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Il fascismo nell’architettura inumana

Francesca Testa di Francesca Testa
20 Gennaio 2020
in Lapis
Tempo di lettura: 2 minuti
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Come disse Mussolini: I monumenti millenari della nostra storia devono giganteggiare nella necessaria solitudine. Il desiderio di rinascita della romanità avvenne disseminando il territorio italiano con opere di “architettura di Stato”, dalla tecnica moderna nello stile e nella forma e dalla struttura incredibilmente grande. Si trattò di edifici fatti di mattoni, marmo, con archi e colonne, nicchie e statue, aquile imperiali, fasci e stemmi. Un “barocco geometrizzato” che si diffuse considerevolmente.

 Il fascismo non cambiò soltanto l’uomo, ma anche l’architettura e quindi l’aspetto di molte città, lasciando anche qui un’impronta profonda. A Napoli, a differenza di Roma, l’edificazione del regime sventrò il vecchio per costruire il nuovo. Spesso, fu Mussolini a prendere le decisioni per la città, considerata la “Regina del Mediterraneo”, anche se le opere costruite, a dispetto della Capitale, furono modeste. La bonifica e il risanamento della zona erano progetti già in programma dalla fine dell’Ottocento, ma il loro avvio fu effettivo soltanto negli anni Trenta del Novecento.

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Tra il 1933 e il 1940 furono costruiti nuovi edifici: il Palazzo delle Poste di Giuseppe Vaccaro e Gino Franz, il Palazzo della Provincia di Ferdinando Chiaramente e Marcello Canino, la Casa del Mutilato di Camillo Guerra, la Stazione Marittima di Cesare Bazzani, il Banco di Napoli di Marcello Piacentini, la Banca Nazionale del Lavoro di Armando Brasini, la Casa del Fascio, la Galleria della Vittoria di Michele Guadagno, il Mercato Ittico di Luigi Cosenza. A opera di Marcello Canino, invece, furono il Palazzo degli Uffici Finanziari e dell’Avvocatura di Stato, il Palazzo I.N.A. e il Palazzo Intendenza di Finanza. Tra le sculture, infine, si ebbero il Monumento a Diaz di Francesco Nagni, il Monumento ad Augusto e il Monumento ai Caduti.

Sono tantissime le tracce lasciate dal fascismo, secondo un’architettura monumentale incarnata in ideologie dai valori dominanti, puri strumenti di propaganda. Questo nuovo modo di edificare tutto italiano, infatti, doveva simboleggiare, come se fosse puro linguaggio, il potere dittatoriale. A tal proposito, fu il Gruppo 7, un insieme di architetti italiani, a elaborare un’edificazione razionale che fondesse perfettamente l’aderenza alla logica e la ragione.


Allo stesso periodo architettonico, inoltre, appartenne anche una seconda corrente, un linguaggio “monumentalista” proprio di Marcello Piacentini
che, sull’altro versante, aveva lo scopo di diffondere i propri ideali tra le masse, trasmettendo l’idea della grandezza del regime attraverso edifici, appunto, monumentali e con forte caratterizzazioni scenografiche.

Uno stile ben delineato che, ancora oggi, sembra estraniarsi dal contesto cittadino in cui è calato, richiamando un silenzio profondo, una solitudine radicata, un fasto apparente che nasconde al suo interno qualcosa di marcio. Un passato che non può essere dimenticato e che, grazie alla marcata presenza di questi edifici, è diventato, giorno della memoria.

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