerdozio.

L’ego disturbato di tanti esponenti degli eserciti della bontà, ad esempio, dimostra quanto talvolta il narcisismo del volontario, il suo nascondersi dietro una presunta gratuità economica, generi dei mostri politici, più simili a clerico-fascisti alla ricerca di visibilità, che a operatori del bene. Idem per intellettuali di presunta sinistra, talmente scollegati dalla realtà da confondere bisogni collettivi con esigenze di salotto personale. La stessa ignoranza brutale sui reali problemi che quasi venti milioni di italiani attualmente quasi poveri hanno quotidianamente richiama a questa scissione tra l’appartenenza sterile a un pensiero più o meno alto e la capacità di praticarlo nel reale.

Ingrao disse una volta che essere comunisti è molto facile, il difficile è praticarlo ogni giorno. Comprendere è sentire, sentirsi parte, solo poi avere strumenti culturali per elevare il proprio pensiero una scientificità e a un agire politico. Persino il marxismo è letto da Gramsci in una perenne dimensione storico-critica, oltre che politica, ed è, forse, proprio per questo che la sua pericolosità turbò i bolscevichi.

Agire nel presente è dato da una adesione organica in cui il sentimento passione diventa comprensione e quindi sapere (non meccanicamente, ma in modo vivente), allora solo il rapporto è di rappresentanza, e avviene lo scambio di elementi individuali tra governanti e governati, tra diretti e dirigenti, cioè si realizza la vita d’insieme che sola è la forza sociale, si crea il blocco storico.

Contributo a cura di Luca Musella

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: il popolo
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