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D’accordo su niente: su cosa fonda la stabilità del governo?

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
2 Aprile 2019
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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Su cosa fonda la stabilità del governo italiano? Viene spontaneo porsi questa domanda alla luce delle vicende che, nel corso del primo anno di coabitazione di Lega e M5S nelle aule del Parlamento, e ancor più negli ultimi tempi, hanno coinvolto le forze di maggioranza della legislatura vigente. Sulla convinzione che Di Maio e Salvini non avessero nulla in comune, l’elettorato dei pentastellati ha accordato la propria fiducia ai candidati del MoVimento, trovandosi, poi, a difendere l’operato di un esecutivo di cui il leader del Carroccio ha preso le redini.

Le differenze tra le intenzioni dei due gruppi sembravano la miglior garanzia verso una nuova fase politica. Il Paese di Mani Pulite, di Berlusconi, delle condanne ai più diversi schieramenti per truffa, infiltrazione mafiosa e chi più ne ha più ne metta, stava per svegliarsi all’alba di un rinnovato entusiasmo, di una nuova speranza. Come avrebbe potuto, infatti, il partito dell’onestà, del NO alla casta e ai privilegi, del Vaffa a chi nel frattempo riduceva l’Italia a brandelli, allearsi con la faccia peggiore di tutti gli aspetti della loro condanna? 

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Nulla è definitivo, figurarsi la coerenza in politica. E, così, Luigi Di Maio e compagni hanno barattato la propria dignità per un paio – pardon – per tutte le poltrone possibili da occupare, dalle Camere alla Rai, da cui, prima che toccasse a loro, auspicavano una fuoriuscita totale dei partiti. Tra una smentita e un voltafaccia rispetto alle promesse urlate in campagna elettorale, il gatto e la volpe hanno allegramente messo mano alle leggi in termini di lavoro, finanza e sicurezza. Risultato: l’Italia soffre una disoccupazione record, è sul baratro della recessione, ha perso credibilità e relazioni a livello internazionale e sta correndo ad armare i propri concittadini mai così al sicuro, eppure tanto desiderosi di farsi giustizia da soli, fomentati da una continua e aggressiva campagna d’odio mediatico. 

Ciò nonostante, le parti in causa non hanno mai trovato una vera e propria sintesi tra le rispettive intenzioni, discutendo animosamente circa ogni provvedimento per cui richiedere l’approvazione del Capo dello Stato. Cosa li tiene insieme? Cosa ancora non mina alla loro stabilità? Il tempo è galantuomo, e le prossime Elezioni Europee potrebbero essere quel giro di boa che la Lega aspetta per affondare il kayak dei grillini, e che questi ultimi, invece, temono come il giorno del giudizio, coscienti della propria débâcle.

Soltanto nelle ultime settimane – tanto per non tornare a rinfacciargli i battibecchi con cui hanno riempito le pagine dei giornali nei mesi scorsi – Lega e e M5S hanno messo a dura prova l’equilibrio dell’esecutivo inasprendo i rapporti relativamente al Congresso di Verona organizzato sulla scia del ddl Pillon. Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Vincenzo Spadafora (M5S) non ha usato mezzi termini per criticare l’iniziativa del collega di governo in forza al Carroccio, alla quale ha preso parte anche il Vicepremier Salvini: «Colpa della Lega, se fa cadere il governo». Ospite della trasmissione Omnibus di La7 ha dichiarato: «Il provvedimento Pillon non arriverà mai in aula, è archiviato. Adesso bisogna scrivere un nuovo testo per andare incontro ai temi del diritto di famiglia, ma non come aveva pensato Pillon. Sono state fatte le audizioni in Commissione Giustizia, adesso c’è un nuovo tavolo Lega-M5S al quale sono invitate anche le opposizioni».

Il Ministro dell’Interno, forte del consenso che sa di avere ormai in maggioranza dalla sua parte, ha gettato benzina sul fuoco, conscio pure che il pericolo di bruciarsi tocca principalmente gli alleati: «Per andare avanti serve un cambio di passo, non si tratta solo di un chiarimento. Mi sono stancato di essere attaccato e soprattutto mi sono stancato che il governo non faccia». Il messaggio è chiaro ed è diretto al collega campano che, in riposta alle immagini squallide che rimbalzavano sui social dal Veneto, accentuava le distanze con l’altro: «A Verona ci sono dei fanatici. Ho letto dichiarazioni sconvolgenti sulla legge sull’aborto, alcuni partecipanti hanno persino negato il femminicidio. E se vai a mangiare al loro stesso tavolo, per me, la pensi come loro». Appunto.

Tutto chiaro, almeno in apparenza. Peccato, però, che questi presupposti non bastino a nessuno dei due per staccare la spina, nonostante il delicato passaggio sarà presto inevitabile. Perché, allora, né Di Maio tantomeno Salvini si assumono la responsabilità di tirare giù un castello che della stabilità non ha hai fatto la sua caratteristica principale? È la campagna elettorale a dettare l’agenda,e l’insano gesto potrebbe – compiuto nel momento giusto o sbagliato – dirottare un’importante mole di voti verso il quartier generale dello scomodo coinquilino. 

«Basta subire politiche di destra», ha perso la pazienza il leader pentastellato, nel frattempo che la legge sulla legittima difesa passava alle Camere. «Se parlare di mamme, papà e bimbi è da “sfigati”, io sono orgoglioso di essere sfigato» ha risposto Salvini difendendo il collega Pillon e il suo progetto per le famiglie. Non fosse che il fastidioso ping-pong incida su ognuno di noi, sulle politiche sociali ed economiche del tricolore, il siparietto giallo-verde risulterebbe persino d’ispirazione per una prossima stagione di Zelig. Invece, il Ministro dell’Interno annusa il momento, come uno squalo sente l’odore del sangue e azzanna. Sblocca cantieri e Rai sono i nuovi argomenti su cui lanciare la sfida a chi, in cambio, dovrebbe governare con lui in armonia.

Su cosa fonda, allora, la stabilità del governo italiano? Quanto pesa, per il destino degli interessi propri e delle lobby che rappresentano, il sedere che poggiano sulle poltrone di Montecitorio e Palazzo Madama? Tanto, troppo, persino da tenere ancora insieme chi, solo apparentemente, non ha nulla da condividere. 

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