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Stop all’industria della morte. Sintetica e ad aria: la carne del futuro

Cos’hanno in comune medicina rigenerativa e alimentazione? La carne sintetica: la soluzione alla crisi climatica mondiale secondo Bill Gates. Diversa dai burger vegetali, la carne sintetica viene prodotta con proteine animali, cresciute in laboratorio attraverso la tecnica delle colture cellulari. Piccole quantità di tessuto muscolare vengono inviate dagli allevatori ai laboratori. Qui le cellule sono alimentate da un bioreattore, così da potersi riprodurre fuori dal corpo. Una buona soluzione, in grado di ridurre drasticamente le emissioni di CO2 dovute ai trasporti, la produzione di gas serra e l’utilizzo di acqua di un normale allevamento.

Accanto alle industrie, infatti, gli allevamenti intensivi sono i principali responsabili dell’incremento di metano nell’atmosfera: circa il 10% in più negli ultimi vent’anni. Bill Gates, quindi, non ha tutti i torti, soprattutto considerando che potrebbe essere necessaria la produzione del 70% di cibo in più per sfamare la popolazione mondiale prevista nel 2050. Ma vediamo la situazione oggi.

Secondo la rivista Science, la produzione di carne occupa l’83% dei terreni agricoli. Il WWF la ritiene responsabile dell’80% del disboscamento della foresta amazzonica. Le cifre sono folli se si pensa che per ogni bistecca servono 140 acquari (quasi 15500 litri d’acqua per ogni chilogrammo di carne bovina). Un’industria velenosa per l’ambiente e dispendiosa per l’economia: se nella vendita venisse considerato l’impatto ambientale, il prezzo della carne schizzerebbe del 146% in più rispetto al costo standard. Numeri spaventosi perché non solo numeri.

Il consumo di alternative vegetali o sintetiche porterebbe un importantissimo contributo non soltanto ambientale ed economico, ma vitale. Grazie alle inchieste di associazioni come Essere Animali  e Animal Equality, sono ormai tristemente noti i trattamenti disumani cui sono sottoposti gli animali nell’industria alimentare. I picchi di brutalità si registrano negli allevamenti intensivi, aziende di morte che oggettivano bovini, suini, pollame in polpette, pancetta e alette già da vivi: registrazioni rubate da investigatori sotto copertura testimoniano indicibili sevizie fisiche e convivenza forzata in ambienti angusti. L’ambiente insalubre costringe gli allevatori all’utilizzo costante di antibiotici, che finiscono in tavola compromettendo ulteriormente anche la nostra salute.

Voltare lo sguardo non è più possibile. Non solo: è ormai insostenibile il pensiero di un destino dell’umanità separato e indipendente dal destino del mondo. Il confine umanista che vedeva al centro l’uomo vitruviano – bianco, maschio, europeo – va via via allargandosi, estendendo il concetto di “coscienza” a categorie sempre più ampie, fino a comprendere l’intero insieme dei viventi.

L’obiettivo di una convivenza più sostenibile – dal punto di vista etico e ambientale – si scontra con mentalità e costumi ancora radicati al consumo della carne. Nella stessa Italia, l’intera storia di un Paese si racconta a tavola, dalle cucine degli chef stellati al cibo di strada che attraversa tutto lo Stivale e fa del Sud un vanto. Per molti, staccarsi del tutto da un’alimentazione onnivora è impensabile, ma la consapevolezza del dolore inflitto ad altri viventi è causa di forte conflitto. È qui che l’espediente della carne sintetica potrebbe costituire una parziale risoluzione, almeno per alcuni prodotti come i macinati. Ma anche questo espediente nasconde insidie che vanno oltre lo scetticismo. E Bill Gates, terzo uomo più ricco della Terra, ragiona da multimiliardario che si rivolge alla parte ricca del mondo.

Il primo hamburger sintetico ha richiesto per la sua produzione 300mila dollari e due anni di lavoro. Era il 2013, all’università di Maastricht, nei Paesi Bassi. Da allora, qualcosa è cambiato. E lo scorso anno Singapore ha approvato la commercializzazione di crocchette di pollo “cresciute” in laboratorio. Ma siamo davvero pronti a questa rivoluzione?

Prima che la consumazione di carni da laboratorio sostituisca quella di allevamento, i tempi potrebbero essere troppo lunghi. E il pianeta, ci avvisano tutti gli ambientalisti, non può più aspettare. Fino a quel momento, la soluzione migliore resta il consumo sostenibile e responsabile, che molti, però, reputano ancora insufficiente. E mentre sempre più persone optano per un’alimentazione del tutto vegetariana o vegana, anche l’industria si mette al passo.

Quella delle carni sintetiche non è, infatti, l’unica opzione. Un investimento da 32 milioni di dollari ha promosso l’innovazione di Lisa Dyson, fondatrice di una startup che non ha paura di fare grandi promesse. «Abbiamo la missione di nutrire il mondo con cibi sani e deliziosi fatti con la fonte più sostenibile di proteine»: l’aria!

Si chiama AirProtein e vuole creare il cibo dal niente. O meglio, da poco: anidride carbonica, ossigeno, azoto e acqua. Qualche nutriente minerale ed ecco la base della vita: la CO2 trasformata in una proteina completa. La rivoluzione delle “fattorie proteiche verticali” parte nel 2019, ma affonda le radici lontano. Erano gli anni Sessanta, gli anni delle conquiste dello spazio. La NASA si pose un problema: come fanno gli astronauti a mangiare se mancano le fonti di cibo? Il dilemma si risolverebbe proprio trasformando l’anidride carbonica in farine commestibili, simili a quella di soia o di piselli.

L’idea è di sfruttare l’energia rinnovabile per alimentare il processo probiotico attraverso la fermentazione dell’aria. Si eluderebbe così anche il problema delle terre altrimenti sfruttate per la coltivazione. L’obiettivo ambizioso è riuscire a sfamare i 10 miliardi di persone previsti entro il 2050. E, all’alba delle prime missioni su Marte, una simile soluzione potrebbe portare davvero lontano.

Intanto, il problema della consumazione della carne resta. Quando farne a meno non è un’opzione, limitarne il più possibile il consumo è uno dei modi per “limitare i danni”. Il consumatore ha un potere che spesso dimentica: scegliere carni selezionate, italiane, da allevamenti a terra; evitare categoricamente le grandi distribuzioni, primi fra tutti i fast-food. In questo modo, non solo si salvaguarda la propria salute, ma si dà un messaggio chiaro al mercato: non siamo più disposti a perpetrare tante violenze.

Il dibattito sulla morte e l’aspettativa di vita negata resta inevitabilmente aperto, ma su una cosa sembra esserci largo accordo: gli animali non sono cose, e lo sfruttamento intensivo dell’industria della carne non è più sostenibile. Non solo per la nostra salute e la difesa di valori etici, ma per il destino stesso del mondo.

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