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Il Grande Mare dei Sargassi

Elisabetta Crisafulli di Elisabetta Crisafulli
24 Luglio 2021
in Billy
Tempo di lettura: 5 minuti
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– Non ridere in quel modo, Bertha.

– Non mi chiamo Bertha, perché mi chiami Bertha?

– Perché è un nome che mi piace in modo particolare. Tu per me sei Bertha.

Quale sarebbe la prima cosa a cui pensereste, se qualcuno menzionasse la parola isola? E mare? E per storia, invece? E se queste parole fossero messe assieme?

Con ogni probabilità, a ognuno di noi verrebbero in mente cose diverse.

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La parola “iperbole”, ad esempio, avrà un significato primario diverso per un matematico e un professore di letteratura. Per il primo si tratterà di una curva grafica e per l’altro di una figura retorica. Se entrambi poi avranno prestato sufficiente attenzione a scuola, il significato secondario sarà intercambiabile e comune tra i due.

Questo meccanismo, che ci permette di associare vari significati alla stessa parola, in linguistica prende il nome di polisemia.

Associando le tre parole menzionate all’inizio, legandole per condensarle in un unico concetto, è possibile parlare del romanzo che condivide il nome col nostro giornale.

Il grande mare dei Sargassi (Wide Sargasso Sea) di Jean Rhys, pubblicato nel 1966, costituisce un caso letterario affascinante, seppur rientrando in un filone di sperimentazione narrativa secondario e relativamente poco sviluppato.

La peculiarità degli eventi narrati è quella di intrecciare un rapporto intertestuale con un’altra opera, cioè di non appartenere in toto ad una storia originale, a sé stante, creata esclusivamente dall’autrice. Essi costituiscono, infatti, l’ampliamento – una sorta di prequel, per essere precisi – di un universo narrativo infinitamente più noto di quello della Rhys: Jane Eyre di Charlotte Brontë, pubblicato più di un secolo prima, nel 1847.

Il grande mare dei Sargassi narra infatti di Antoinette “Bertha” Mason, prima moglie di Mr. Rochester – il protagonista maschile del romanzo della Brontë – e della sua vita prima del matrimonio con quest’ultimo, fino al loro trasferimento in Inghilterra.

Apparentemente, per chi ignora questo legame o semplicemente non conosce Jane Eyre, la storia è quella di una ragazza creola giamaicana che viene data in sposa al giovane secondogenito di una ricca famiglia inglese, in un matrimonio combinato dai rispettivi padri.

Anche se la vicenda è ambientata nel periodo immediatamente successivo alla promulgazione dello Slavery Abolition Act del 1833, che aboliva formalmente lo schiavismo nei territori dell’impero britannico, le dinamiche che influenzano l’esistenza della protagonista mettono in luce un tipo di assoggettamento peggiore – se possibile – della schiavitù stessa.

Antoinette è infatti “un’estranea” ed è duplice sotto molteplici punti di vista: in quanto creola, è considerata non totalmente appartenente né alla comunità bianca, né a quella nera, pur essendo nativa delle isole caraibiche che fanno da sfondo agli eventi; in quanto figlia di una donna non più mentalmente stabile, le è addossato il pregiudizio/condanna della possibile pazzia; in quanto figlia – e femmina – le è imposta un’estraneità nei confronti del proprio destino, che viene governato dapprima dal padre e successivamente dal marito. Quest’ultimo aspetto, per quanto rilevante nella discussione di gender che a giusto titolo investe il romanzo, è parzialmente vero anche per la controparte maschile che, allo stesso modo, in quanto secondogenito – non ereditante alcuna proprietà di famiglia, secondo la legge inglese dell’epoca – non può opporsi alla volontà paterna ed è costretto a lasciare la patria britannica alla volta delle isole del Mar dei Sargassi. Egli tuttavia sottopone Antoinette ad altre estraneità: dapprima a quella verso il proprio nome, la propria identità, affibbiandole il nome di “Bertha” e in ultimo a quella verso il luogo in cui vive, strappandola alla Giamaica e portandola con sé in Inghilterra.

Il riflesso e la duplicità sono però, allo stesso tempo, le modalità con le quali si può cercare di rapportare l’opera della Rhys a Jane Eyre e il personaggio di Antoinette a quello di Jane stessa. Più volte la critica ha infatti definito le due rispettivamente l’una il doppio negativo dell’altra.

La filosofa Gayatri Spivak, oltre ad aver messo in evidenza la tematica dello specchio/riflesso per il personaggio di Antoinette, ha sottolineato, sempre per quest’ultima, l’importanza del suo sacrificio finale.
Il momento più pregnante, riassunto perfetto della relazione che intercorre tra le due opere, è infatti quello della morte di Antoinette, nell’incendio da lei stessa appiccato, nella villa del marito in Inghilterra. La stessa villa in cui Jane Eyre si innamora di Rochester.
La scena, che costituisce la fine ne Il grande mare dei Sargassi e, al contrario, un punto di svolta in Jane Eyre, viene narrata da punti di vista – e personaggi – diversi nei due romanzi.

L’autrice Jean Rhys, di madre creola e padre britannico, ha dichiarato di aver preso a cuore – leggendo Jane Eyre da bambina – la storia e le sorti del personaggio di Bertha e di aver pensato che avrebbe potuto provare a “scriverle una vita”.
Il ragionamento alla base del romanzo della scrittrice è un po’ simile a quello che governa la polisemia. Così come ognuno di noi tenderà ad associare a una parola, come significato primario, quello più vicino alla propria esperienza, se si prende una situazione e la si guarda attraverso la prospettiva singola di un personaggio preciso, si finirà per classificare gli altri in base a come essi interagiscono e come vengono già classificati dallo stesso. In un libro dove Jane Eyre è la protagonista e Rochester il suo futuro marito, Bertha non può far a meno di esser percepita come significato secondario; un elemento di disturbo e ostacolo che, all’interno della relazione principale, viene bollata come “l’altra”, o, per riprendere la sua etichetta ufficiale, quella – tristemente – più celebre, come un fantasma, la misteriosa e inquietante “donna nell’attico”.

Il signor Rochester stesso potrebbe apparirci diverso dopo la lettura di questo prequel immaginato da una penna diversa da quella che ha creato il personaggio e il motivo sarebbe che lo avremmo letto da un’altra prospettiva. Vorrebbe dire aver spostato il punto di vista primario unico e averlo reso polisemico. Un potere, questo, che ci spinge a riflettere sull’importanza del considerare le situazioni da angolature diverse e di considerarle, per quanto possibile, nella loro totalità multisfaccettata, senza tralasciare gli avvenimenti e le voci secondarie.

Una delle potenzialità più importanti della letteratura è proprio questa: dimostrarci che non esiste un unico modo, un’unica versione di vedere le cose e che, la visione principale, può non sempre essere la più chiara o la più esatta.

Jean Rhys in persona ce lo ricorda, dicendo, a proposito della scrittura: “L’intero scrivere è come un lago. Ci sono i grandi fiumi ad alimentarlo, come Tolstoj o Dostoevskij; e poi ci sono i minuscoli ruscelletti, come Jean Rhys. Tutto ciò che importa è alimentare il lago. Io non sono importante. Il lago lo è. Bisogna continuare ad alimentare il lago.”

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