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Frida Kahlo e l’amore che meritava

Francesca Testa di Francesca Testa
7 Febbraio 2018
in Lapis
Tempo di lettura: 3 minuti
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Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón nacque il 6 luglio del 1907, anche se dichiarava di essere nata nel 1910, anno in cui iniziò la rivoluzione messicana per porre fine alla dittatura del Generale Diaz.

Grazie al padre, fotografo e pittore, con il quale aveva un rapporto speciale, trascorse un’infanzia meravigliosa e, nonostante fosse malato, fu un modello di tenerezza, di comprensione e di bravura. A sei anni, però, cominciarono i primi problemi anche per lei: fu colpita dalla poliomielite e il piede e la gamba destra rimasero deformi. Questo spinse la giovane a indossare pantaloni o gonne molto lunghe – per nascondersi – e le fece “guadagnare” il soprannome di Frida pata de palo (gamba di legno).

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A diciotto anni si iscrisse alla Escuela Nacional Preparatoria di Città del Messico, il suo sogno era quello di diventare un medico. Durante questo periodo, però, si legò ai cachuchas, un gruppo di studenti sostenitori del socialismo nazionale e iniziò a dipingere per divertimento.

Il 17 settembre del 1925 la sua vita cambiò per sempre: l’autobus su cui era salita per tornare a casa fece un incidente. Il mezzo rimase schiacciato contro un muro e per la donna le conseguenze furono atroci: la colonna vertebrale si spezzò in tre punti nella regione lombare, si frantumò il collo del femore e le costole, la gamba sinistra riportò undici fratture, il piede destro rimase slogato e schiacciato, la spalla sinistra lussata e l’osso pelvico si spezzò in tre punti, ma non finì qui: il corrimano le entrò nel fianco e le uscì dalla vagina. Frida, da quel momento in poi, fu rinchiusa in una profonda solitudine. L’arte fu per lei l’unica finestra sul mondo.

Nella sua vita subì trentadue operazioni chirurgiche e fu costretta ad anni di riposo a letto. Iniziò così a leggere libri sul movimento comunista e a coltivare la passione della pittura. Il suo primo lavoro fu un autoritratto. I genitori le regalarono un letto a baldacchino con uno specchio sul soffitto e dei colori, affinché potesse vedersi e dipingere. Dipingo molto me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio, affermò la pittrice.

Dopo diversi anni tornò a camminare, accompagnata da dolori che non sarebbero più andati via, e fece dell’arte la sua ragion d’essere. Per questo motivo – e per contribuire finanziariamente alla sua famiglia – decise di sottoporre i suoi dipinti a Diego Rivera. L’illustre pittore rimase colpito dallo stile moderno di Frida, che divenne la sua “protetta”, e la inserì nella scena politica e culturale messicana. Nel 1929 i due si sposarono, ma la vita coniugale portò alla giovane donna altre sofferenze, questa volta sentimentali ed emotive, anche a seguito di un aborto spontaneo avuto a causa del suo corpo considerato inadeguato.

Kahlo ebbe un rapporto ossessivo con il suo fisico martoriato, un rapporto che divenne un aspetto fondamentale della meraviglia che creava: visioni di un corpo femminile non più distorto da uno sguardo maschile. Ma allo stesso tempo difendeva il suo popolo, facendo defluire nei suoi quadri il folclore messicano. Si avvicinò anche al Surrealismo, stupendo André Breton e richiamando in qualche modo il lavoro di Salvador Dalí. Tuttavia, la sua visione dell’arte fu molto lontana da quella surrealista, il suo dipingere non era un modo per uscire dalla logica, un immergersi nel subconscio, ma null’altro che un pezzo della sua vita che cercava di rendere accessibile attraverso un simbolismo.

Ero solita pensare di essere la persona più strana del mondo ma poi ho pensato, ci sono così tante persone nel mondo, ci dev’essere qualcuna proprio come me, che si sente bizzarra e difettosa nello stesso modo in cui mi sento io. Vorrei immaginarla, e immaginare che lei debba essere là fuori e che anche lei stia pensando a me. Beh, spero che, se tu sei lì fuori e dovessi leggere ciò, tu sappia che sì, è vero, sono qui e sono strana proprio come te. – Frida Kahlo

Prec.

Antonio Muñoz Molina, tra “L’inverno a Lisbona” e “Plenilunio”

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