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È giusto demonizzare la carne sintetica?

Martina Benedetti di Martina Benedetti
1 Aprile 2023
in Rubriche
Tempo di lettura: 3 minuti
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Stop alla carne sintetica: i Ministri dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e della Sanità Orazio Schillaci hanno spiegato che il governo intende vietare la produzione e la vendita in Italia di alimenti, bevande e mangimi derivati a partire da colture cellulari o tessuti di animali vertebrati. Al momento la bozza prevede sanzioni da 10 a 60mila euro.

Ci si potrebbe scontrare con il fatto che i prodotti legalmente fabbricati o commercializzati in un altro Stato membro dell’Unione Europea, per le regole comunitarie della libera circolazione dei beni e dei servizi, potrebbero essere distribuiti senza che l’Italia possa opporsi.

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Il cibo in vitro è attualmente legale negli Stati Uniti e a Singapore. Senza uccidere animali, da una sola cellula si possono ottenere 10mila chili di carne in poche settimane. In più, il cibo sintetico è considerato uno strumento per abbattere l’inquinamento derivato dagli allevamenti, responsabile del 14,5% del gas serra.

Ma come si ottiene la carne in vitro? Si prelevano cellule con una biopsia da un animale vivo o da carne fresca; si estraggono cellule staminali; le cellule proliferano in una soluzione nutritiva all’interno di un bireattore; avviene la lavorazione delle fibre muscolari; si ha la produzione finale della carne sintetica.

Se i buongustai tradizionalisti e Coldiretti esultano per la decisione del governo, questa potrebbe rappresentare un ostacolo a una soluzione potenzialmente valida ai diversi problemi correlati alla produzione della carne. La tutela delle tradizioni, slogan del quale il governo va fiero, nel tempo potrebbe significare, infatti, continuare a preservare la cultura degli allevamenti intensivi.

Quello degli allevamenti intensivi è un settore economicamente rilevante per l’Italia ma invece di lavorare per riconvertire l’industria, come sta avvenendo in Olanda, il nostro Paese spende ancora milioni di euro di soldi pubblici per sovvenzionare e difendere un sistema malsano.

L’allevamento intensivo, infatti, è crudele con gli animali, dannoso per il pianeta e rischioso per le persone. Basti pensare all’uso delle massicce quantità di antibiotici per prevenire malattie e curare gli animali. Questo smodato uso ha il risultato di agevolare antibiotico-resistenze e sviluppo di super-batteri che si stima potrebbero causare fino a 10 milioni di morti all’anno entro il 2050.

L’ultima pandemia di coronavirus ci ha messo di fronte a quanto possano essere gravi le conseguenze se non consideriamo la connessione profonda che esiste fra il modo in cui interagiamo con la natura e la nostra stessa salute. Gli allevamenti intensivi hanno impatti negativi sull’ambiente e costringono un grandissimo numero di animali in spazi ristretti favorendo la diffusione di zoonosi potenzialmente pericolose. È per questo che il ricorso a una dieta consapevole può aiutarci a preservare anche la nostra salute.

In Italia 10mila persone muoiono ogni anno a causa di batteri resistenti agli antibiotici, un terzo del totale dei decessi europei. Sia l’OMS che la FAO riconoscono l’utilizzo dei farmaci negli allevamenti come una delle cause principali che induce l’antibiotico-resistenza. Circa il 70% degli antibiotici venduti in Italia è destinato proprio agli animali negli allevamenti.

Il consumo di carne è uno dei maggiori fattori che causano la deforestazione. Il 40% della terra arabile del pianeta è destinato alla coltivazione di mangimi per gli animali negli allevamenti intensivi. Ci sono sempre più evidenze che attività come l’allevamento intensivo, che causano perdita di ecosistemi e biodiversità, sono una componente chiave dell’emergere di nuove patologie. La perdita di habitat, infatti, espone con maggiore probabilità le persone a patogeni prima del tutto sconosciuti con i quali non sarebbero venute in contatto se l’attività umana non si fosse inoltrata in ecosistemi ancora perlopiù inesplorati, aumentando il rischio di scatenare velocemente epidemie e pandemie.

Il dibattito sulla carne coltivata si basa attualmente sull’accettazione da parte dei consumatori come fattore necessario ma non sufficiente. I risultati degli studi condotti indicano che le persone intendono sostenere la carne sintetica a causa dei benefici positivi derivanti dal benessere degli animali e dagli argomenti ambientali ma sono anche molto scettiche quando si tratta della decisione di consumare carne sintetica a causa di sentimenti di disgusto, innaturalezza e aspettative sensoriali negative.

Continuare a percorrere esclusivamente la via del profitto e dell’intensificazione senza tenere in considerazione gli impatti ambientali è una partita in cui l’Italia è destinata a perdere.

Potrebbe essere vista una mossa prudente quella del governo nel voler aspettare ulteriori studi e dati in merito al cibo sintetico prima di cominciare a consumarlo e introdurlo nel mercato ma penso che questa metodica meriti una riflessione più ampia e non riducibile al semplice dobbiamo tutelare le tradizioni. Specialmente se le tradizioni sono dannose come quella degli allevamenti intensivi.

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