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Globalizzazione, tra opportunità e contraddizioni

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
3 Giugno 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 3 minuti
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Ce l’hanno venduta bene, diciamoci la verità. L’imbonitore ha fatto la sua parte e ci ha convinti tutti che fosse necessaria, addirittura indispensabile. Le nostre vite, una volta coinvolte nel suo giro, sarebbero cambiate per sempre. In meglio, s’intende. Sto parlando di globalizzazione, la parola forse più usata e abusata degli ultimi vent’anni.

La grande Germania, l’elegante Francia, la calda Spagna, la futuristica Inghilterra, la nostra affascinante Italia, fino ai lontani Stati Uniti d’America, tutti sullo stesso piano, con i propri cittadini, improvvisamente figli di un’unica famiglia, quella della globalizzazione.

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Libero scambio di merci e persone, scambio di culture, tradizioni storiche e culinarie, idee, dall’architettura moderna, alle tecniche agricole. Per chi è sotto la bandiera dell’Europa, addirittura una stessa unica moneta. Bianchi, rossi, neri, gialli, tutti uguali e liberi di manifestare la propria diversità come occasione di progresso e sviluppo. 

Eppure, ormai nel 2016, a processo ben più che avanzato, qualcosa sembra non apparire come invece figurava negli scintillanti cartelloni pubblicitari con i quali ci hanno convinti e abituati.

Succede, quindi, che mentre tra Roma e Berlino, Parigi e Madrid, aerei sempre più potenti, grandi, lussuosi, comodi oltre ogni necessità, trasportino i fortunati cittadini dell’Unione, mentre la carne chianina delle Marche ingrassa qualche imprenditore di Stoccarda e le escargot francesi finiscono sulle tavole di un famoso banchiere londinese, in quelle stesse città, mura sempre più alte, costruite dall’indifferenza e cementificate dall’esasperazione, dividano esseri umani, ghettizzino i più deboli, uccidano i meno fortunati.

Ed ecco che le periferie, interi quartieri delle moderne megalopoli, accolgono la parte più debole di questa che, agli effetti, si è dimostrata una vera e propria guerra fratricida anziché la suddetta opportunità di sviluppo e progresso a tutta velocità verso il futuro, fino ai confini che diventano veri e propri territori di guerra, cimiteri silenziosi, nei quali gli Stati entrano solo per visite e lacrime di circostanza e campagne elettorali. Ma questo è un argomento ancor, forse, più ampio, che affronteremo in un altro articolo più specifico. 

I poveri si mischiano alle etnie straniere, spesso scure in volto per origine geografica quanto per disincanto, con la malavita che prolifera tra le vene scoperte, tra necessità di un lavoro e un pezzo di pane, una mensilità che, forse, può valere il prezzo del silenzio che sfocia nella rabbia degli uni contro gli altri.

Proliferano i populismi, i vaffanculo, gli slogan, il tifo politico, con le idee esclusiva dei potenti che giocano il proprio Risiko. Le pedine soccombono, le banche si ingrassano, per un manager che si tuffa in piscina, un operaio si lancia nel vuoto. Ricchi più ricchi, poveri più ignoranti, inermi, la TV fa il suo gioco, confeziona le innovazioni e le vende al prezzo più caro, i fallimenti, invece, li addossa all’invasore creato ad hoc. Perché, in fondo, se non tutti ne abbiamo beneficiato quanto loro, è colpa di chi ce ne ha rubato un pezzo, di chi non era previsto nel disegno e ci si è scarabocchiato con una matita arrogante.

Globalizzazione ma non uniti. Sta tutta qui la fregatura. E a pensarci bene, a leggere attentamente tra le clausole, quelle scritte in minuscoli caratteri, c’era scritto anche tutto questo. Gli esempi sono tanti, e tutti di drammatica dipanatura, ma per affrontarli, finalmente, c’è bisogno di dedicare tempo proprio a quelle suddette postille, smettendo di firmare semplicemente dove indicato da una X.

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