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Interviste

Giulio Tarro: «Dopo la Cina, toccherà all’Italia uscire dalla crisi»

L’informazione che, in questi giorni, entra prepotentemente nelle nostre case attraverso la televisione, i giornali online e cartacei, nonché le immancabili fake news – che imperversano in rete, date in pasto a un’utenza non sempre attenta a verificarne l’autenticità – sta creando una confusione che genera spesso preoccupazione nelle famiglie già condizionate dalle restrizioni imposte al fine di evitare la diffusione del COVID-19. Una comunicazione ingolfata da improvvisati opinionisti, specializzati in tuttologia che, purtroppo, non contribuiscono a offrire un’informazione scientificamente corretta e attendibile, necessaria anche a ridare serenità a quanti vivono momenti di tensione e giustificata paura.

A tal proposito, il nostro giornale ha pensato di porre alcune domande alle personalità di spicco del parterre sanitario campano, così da offrire al lettore una panoramica ampia e plurale nei confronti dei dubbi che lo stesso nutre relativamente alla pandemia da coronavirus. L’obiettivo non è prendere posizioni o proporre soluzioni assolute, ma circoscrivere ai soli professionisti la responsabilità di offrire la propria analisi dei fatti e, a chi legge, l’opportunità di ragionare unicamente sulle osservazioni offerte dagli esperti interpellati.

Il primo a rispondere alle nostre curiosità è il Prof. Giulio Tarro, virologo di fama mondiale, allievo di Albert Sabin – ideatore del primo vaccino contro la poliomelite –, già professore di Virologia Oncologica dell’Università di Napoli, primario emerito dell’Ospedale Cotugno e Presidente a vita della Fondazione de Beaumont Bonelli per le ricerche sul cancro e della Commissione sulle Biotecnologie della Virosfera, ha contribuito in maniera decisiva alla scoperta della causa del cosiddetto male oscuro di Napoli, isolando il virus respiratorio sinciziale nei bambini affetti da bronchiolite.

Prof. Tarro, che tipo di malattia respiratoria è il COVID-19 e quale il suo stato di pericolosità?

«Fino a meno di 20 anni addietro i coronavirus rappresentavano una famiglia virale che durante il periodo invernale causava dal 10 al 30% dei raffreddori. Adesso il nuovo coronavirus COVID-19, una malattia febbrile con impegno nei casi più severi di una polmonite che può avere la necessità perfino di un respiratore».

I dati sui contagi e quelli sui decessi, quotidianamente comunicati dalla Protezione Civile come letture di contatori impazziti, ritiene riflettano la realtà o sono soltanto frutto di un’arida contablità ufficiale?

«Per permettere alle strutture sanitarie interventi mirati dobbiamo fare a meno di un’informazione che provoca ansia e piena di falsi appelli “a non farsi prendere dal panico” perché, a questo punto, anche un’influenza stagionale, non dico dell’anno scorso, ma di quegli anni in cui effettivamente è stato notato un incremento dei casi – vedi l’aviaria, la suina, quella stessa di quest’anno – avrebbero potuto portare a una simile emergenza. Napoli ha l’esperienza del colera, del male oscuro, delle salmonellosi, dell’inizio dell’AIDS quando non esisteva la terapia, delle influenze recenti, l’aviaria e la suina quando i valori dei contagiati e le stesse mortalità ne hanno fatto la prima regione italiana, distinguendosi però per la buona sanità, ossia una diagnosi vera rispetto al resto dell’Italia».

La strada tracciata dai provvedimenti governativi, sulla base dei pareri della comunità scientifica, a Suo parere sono sufficienti per fermare l’avanzata del contagio del virus?

«L’epidemia in Cina è terminata. Come secondo Paese spetterà a noi, purtroppo pagando un tributo maggiore di vittime soprattutto basato sulla confusione che regna tra i governanti, i tuttologi e l’informazione che non distingue la verità dalle fake news. Se guardiamo a Milano che è sempre stata il fiore all’occhiello della sanità italiana, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli. Noi dobbiamo sperare da una parte nell’ambiente, sicuramente è migliore e quindi contrario al virus. E, soprattutto, alle esperienze precedenti, in cui non abbiamo dato i numeri, nel senso che siamo riusciti a passare il colera, il male oscuro, la salmonellosi, l’inizio dell’AIDS, e le varie influenze che si sono alternate, in cui a un certo punto abbiamo fatto più diagnosi degli altri, e quindi per questo avevamo più casi».

Ritiene il nostro sistema sanitario capace di sopportare ulteriormente l’emergenza che ora corre ai ripari dopo le politiche di smantellamento attuate nell’ultimo ventennio?

«Abbiamo un bollettino di guerra. Anziché dire cosa è successo e perché è successo, perché non hanno detto che, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il nostro Paese ha dimezzato i posti letti per la terapia intensiva, passati da 575 per 100mila abitanti, a 275 attuali? Questo per una politica che ha sbagliato, a livello sanitario, dal 1997 al 2015. Ci si è messi in queste condizioni, come se venisse un terremoto e uno non sapesse cosa fare perché non ha usato il cemento armato. E lo stesso vale nel nostro caso. Nemmeno quando è scoppiata l’epidemia attuale in Cina abbiamo fatto niente per raddoppiare i posti letto, come hanno fatto i francesi. Non è stato fatto niente. La Cina ha fatto tre ospedali in due settimane, noi stiamo ancora a fare distinzioni se dobbiamo soccorrere prima i giovani o gli anziani, che sono pieni di problemi. Abbiamo delle cose a livello non solo culturale, ma etico, proprio indecenti».

Su un possibile vaccino le voci sono tante, discordanti, quali i tempi reali?

«Un vaccino specifico che prevenga la diffusione di questa epidemia da COVID-19 deve essere preparato con tempi minimi che tengano presente la sicurezza del suo uso e quindi un’etica di somministrazione con tempi indicati dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) fino a 18 mesi, mentre un vaccino influenzale stagionale può richiedere soltanto alcuni mesi che permettono la protezione di un nuovo continente rispetto a quello dove è originata l’influenza epidemica».

È possibile fare previsioni?

«Dobbiamo avere l’esperienza commisurata altrove. In Cina è iniziata a novembre-dicembre, ed è stata comunicata ufficialmente il 31 dicembre dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Abbiamo avuto un picco sicuramente che è stato a gennaio, sempre a crescere, e a febbraio. Poi è cominciata a scendere, e ora in Cina l’epidemia non c’è più. Perché noi dovremmo avere un aspetto diverso? Ponendo i dati su un grafico di coordinate cartesiane si vede benissimo che il numero dei nuovi casi è incominciato a livellarsi nella Corea del Sud, mentre in Italia sono continuati a crescere in maniera esponenziale. Le misure restrittive imposte alla popolazione daranno il loro effetto quando questo picco comincerà la sua discesa come sembra avvenire dal 22 marzo. D’altra parte l’epidemia in Cina è già terminata».

Giulio Tarro: «Dopo la Cina, toccherà all’Italia uscire dalla crisi»
2 Commenti

2 Commenti

  1. Roberto

    29 Marzo 2020 at 12:52

    Mi piace sempre leggere Antonio Salzano preciso è chiaro ed anche questa volta ha fatto bene a farci avere un’opinione che credo sia fuori dal coro

    • Antonio Salzano

      29 Marzo 2020 at 19:11

      Grazie Roberto, continua a seguirci

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