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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: la favola del castoro

Redazione di Redazione
15 Aprile 2022
in Rubriche
Tempo di lettura: 3 minuti
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La favola del castoro dal Secondo Quaderno

Il castoro, inseguito dai cacciatori che vogliono strappargli i testicoli da cui si estraggono medicinali, per salvar la vita, si strappa da se stesso i testicoli.

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È il fenomeno delle espiazioni collettive: il dilettantismo dei leader, la paura delle responsabilità concrete, l’incapacità cronica di rappresentare altro, oltre se stessi. In sintesi: lo scollegamento dalla realtà, dalle classi subalterne, dalla comprensione dei bisogni fondamentali della società e il conseguente annichilimento dell’individuo, la perdita di senso, oltre che delle aspirazioni e delle potenzialità latenti.

Trascurare e peggio disprezzare i movimenti così detti “spontanei”, cioè rinunziare a dar loro una direzione consapevole, ad elevarli ad un piano superiore inserendoli nella politica, può avere conseguenze molto serie e gravi.

Non esiste nella storia la pura spontaneità, gli elementi di direzione sono, in alcuni casi, semplicemente irrintracciabili. Però è l’elemento cardine delle classi subalterne, della loro cultura e delle loro Resistenze. Anzi, si può pensare, che lo sia in modo maggiore negli elementi più sperduti e marginali di esse. Bisogna quindi agire in sintonia con queste forze, oltre che studiare i molteplici elementi da cui scaturiscono, agire per trasformarli, educarli, portarli alla luce.

[…] non confondeva la politica, l’azione reale con la disquisizione teoretica; essa si applicava ad uomini reali, formatisi in determinati rapporti storici, con determinati sentimenti, modi di vedere, frammenti di concezione del mondo.

Ancora una volta Gramsci ci viene in soccorso per indicarci la strada per costruire una Sinistra del futuro. Frammenti, sentimenti, rapporti: uomini reali che, seppur diversi nella declinazione politica di essere antagonisti, sentono di esserlo, hanno bisogno di esserlo. La frammentarietà teorica e la sociologia della politica che tende a traslare in teoremi astratti tutto il sentire dei popoli confondono e fondono in una sorta di folklore ogni istanza nata dal bisogno e dal sogno delle masse. L’osservazione empirica e senza preconcetti è la via maestra per trasformare un movimento spontaneo in un’esperienza di crescita e di consapevolezza politica. Dove l’Unità non è parola astratta, ma pratica quotidiana: frutto di ascolto, di empatia, di attesa.

Gramsci fa l’esempio dei Vespri siciliani (ribellione scoppiata a Palermo nel 1282 contro gli Angioini) che, ancora oggi, divide gli storici tra chi sostiene e chi nega che furono un movimento spontaneo, dove invece si possono individuare la simultaneità tra i due tipi di forze. Ma i casi che cita sono tanti e in moltissimi suoi ragionamenti. Tutte le rivoluzioni del passato sono un mix tra questi elementi e hanno reso possibile l’avvicendamento al potere. In chiave moderna, poi, più che la distruzione di una classe dirigente e la sua sostituzione, i movimenti spontanei popolari possono indebolire i poteri forti che ci condizionano. Immaginare che essi siano catalogabili e analizzabili al cento per cento è pura astrazione: la realtà è ricca delle combinazioni più bizzarre ed è il teorico che deve in questa bizzarria ritrovare la sua teoria, non il contrario.

È chiaro che Gramsci coglie nei momenti traumatici di ogni società: guerre, catastrofi naturali, crisi, delle catarsi collettive nelle quali anche le ideologie entrano in tilt. Incanalare quindi le energie che partono dal basso, seppur logicamente nebulose e contraddittorie, è elemento cardine della azione politica e intellettuale. Ogni spinta dal basso, dai movimenti, dalla spontaneità, trova opposizioni violente o subdole dai poteri reazionari. Così avviene spesso che un movimento possa ingrigirsi e soccombere alle consorterie del potere se non si avvale di questa linfa vitale e fertile. Fenomeni di inaridimento politico sono stati osservati da Gramsci e noi possiamo, ad esempio, constatare il vuoto di rappresentanza politico-sindacale scaturito dal trentennio di bunga bunga che, paradossalmente, ha corrotto il DNA della sinistra più che la destra nazional-liberale, che è solo diventata più pacchiana e scollegata da ogni coerenza etica.

In questi anni tante splendide iniziative si sono liquefatte nel tritatutto delle soft massonerie rosa confetto: perdendo forza, originalità e le stesse istanze dalle quali erano scaturite. Altre si sono isolate, scegliendo così un’eutanasia sociale forse ancora più ininfluente. La strada, invece, è quella di invertire il percorso della favola del castoro: evitare di tagliarci le ali da soli. Non è detto che si debba comprendere e classificare ogni Resistenza, bisogna viverla da dentro e, senza nessuna pretesa di esaustività, rispettarla e amarla.

Leonardo sapeva trovare il numero in tutte le manifestazioni della vita cosmica, anche quando gli occhi profani non vedevano che arbitrio e disordine.

Contributo a cura di Luca Musella

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