Cultura

Gli “orchi russi”: la mostrificazione del soldato nemico

Primo fotogramma: un soldato, mani e piedi legati, è in ginocchio. Lo tengono immobile, nella terra polverosa, la testa avvolta in una busta nera. Chiunque sia, è preso, sconfitto, costretto alla resa. Vorrei sapere che faccia ha. La videocamera gira, riprendendo un campo pieno di macerie. Un carro armato distrutto, un casolare bruciato. Fumo che sale lento e piccole fiamme. La telecamera si sofferma sul rottame, col suo motore sventrato e le sue lamiere accartocciate. La didascalia del video recita: Bundles of captured orcs. Una banda di orchi appena catturati. Lo hanno postato i giornalisti di Tpyxa, uno dei canali social d’informazione più attivi in Ucraina. Fotogramma dopo fotogramma, i giornalisti ci stanno restituendo le immagini della guerra russo-ucraina in tempo reale.

Una banda di orchi. Questa locuzione, usata per descrivere i russi catturati, mi incuriosisce. Mi basta cercare su Twitter Tpyxa + orchi per trovare una carrellata di clip con didascalie sulla linea: Azov e gli orchi catturati, Preparando gli orchi per la griglia, Orchi arrosto fuori Donetsk. Scopro, nella mia ricerca, che i media nostrani hanno subito colto la metafora: La cattura dell’orco russo!, Gli orchi sono dappertutto, L’Ucraina si arma contro gli orchi!, tuonano tutti assieme. Nel coro, spicca un’intervista riportata dal Corriere.it dove a parlare è una mammina cecchina. La tiratrice scelta ucraina, dopo aver sottolineato quanto ami i suoi bimbi e suo marito, racconta come i soldati russi siano tantissimi, proprio come gli orchi dei videogiochi dei suoi figli. Queste non sono persone, rincara, i nazisti non erano così vili come questi orchi.

Anche il suo nomignolo, Ugolik (carbone), suona come quello di una guerriera fantasy. Il suo volto è stato postato su tutti i social delle forze armate ucraine, che l’hanno chiamata eroina della guerra moderna. Insomma, Éowyn con una savash calibro 300. Ci sono anche già le illustrazioni per questa favola: orchi russi insanguinati con i trofei dei bimbi che hanno divorato, cavalieri scintillanti con stendardi gialli e blu, addirittura il Cremlino in versione Mordor. E proprio l’ultima analogia l’ho trovata curiosa. Mi spiego: nella fantasia popolare, soprattutto quella germanica, gli orchi sono dappertutto. Cattivi delle favole per eccellenza, gli orchi sono grossi e stupidi, con le zanne aguzze e voraci di carne umana – soprattutto quella fresca e tenera dei bambini. Ma, più di ogni altro autore, è stato J. R. R. Tolkien a dargli un nuovo ruolo: quello di esercito nemico.

Non più sotto i ponti, nei boschi e nei fiumi, gli orchi del Professore hanno trovato un quartier generale. Mordor, la terra del male, situata proprio a Est. Gli orchi sono forse tra le poche stirpi totalmente asservite al male, prive di redenzione. Questo perché, diversamente da tutte le altre razze – che mostrano ambivalenza – nell’opera di Tolkien gli orchi sono in realtà elfi torturati, mostrificati, resi soldati senza volontà. Ma questi aspetti, la loro mostruosità e militarizzazione, sono stati spesso letti in modo allegorico. Dato che gli eroi del Professore vengono da Nord, in realtà gli orchi sarebbero una caricatura dei nemici dell’Occidente. Lettura abbastanza semplicistica, costantemente smentita dallo stesso Tolkien, che rifiutava espressamente ogni tipo di allegoria. Le lande oscure in realtà dovevano trovarsi a Nord, ma a causa di Númenor furono spostate. Eppure, i nazionalisti e suprematisti bianchi credevano di aver trovato in lui un alleato.

Ma perché questa ossessione? Forse perché l’Occidente da sempre mostrifica il suo nemico. Quando i conquistatori europei si recarono al di là del mare portarono con loro un immaginario antico, retaggio medioevale, che concepiva il mondo oltre i confini come popolato da mostri. Di conseguenza, tutti i popoli che incontravano dovevano essere tali, delle bestie subumane. Ne ha scritto la psicologa e accademica Chiara Volpato in un brillante saggio sulla deumanizzazione: la distorsione del diverso, dell’Altro, fino a fargli perdere la sua identità di uomo. Una delle sue forme è l’animalizzazione: la narrazione dell’Altro come semi-animale, scimmia senza intelletto, elemento fondante del pensiero coloniale. Giustificò la tratta degli schiavi africani, marchiati e venduti come bestie; lo sterminio di incas, maya e aztechi da parte dei conquistadores; e le pagine dei giornali americani che rappresentavano i nativi come bestie ripugnanti, sporche e inumane, porci, cani, lupi, serpenti, maiali, babbuini, gorilla, oranghi.

Jefferson li chiamò bestie delle foreste, da perseguitare fino allo sterminio. Perché se toccarli creava lo stesso disgusto che si prova mettendo la mano su un rospo o un serpente, quale umanità potevano possedere? Insisto sul Nord America perché proprio qui la deumanizzazione di carattere subumano passò alla deumanizzazione di carattere sovraumano. La cultura dei coloni inglesi contribuì alla fusione dei nativi americani con l’elemento satanico, trasformandoli in diavoli rossi. E proprio lì, nella demonizzazione, emerge tutta la paura che li attanagliava. E non furono solo i popoli degli antipodi a cadere vittime di mostrificazione: basti pensare alle donne, immaginate come streghe, demoni, entità crudeli e perverse. E così si accendevano i roghi. Di questo quadro fanno parte anche i poveri, come i contadini francesi: La Bruyère li descriveva come animali astiosi, che di notte si ritirano nelle loro tane dove si nutrono di pane nero, acqua e radici.

Insomma, come dei goblin, degli orchetti, dei piccoli Gollum. Rapidi, i figli del colonialismo stabilirono che le creature di Tolkien non potevano che essere i deumanizzati. Così, il Professore ebbe delle attenzioni non gradite: quelle dei nazisti. Seguitemi: ogni volta che la propaganda vuole legittimare la violenza, ha bisogno di ristrutturazioni cognitive. Primo: la guerra deve diventare morale, una guerra santa, una guerra giusta. Secondo: ci deve essere confusione sulle conseguenze. I morti civili devono diventare danni collaterali, e l’informazione focalizzata unicamente sui nostri caduti. La responsabilità va diluita: stiamo solo obbedendo agli ordini. Infine, si deve lavorare sulle vittime: non possono restare umane. Come la categoria del terrorista è servita, nell’immaginario americano, a incrementare il consenso verso ritorsioni militari in seguito all’11 settembre, così è servita quella di Untermenschen, il sottouomo ebreo.

Uno dei più feroci strumenti di propaganda del regime era Difesa della Razza, rivista pubblicata dal 1938 al 1943. Le illustrazioni surreali della rivista erano le armi più potenti perché le immagini mostrano ciò che ancora non si può dire. Creature agghiaccianti, metà ragno e metà uomo, infestavano i soffitti delle camerette, avvoltoi col viso umano e il naso adunco volteggiavano sulle città in fiamme. Topi, serpi, microbi e parassiti, insetti, piaghe e veleno. Spesso, gli ebrei erano diavoli, uccisori di Dio, con le corna lunghe e gli occhi da rettile. Questa costruzione di immaginario è stata il preambolo necessario al genocidio: tra le ultime illustrazioni di Difesa, compariva una silhouette umana. Il titolo recitava: Cosa si potrebbe ricavare da un corpo umano? In alto, delle scatole di fiammiferi: abbastanza fosforo per confezionarne 750mila. In basso, una zuccheriera: 125 grammi di zucchero. Accanto, un contenitore con abbastanza sale per riempire 40 cucchiai. Alla fine, una strada di notte, illuminata: con la sua combustione, abbastanza gas da illuminare una strada lunga un km per un’ora.

Quando un noto editore tedesco mise le mani sull’opera di Tolkien, non gli sembrava vera: aveva scovato un’epopea nordica, basata sui miti tedeschi, ma moderna e affascinante. Un mondo diviso in razze, dove il nemico era grigio e demoniaco. L’editore scrisse a Tolkien una lettera ammirata, chiedendogli se avesse una discendenza ariana. Gli arrivò solo una risposta stizzita: se volevate scoprire se sono di origine ebrea, posso solo rispondere che purtroppo non sembra che tra i miei antenati ci siano membri di quel popolo così dotato. Inoltre, il Professore, da buon filologo, spiegò che gli “ariani” erano in realtà gli indo-iraniani e non i tedeschi. Morale della favola: Lo Hobbit non venne più pubblicato in Germania. Anzi, questo scambio non fece che inviperire Tolkien, che per tutta la durata del regime si scagliò contro i tentativi maldestri nazisti di appropriarsi della mitologia nordica, pervertendo e distorcendo il suo senso originario.

Contrario a ogni propaganda, Tolkien definì Hitler un ignorante, Stalin un vecchio assassino, rinnegò la Gran Bretagna e il Commonwelth – ma non l’Inghilterra – e criticò le manie di massa statunitensi, arrivando a dubitare che quelle dei soviet fossero peggiori. Era, in fin dei conti, un auto-proclamato anarchico, che dubitava degli accentramenti di potere nelle mani di chiunque. Scrisse, negli anni seguenti, che i tedeschi avevano lo stesso diritto di definire polacchi ed ebrei “vermi da schiacciare”, “creature subumane”, quanto noi di definire così i tedeschi: e cioè nessuno, qualunque cosa abbiano fatto. Allo stesso tempo, temeva la celebrazione acritica dei poemi germanici, l’esaltazione di un eroismo marziale fine a se stesso. Scriveva che dobbiamo ricordare ciò che il poeta del Beowulf vide chiaramente: la paga dell’eroismo è la morte.

La sua figura, così burbera e sfuggente, diventò iconica: osannato dagli hippie, divenne un’immagine contro la guerra del Vietnam, citato dai Beatles e dai Led Zeppelin. Ugualmente, i revivalisti della tradizione celtica continuano ad amarlo: tra di loro, ci sono Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Simone Pillon. Nei raduni di Pontida, con le loro corna di plastica e gli sguardi appannati, i leghisti si esaltano anche per Il Signore degli Anelli, per loro simbolo di un glorioso passato vichingo. Forse, vedono il loro leader come un potente Beowulf, pronto a sgominare i nemici. E questi tre dell’apocalisse sul tema nemico ci hanno giocato tanto, facendo leva su una delle componenti principali della deumanizzazione: la numerosità. La proliferazione incontrollata, la metastasi: il nemico che si palesa come orda, come ammasso brulicante di insetti.

Campeggiava, nelle riviste fasciste, un motto: un ebreo per ogni mille italiani, non sopra ogni mille italiani. Di seguito, si analizzava la “diffusione ebraica” in ogni città, valutando se quei piccoli omini fossero troppi o meno. Le regioni a più alta concentrazione erano evidenziate in rosso e le province con più di un ebreo ogni mille italiani segnalate. Non mancavano grafici annessi sui matrimoni misti. Il rimando è ovvio: tolleranza sì, ma limitata, arginata. E la riproduzione va controllata. Altrimenti, si arriverà alla distruzione italiana. Un manifesto un po’ vintage della Lega Nord riporta lo stesso meccanismo: col passare degli anni, gli omini neri si moltiplicano, superando i bianchi. Lo slogan: la loro integrazione, la nostra distruzione. Il nemico ci sta invadendo da dentro, crescendo come un tumore nel nostro Paese.

Seguono barconi con su scritto L’orda no!, un giovane Salvini con lo slogan Difendiamo i confini: stop invasione e, infine, il mio preferito: guardatelo voi stessi. Non solo c’è una pesante enfasi sulla numerosità – Fermiamoli!!! Arrivano a milioni – ma anche una caratterizzazione degna di Difendere la Razza, dalla prostituta allo stupratore. I migranti sono materiale inassimilabile, grezzo, rifiuti, relitti umani. E sono tutti uguali: l’enfasi che c’è sul numero, sull’orda, sullo sciame, è necessaria a far perdere l’individualità di ogni soggetto, renderlo una massa indistinguibile. È così che i morti in mare perdono valore: non erano noi, erano una banda di invasori. A testimonianza di questa alterità radicale c’è la difficoltà di integrazione delle minoranze: non sono come noi, non possono restare, sono troppo diversi. Sono oggetti sessuali, vù ciulà, sono animali, vù stuprà, senza controllo, vù drugà, sono milioni, vù cumprà.

Non posso fare a meno di ripensare a quel video. Bundles of captured orcs. Il soldato russo incappucciato. La sua individualità nascosta. L’auto in fiamme, che forse conteneva cadaveri carbonizzati, descritta come un arrosto di orchi. La cecchina, che enfatizza la numerosità, sono tantissimi, come gli orchi dei videogiochi. E non sono persone. Sono il male assoluto, privi di redenzione, privi di umanità. Sono gli orchi di Tolkien e gli orchi non provano dolore. Gli orchi non hanno cultura, e quella che c’è deve essere cancellata, boicottata, perché intrinsecamente malvagia.

Non posso esimermi da questa analisi, nonostante la mia solidarietà sia con l’Ucraina. Perché se non si denuncia in primis il proprio imperialismo, non si è credibili quando si denuncia quello degli altri. Non posso puntare il dito contro la propaganda del Cremlino, contro la distorsione del nemico e della realtà che Putin sta operando nel suo Paese da anni, se in Italia iniziamo a usare gli stessi mezzi. Identificare i nativi americani come diavoli rossi era deumanizzazione. Parlare di orde di immigrati africani è ancora deumanizzazione. La retorica putiniana degli ucraini nazisti è deumanizzazione. E lo è chiamare i soldati russi orchi, per coerenza intellettuale.

Posso comprendere come un soldato, per meccanismo di difesa, abbia bisogno di creare un immaginario fantastico, eroico, distaccato dalla realtà. Ma non che i professionisti dell’informazione indulgano nella mostrificazione. Se proprio vogliamo tirare in ballo Tolkien, fuori da ogni allegoria, c’è un messaggio limpido nel suo romanzo. Se si usano gli stessi mezzi del “nemico”, ci si rende indistinguibili da lui. Tutti i personaggi che provano a usare l’anello per il bene cadono vittime del suo potere, dai più giusti ai più innocenti. Mi torna in mente Effetto Lucifero, film basato sull’esperimento carcerario di Stanford, condotto nel 1971 dallo psicologo Zimbardo nell’Università di Stanford. Qui, a dei semplici studenti fu chiesto di fare una simulazione. Ad alcuni furono assegnati i ruoli di guardie e ad altri di prigionieri.

I prigionieri furono obbligati a indossare ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti che dietro, un berretto di plastica, e una catena alla caviglia. Le guardie invece erano in uniforme, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardare i loro occhi, erano dotate di manganello, fischietto e manette. L’abbigliamento serviva a far perdere l’individualità ai partecipanti. A essere selezionati erano solo ragazzi senza alcuna tendenza violenta. Dopo due giorni, i detenuti si strapparono le divise e si barricarono all’interno delle celle. Le guardie iniziarono a intimidirli e umiliarli. Costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare e a pulire le latrine a mani nude. I prigionieri cominciarono a diventare passivi, disgregati individualmente e collettivamente, mentre le guardie sempre più sadiche. Zimbardo fu costretto a interrompere l’esperimento.

Dopo, i partecipanti ripresero coscienza di sé. Le guardie ammisero di aver visto i loro compagni come pecore, bestiame. Alcuni si sentivano stanchi e disgustati e si forzarono a deumanizzarli per facilitarsi le cose. Uno dei prigionieri che più di tutti aveva resistito agli abusi, e mantenuto una dignità, dichiarò che semplicemente si considerava un essere umano. Il meccanismo psicologico della deumanizzazione è subdolo, sottile, ma attecchisce rapido. Basta una parola, lo sdoganamento di un concetto. Da lì, è difficile tornare indietro. Non possiamo permetterci questo rischio. Nella nostra posizione, abbiamo la responsabilità di opporre dei valori saldi, contrari a quelli che hanno portato all’invasione dell’Ucraina. Dobbiamo essere il prigioniero che ricorda di essere umano, non un ingranaggio della macchina.

Gli “orchi russi”: la mostrificazione del soldato nemico
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