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Halloween, l’Italia che dice no alla festa americana

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
11 Giugno 2021
in Rubriche
Tempo di lettura: 3 minuti
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Nata tra il Regno Unito e il nord della Francia, nome d’origine irlandese (All-Hallows-Eve, notte prima di Ognissanti) che vuol simboleggiare “la fine dell’estate”, la festività di Halloween è ormai un evento celebrato in tutto il mondo, Italia compresa. Sono sempre più, infatti, locali, discoteche, bar, come anche librerie e negozi di altro genere, che si tingono di nero e d’arancio per la notte del 31 ottobre, ornando i propri spazi con le celebri zucche, scheletri, ragni e streghe.

E se l’aspetto macabro della festa è stato istituito al di là dell’Oceano, negli Stati Uniti, è ormai usanza globale quella di mascherarsi per bussare alle porte del proprio vicinato intonando la consueta frase dolcetto o scherzetto, pronti a fare il pieno di caramelle e cioccolata. I costumi più gettonati sono – chiaramente – mostri e abitanti del regno dei morti, gli zombie e i soggetti più spaventosi delle favole più rinomate. Negli ultimi anni, tuttavia, la creatività dei ragazzi a stelle e strisce ha parodizzato chiunque, trasformando dai vip della televisione ai Presidenti della Casa Bianca, fino ai principali caratteri dei cartoni animati, in straordinarie e coloratissime maschere da festa.

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Eppure, non tutti sanno che, in alcune zone del nostro Paese, l’usanza di celebrare la notte precedente quella del 1 novembre ha vecchie radici che nulla hanno a che fare con la più famosa Halloween, ma che non per questo sono meno ricche di tradizione e storia. Al contrario, è nei piccoli borghi, tra le vie delle cittadine più nascoste dello Stivale che la ricorrenza assume caratteri particolari e folcloristici.

Ad esempio, in Calabria, precisamente a Serra San Bruno, vi è la secolare tradizione del Coccalu di muortu, la testa di morto, il teschio. I bambini del paese, infatti, intagliano una zucca riproducendo le fattezze del cranio e, girovagando per le proprie strade, interrogano i passanti con la frase: Mi lu pagati lu coccalu? (Me lo pagate il teschio?). Tanti soldini garantiti! Stessa usanza in Friuli, dove era diffusa la consuetudine di scolpire zucche al fine di rimpinzare i salvadanai dei più piccoli.

In Sardegna, invece, la festa è conosciuta nel sud dell’isola come Is Animeddas o Is Panixeddas, nell’Ogliastra come Su Prugadoriu e nel nuorese come Su mortu mortu. Si tratta di una tradizione antichissima, la quale prevede che i bambini, i sos chi toccana (quelli che bussano), si rechino di casa in casa per chiedere alle persone incontrate sull’uscio di pregare e fare del bene per le anime dei morti, richiedendo – già che ci sono – dei piccoli doni da tenere per sé. La frase “magica” è: Mi ddas fait is animeddas? (Mi fa le piccole anime?) o Carchi cosa pro sas animas (Qualcosa per le anime).

Altra storia, ugualmente affascinante, è quella che riguarda Orsara, nel nord della Puglia, quando la notte tra l’1 e il 2 di novembre si celebra l’antichissima usanza del fucacoste (fuoco fianco a fianco). Secondo la tradizione, di fronte a ogni abitazione vengono accesi dei falò per illuminare la strada di casa ai defunti che in quella notte tornerebbero a visitare i propri cari, come d’abitudine anche nel Día de Muertos messicano, rappresentato meravigliosamente nella pellicola cinematografica di Coco (Disney, 2017). Al giorno seguente, sulla brace di quegli stessi falò, viene quindi cucinata della carne che tutti mangiano in strada insieme ai passanti.

E chissà che in provincia di Salerno, precisamente a Gromola e Ponte Barizzo, i parroci delle due città non abbiano proprio preso spunto dai vicini pugliesi per dire il proprio “no” alla celebrazione della festa anglosassone. Infatti, il 31 ottobre, presso le parrocchie delle due cittadine, i bambini vengono spesso invitati a vestirsi da santi, cucirne il costume, conoscerne la storia e non solo, quindi, il celebre nome. C’è solo l’imbarazzo di una scelta che si presenta vastissima e ricca di curiosità. Un modo, secondo le famiglie coinvolte, per avvicinare i più piccoli alla religione senza imporgliela, ma divertendosi e imparando.

A ognuno il suo, quindi, senza voler per forza giudicare – o criticare – chi, magari, approfitta della festa, seppur importata dall’altro capo del mondo, soltanto per trasformarsi, per una notte, in ciò che non è. In fondo, a cosa serve una maschera se non a prendersi poco sul serio almeno per qualche ora? L’imperativo è divertirsi, che sia a ritmo di caramelle da scartare, scherzetti da architettare o tradizioni da onorare.

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