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Finché file di semi portano la loro testimonianza: “Le ombre bianche” di Dominique Fortier

Redazione di Redazione
17 Gennaio 2024
in Billy
Tempo di lettura: 4 minuti
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L’inverno, però, non si può fermare: Emily lo sapeva bene. Tuttavia nemmeno è abbastanza potente da bandire la primavera o l’estate: Emily sapeva anche questo. Lo sapeva nell’ora della morte, nel momento in cui il bianco delle sue vesti iniziava a coincidere con il pallore del suo corpo, che stava diventando marmo. Perché anche il corpo finisce, si abbandona a tale inverno, al silenzio e alla notte, al freddo e all’oblio, finché file di semi portano la loro testimonianza.

Nel libro di Dominique Fortier, Le ombre bianche, edito Alter Ego nella traduzione di Camilla Diez, le file di semi sono le donne che hanno condiviso una parte del loro viaggio, breve o lunga che fosse, con Emily Dickinson e al cui attento lavoro di raccolta e cura dei testi della poetessa, amica e sorella, si deve tutto ciò che dell’oracolo di Amherst è possibile conoscere e leggere oggi, per estensione il nascere e progredire degli studi e delle future analisi critiche che hanno consacrato i suoi versi come pietra miliare della poesia dell’America anglosassone (e non solo) sottolineandone tanto lo sguardo acuto nel ritrarre la realtà a lei contemporanea e la sua singolare forma di sovversione rispetto a essa, quanto la sua consapevolezza stilistica, innegabile punto di riferimento per le voci letterarie che a lei sono seguite e che ancora guardano al suo esempio.

Ma non è un’analisi critica tesa a sommarsi a un corpus già consistente quella che si legge tra le pagine del libro della stimata scrittrice, editor e ricercatrice canadese, la quale aveva già iniziato un percorso di riscoperta della figura (e della vita) di Emily Dickinson con Le città di carta (Alter Ego, 2020). Le ombre bianche vuole proseguire sul sentiero tracciato dal volume precedente, dalla prospettiva, come già anticipato, delle figure femminili più importanti della sua vita e che a lei sono sopravvissute per restituire un ritratto intimo dell’autrice, lontano – come lei avrebbe voluto – dall’aura della fama e del prestigio che sono sopraggiunti in seguito, e provare a raccontare ciò che lo scrivere, il fare poesia, significava per lei, ossia un frantumarsi in quella scrittura minuziosa, affidando a ogni singolo componimento una parte di sé.

Frantumarsi: è proprio questa la parola chiave del libro in questione, il quale, paradossalmente, non parla di Emily Dickinson, quanto della sua assenza che Fortier riesce a rivestire di una luminosa complementarietà. Il suo non essere presente fisicamente e ogni frammento della sua essenza che ha lasciato nel cuore di ognuna delle protagoniste sono due facce della stessa medaglia.

A scandire la narrazione nei brevi capitoli che la compongono è il dolore per la sua perdita di queste ultime, alle quali l’autrice canadese si avvicina con profonda delicatezza, svelando la loro quotidianità di sogni ingoiati, di passioni nascoste e coltivate nella solitudine, di dita soffocate da anelli che non sono segno d’amore, bensì di subordinazione, sullo sfondo di una comunità austera e devota a Dio, rotante attorno ai salotti delle grandi famiglie di avvocati, medici e notai, pastori, che non ha tempo né per i sentimenti, né tantomeno per ascoltare.

Lavinia, con il desiderio di portare avanti il progetto di pubblicare i componimenti di sua sorella; Susan, amica più intima della poetessa, è l’unica custode delle lettere di Emily, la cui morte le ha scavato un buco nel cuore, già massacrato dall’essere prigioniera di un matrimonio infelice, un marito infedele e un figlio morto poche ore dopo il parto; Mabel, con la passione per la musica, a cui sarà affidato il compito di editare tali componimenti; Millicent a cui piace sdraiarsi sul prato e osservare il firmamento, nominando ogni sua stella e pianeta e maneggiando l’arte della previsione del tempo atmosferico.

Silenziose e complesse, si muovono in un mondo che non sempre le comprende. Noi siamo poesia, mentre tutti gli altri sono prosa, avrebbe detto loro Emily. Recuperarne i versi, i suoi involontari insegnamenti, confrontarsi con la fragilità della pergamena e prendere atto della forza dell’inchiostro crea attorno a loro un microcosmo nella cui conformazione si svela l’abilità più sopraffina di Fortier, specchio della sua competenza in materia, per la quale si concretizza la complementarietà di cui si è parlato pocanzi, cospargendo il racconto con elementi propri della poetica della stella polare a cui ruotano attorno le vicende de Le ombre bianche. Non per la citazione dei suoi versi più conosciuti che compaiono nelle pagine, quanto attraverso quelle immagini che accompagnano chi legge nella narrazione, partendo dal colore bianco, seguito dal rimando alle creature volatili con le loro minuscole zampine e le loro forti ali con le quali tagliano il vento, la natura e tutti i suoi dolorosi e catartici misteri; immagini a cui Emily Dickinson è stata in grado di dare una forma poetica per contrapporre a una società ostacolata dalle sue auto-inflitte limitazioni un territorio di fuga, ricercando nel mondo a lei circostante e nelle sue intangibili e invisibili bellezze una forma di libertà spirituale che le strutture sociali a cui avrebbe dovuto appartenere non le avrebbero mai dato; una forma di libertà che le ha permesso di sopravvivere di fronte ai suoi dolori e alla sua solitudine.

Libertà che è diventata parola per restituire in primis alle sue amate compagne, poi a quei lettori di cui lei non ha mai saputo un monito senza tempo, per il quale, se l’inverno non si può fermare, allora occorre imparare a donargli un po’ di luce.

Contributo a cura di Claudia Putzu

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