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Giornali e politica: disinformazione di regime

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
28 Gennaio 2020
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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Vi è un unico modo per conoscere la verità: l’esperienza diretta. Affidarsi a giornali, televisioni, siti internet, al giorno d’oggi, non è infatti garanzia di imparzialità e fedele ricostruzione degli eventi accaduti.

L’Italia, soltanto qualche mese fa – in una classifica della rivista francese Reporter – veniva relegata al 77esimo posto mondiale per la libertà di stampa. A inficiare tanto negativamente la credibilità del nostro sistema d’informazione vi è, innanzitutto, il legame tra giornali e proprietari. La stampa del nostro Paese è, infatti, in grandissima parte, riconducibile a gruppi parlamentari che ne detengono il possesso, altresì singoli politici con le proprie aziende, o imprenditori multimilionari che con la politica di casa nostra vanno a braccetto. Quale reporter o redattore scriverebbe contro gli interessi o, addirittura, a danno del proprio datore di lavoro in nome di una missione alla quale sarebbe chiamato per deontologia professionale?

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Analizzando attentamente ciò che è accaduto a Napoli, per le strade della città, in occasione della libera manifestazione contro la Lega e Matteo Salvini, non facciamo fatica a capire perché di tale sfiducia nei nostri giornali e notiziari.

Ad accendere la televisione, sui canali che seguivano la diretta del corteo antirazzista e antifascista in risposta al leader del Carroccio, sabato pomeriggio, si aveva effettivamente l’impressione di trovarsi di fronte all’ennesimo caso di violenza urbana, una protesta cittadina sfociata nella follia e nel terrore, con le forze dell’ordine a dimenarsi tra incendi, pietre, cassonetti rovesciati, e qualche pazzo incappucciato lì presente con il solo scopo di far scoppiare il parapiglia.

Tutto falso? No di certo. Anzi, lungi da noi l’idea di schierarci a favore di chi intraprende la via della violenza, in ogni luogo e in ogni caso, per qualsiasi scopo. Però, come sottolineato in apertura, l’esperienza diretta della manifestazione ci ha permesso di avere un’opinione ben più chiara sullo svolgimento della stessa. È innegabile che, una volta raggiunto il quartiere di Fuorigrotta, un gruppo di ragazzi dal volto coperto, si sia mischiato alle migliaia di persone perbene e cittadini che, festanti, reclamavano il loro diritto di negare le strade della propria città a un soggetto politico che ha fatto dell’antimeridionalismo, del razzismo, della violenza verbale, il mantra delle proprie campagne elettorali. Tuttavia, è mestiere ancor più infame – quello di alcuni giornali – nascondere la vera natura della sfilata di ieri per difendere e, addirittura, giustificare le politiche di repressione messe spesso in atto dal Governo e ancor più aspramente auspicate proprio da Salvini.

A radunarsi in piazza Sannazzaro, infatti, erano donne, uomini e ragazzi dipinti di tutti i colori più belli, quelli della libertà e della pace, armati di bandiere, cartelloni, striscioni, maschere di Pulcinella, strumenti musicali e tanta, tantissima ironia, come ben dimostrano le foto del nostro Ferdinando Kaiser in allegato (consultabili sulla nostra pagina Facebook). Hanno riso, intonato qualche coro, cantato, ballato. Almeno fino a Piazzale Tecchio, quando ad attenderli hanno trovato un corpo di Polizia tutt’altro che felice di accoglierli.

L’analisi delle colpe dello scontro è certamente difficile e anche fuori tema con questo articolo. Il Ministro dell’Interno, Marco Minniti, però, ha indubbiamente preso un grosso rischio nel rivoltare un provvedimento comunale – oltre che della stessa Mostra d’Oltremare – volto proprio a evitare qualsiasi problema di ordine pubblico, oltre che di natura politica, essendo l’amministrazione De Magistris lontana dalle propagande di odio messe in campo dalla Lega.

Ciò che, invece, più ci preme sottolineare con queste poche righe è l’atteggiamento di servilismo che i mezzi d’informazione hanno prontamente messo a disposizione di politici e forze dell’ordine, con giornalisti al limite del caricaturale nella cronaca di immagini che giravano impazzite in loop, sempre le stesse, di camionette della polizia che sfilavano tra le strade di Fuorigrotta scansando qualche cassonetto dei rifiuti, fermando non più di un paio di manifestanti. Addirittura si sottolineavano le ambulanze che passavano proprio alle spalle dei cronisti, senza però spiegare all’utente che da lì a pochi passi sorge l’ospedale San Paolo, e quelle scene sono, quindi, di carattere quotidiano.

Lo scopo di questo ridicolo teatrino televisivo è sembrato, francamente, volto proprio a  distogliere lo sguardo dalla vera e sana natura della manifestazione, a dipingere il cattivo come il buono e viceversa. Non si è voluto, deliberatamente – e nessuno se n’è preso la responsabilità – raccontare di una città che si ribellava alle politiche dei giorni nostri, al fascismo, alla auspicata chiusura delle frontiere e ai muri che vengono alzati in Europa e nel mondo, alla lotta tra poveri, al bavaglio che gli organi di Stato impongono a ogni tentativo di dissenso con l’aiuto dei manganelli.

Napoli è utile allo scopo se fa notizia per la camorra, per la violenza dei suoi quartieri, per la droga, per i “facinorosi” che antidemocraticamente avrebbero tolto la parola a Salvini. Ma Napoli è, invece, quel fuoco con il quale spesso le augurano di lavarsi, che bolle e brucia dentro e fuori, e che comincia a dar fastidio al sistema che non accetta voci stonate all’interno del coro, chissà, comincia a far persino paura. Perché Napoli Partito Politico è ben più di una provocazione del Sindaco de Magistris, una concreta opportunità di rilancio di tutto il Sud Italia sulla scia proprio della città del magistrato. Perché sembrano molto più pericolosi migliaia di partenopei che ballano per le strade per rivendicare i propri diritti e difendere i propri spazi, che quattro imbecilli – di qualsiasi colore politico si voglia attribuire loro – che fanno a botte con la Polizia. E la politica lo sa, quindi, per i motivi di cui sopra, lo sanno anche i giornali.

Se in America una folla di dissidenti scende in piazza contro le politiche di Trump, ecco i tg che parlano di eroi, di gente libera che ama la libertà, mentre quelli di casa nostra – che siano studenti di Bologna, allevatori del Piemonte o cittadini napoletani – vengono solitamente dipinti come “facinorosi”, “violenti”, “black block”.

Il dissenso è concesso solo se proveniente dai social network. Lo sgomento e la rabbia sono valutati in numero di like, in quei click silenziosi che non fanno notizia, che non mettono, dunque, il reporter nell’imbarazzo di cambiare le carte in tavola e scegliere la propria verità da narrare.

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