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Da Berlusconi a De Luca: il partito come proprietà personale

Antonio Salzano di Antonio Salzano
21 Gennaio 2024
in AZETA di Antonio Salzano
Tempo di lettura: 4 minuti
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Con il messaggio televisivo Urbi et Orbi del 26 gennaio 1994 dell’imprenditore Silvio Berlusconi che annunciava il suo ingresso ufficiale in politica con la benedizione di Bettino Craxi – al quale viene attribuita la regia dell’accordo con la Lega e l’MSI – nasce in Italia il primo partito personale seguito, dopo lo sventurato ventennio, dai vari Passera, Renzi, Calenda, Toti e lo stesso Matteo Salvini che, archiviata l’era bossiana, diventa padre padrone della Lega.

Un fenomeno non solo italiano, quello dei partiti sempre più personali, che va da Trump a Sanchez, da Netanyahu a Johnson, caratterizzato da decisioni ben lontane dall’espressione di democrazia interna delle forze politiche di appartenenza. Nel nostro Paese, al di là di FI del già citato Berlusconi, ne è un esempio il MoVimento 5 Stelle riconducibile alla Casaleggio Associati Srl. Entrambe forze vincenti in prima istanza del sistema politico privatistico che, in quanto a discussione interna e a improvvisazione dei propri esponenti comparsi dal nulla, hanno molti punti in comune nonostante la piattaforma Rousseau, uno strumento di espressione di voto senza possibilità di dibattito e di qualsiasi contributo scaturito dal confronto democratico.

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Fin qui, dunque, nulla di nuovo, se non un quadro politico sempre più confuso e frazionato dove periodicamente personaggi in cerca di visibilità trasmigrano da una forza all’altra, parcheggiano in qualche gruppo misto in attesa di tempi migliori o si lasciano invadere da delirio di onnipotenza e di sopravvalutazione di se stessi, come l’ex leghista poi senatore del M5S Gianluigi Paragone, che ha annunciato da Londra la fondazione del suo partito antieuropeista. Vedremo se si posizionerà sulle percentuali in calo di Matteo Renzi – che secondo uno dei tanti sondaggi sprofonderebbe al 2.2% – o su quelle minime e ballerine di Carlo Calenda.

Un fenomeno del tutto particolare si verifica, invece, in Campania dove il Partito Democratico, dopo anni di potere, appare oggi come di proprietà esclusiva dell’attuale Presidente Vincenzo De Luca che, nonostante i tentativi ancora in corso di ricucitura degli organi regionali e provinciali, sembra sempre più autonomo in ogni sua scelta. A Napoli, intanto, ritorna l’invisibile partito degli appelli che periodicamente riemerge per poi scomparire, capace di calamitare qualche centinaio di sottoscrittori, tra cui anche firme autorevoli, che invocano la riscossa della città, demolendo tutto e tutti, certi di potersi proporre come alternativa, magari riesumando persino qualche esponente di passate amministrazioni o indicando nomi ampiamente bocciati alle urne.

Eppure, il partito della narrazione drammatica e catastrofica di una Partenope rappresentata come tornata ai giorni delle montagne di rifiuti che lambivano i primi piani degli stabili e ai commissariati straordinari di governo incapaci – al pari delle giunte – di risolvere i problemi nonostante le ingenti risorse, non risulta abbia mai portato a casa risultati concreti contribuendo alla crescita dell’astensionismo e alla disaffezione di parte dell’elettorato che non ha raccolto il grido di dolore confermando la fiducia al Sindaco uscente anche alle ultime elezioni.

Continuare a proporre ammucchiate utili soltanto a racimolare voti – di recente marchiati come cattolici dal maggiore quotidiano partenopeo per la presenza in lista di un dirigente di un’organizzazione della curia – è alquanto incomprensibile e un tantino anche ridicolo. Un partito, il PD, assente da anni in città se non con singoli esponenti in ambiti ben circoscritti e lontano dalla partecipazione attiva alla vita politica cittadina, splende oggi di luce indiretta attraverso una leadership che non gli appartiene, interpretata da un esponente che lo rappresenta con una narrazione del tutto personale, strategica, propagandistica che tuttavia conviene a chi non riesce, nonostante la nuova stagione promessa da Nicola Zingaretti, a uscire dalle vecchie logiche opportunistiche dal respiro corto senza alcuna prospettiva di reale cambiamento.

C’è, comunque, un aspetto che va colto per meglio comprendere le ragioni del vuoto politico crescente creatosi nel corso di quest’ultimo decennio e l’incapacità di costruire un progetto alternativo, una discussione seria che vada oltre i personalismi e le classiche beghe da bar dei soliti noti disposti a rifarsi una verginità, alcuni dei quali subdolamente reinseritisi in un percorso che andava evitato dall’attuale amministrazione, anche se talvolta i numeri richiedono scelte del tutto inopportune. Vedremo se questa volta l’ennesimo appello e qualche transfuga serviranno a costruire un qualche progetto che se, fondato unicamente sulla criminalizzazione dell’attuale Primo Cittadino, porterà di sicuro ai giorni bui del nulla, delle consorterie, dei favoritismi e delle congreghe facendo nuovamente sprofondare la città. Perché, che piaccia o meno, in questi anni tanto vituperati dal partito fantasma, si è ridato credibilità e riscattato l’immagine di una Napoli da tempo affondata nell’immondizia.

C’è da dire che la realtà della politica piccola e mediocre non è un’esclusiva tutta campana e napoletana: abbiamo ribadito più volte su questo giornale che il quadro rappresentativo del Paese è crollato irrimediabilmente dal 1994 con l’avvento del berlusconismo, mentre il degrado culturale e sociale che ne è conseguito è oggi raccolto, anche se con aspetti più caciottari, dal salvinismo. Un modo di intendere la politica che – gliene va dato atto – è riuscito a tirare fuori il DNA represso mettendo in luce le caratteristiche del tutto negative di una parte consistente degli abitanti di questa nazione, una metastasi difficile da curare che non fa sperare nulla di buono per il presente e il futuro dell’Italia.

I partiti, i movimenti, i comitati devono tornare a essere centro di confronto, di elaborazione politica, di costruzione di un progetto complessivo che metta al primo posto quei temi che sono alla base di una società giusta e democratica: il lavoro, la giustizia, la sanità, l’istruzione, la cultura, temi che non possono essere affrontati da un nugolo di avventurieri senza un minimo di base, di preparazione, di competenza e soprattutto senza una volontà politica che anteponga i bisogni di quelle categorie sociali sempre più ai margini di un sistema egoista fondato sul valore del danaro. Un sistema – va detto una volta per tutte – fallimentare, a favore di pochi, che va demolito, abbattuto assieme a tutta quella partitocrazia privatistica vecchia e nuova.

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