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È un giorno di resistenza a Macerata

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
6 Giugno 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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È un giorno di resistenza a Macerata. Vietare la manifestazione prevista per sabato scorso, 10 febbraio – mettendo sullo stesso piano i fascisti e chi, invece, non rinuncia a combatterli – risultava un’imposizione antidemocratica talmente assurda e vergognosa anche per lo stesso PD, che della lotta ai nuovi raggruppamenti degli squadristi neri non ha, certo, mai fatto il tratto distintivo delle proprie politiche.

Che l’ipotesi di combattere le formazioni ispirate dal Ventennio non fosse prerogativa di Matteo Renzi e compagni era già sufficientemente chiaro. D’altronde, la sconcertante libertà con cui i fenomeni di razzismo, di irruzione nei centri sociali o di attacchi alle ONG si sono rapidamente susseguiti nel corso degli ultimi mesi nel nostro Paese, senza che i responsabili subissero alcuna ritorsione da parte dello Stato – inerme persino di fronte all’obbligo che avrebbe di applicare la Costituzione e il reato di apologia – fotografa in maniera precisa l’intenzione del primo partito di centrosinistra di attingere anch’esso dall’immenso bacino di voti rappresentato dagli intolleranti nostalgici di quando c’era lui. Non a caso, persino nelle fila dei simpatizzanti di un centrodestra sempre più votato alle politiche di esclusione a beneficio dei pochi, l’unico esponente apprezzato della legislatura uscente è il ministro dell’Interno, Marco Minniti, e non si fatica a capire il perché.

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Laddove a Napoli, infatti, la popolazione si espresse in maniera chiara contro le politiche separatiste della Lega di Matteo Salvini – il cui esponente in corsa per il governo della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha persino tirato in ballo la “razza” per sottolineare le differenze tra i pallidi padani e le minoranze nere –, il ministro dem impose alla città partenopea di mettere a disposizione del leader del Carroccio la sede della Mostra d’Oltremare; mentre i camerati sfilavano liberi e indisturbati rivendicando quel posto che la storia e la legge nega loro, studenti e manifestanti, da Torino a Bologna, passando per il capoluogo campano, vedevano tatuarsi i segni dei manganelli dell’ex secondino per la sola colpa di voler esprimere un’opinione diversa.

Macerata e l’Italia intera hanno bisogno di pace, di uscire dalla luce dei riflettori. Era affidato a questa futile motivazione il divieto imposto da Minniti e condiviso dal Sindaco della città marchigiana, Romano Carancini, veto – per fortuna – caduto a poche ore dal fine settimana, permettendo, così, a migliaia di cittadini, alle associazioni capitanate da Gino Strada ed Emergency, ai pochi rappresentanti di alcuni partiti della sinistra radicale, di urlare a gran voce il proprio rifiuto verso i rigurgiti fascisti come quello di Traini, senza incappare negli scontri che avrebbero potuto, invece, avere luogo con il protrarsi dell’interdizione a sfilare.

E, infatti, Macerata si è presentata all’appuntamento nel suo vestito migliore, rosso di passione e resistenza, nello spirito della signora Lidia Menapace, 94 anni e una grinta da fare invidia alla maggioranza degli insipidi rappresentanti del Parlamento, assenti ingiustificati quasi all’unanimità. Per un PD che rimandava in maniera ruffiana l’appuntamento con la sfilata antifascista di qualche settimana al prossimo 24 febbraio, per un Movimento 5 Stelle che – come al solito – evitava di prendere posizione di fronte ai nuovi camerati con cui in passato non ha escluso possibili, future alleanze, per una dirigenza dell’ANPI quantomeno inopportuna nel rifiutare l’invito, c’erano, invece, le bandiere di Potere al Popolo sorrette da migliaia di compagni militanti provenienti dall’intero Stivale, con Napoli – nel centro sociale dell’Ex OPG – vero motore della manifestazione al fianco della gente della città marchigiana che, per un pomeriggio, ha detto no alla paura e allo sciacallaggio politico prontamente messo in atto dagli esponenti della coalizione di centrodestra del tridente Berlusconi-Salvini-Meloni, quest’ultima impegnata anche sul fronte piemontese, a Torino, a prendere lezioni di cultura e civiltà dal direttore del Museo Egizio, Christian Greco.

In calcio d’angolo si è salvato anche Liberi e Uguali – rappresentato dalla Presidente Boldrini (a Milano), Civati e Frantoianni – che, quantomeno, potrà dire di aver timbrato il cartellino all’entrata, in coerenza con le intenzioni di ricomporre la sinistra negli scopi e nelle battaglie.

Partigiani si è sempre, oggi necessariamente più di ieri. Mentre ai fascisti del nuovo millennio vengono concessi innumerevoli spazi televisivi, quintali di inchiostro per articoli di giornale che sanno più di occulta promozione che di finta condanna, a chi non si lascia ingannare dalla loro politica della paura, a chi paura ne ha, ma di un loro lento e violento affermarsi, a chi resiste e combatte le politiche che hanno nuovamente aperto loro le porte, viene tappata la bocca con l’aiuto incomprensibile di uno Stato che resta a guardare, che si schiera dalla parte sbagliata.

Per una pagina Facebook di Matteo Salvini o delle formazioni xenofobe ispirate dall’eco del Duce che quotidianamente diffondono il virus dell’odio razziale, del negazionismo di fronte alle pagine di una storia che gli aveva soffocato la voce, la Redazione di Lotta Continua vede oscurarsi i canali divulgativi del social network di Zuckerberg per un post sul massacro delle Foibe del 10 febbraio.

Il dissenso, tanto più, è un diritto incancellabile, inviolabile e intangibile. Partigiani si è sempre, oggi necessariamente più di ieri, a Macerata e ovunque. A Macerata è un giorno di resistenza, è tempo di resistenza per ogni nostra azione, in ogni nostra città.

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