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C’era una volta la famiglia tradizionale…

Vincenzo Villarosa di Vincenzo Villarosa
9 Novembre 2021
in Lapis
Tempo di lettura: 4 minuti
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C’era una volta… Comincia così la narrazione sociologica della famiglia tradizionale perché evoca l’immagine di quella struttura parentale composta da una coppia di genitori con dei figli e, magari, alcuni tra i nonni materni o paterni che abitano in una casa comune oppure nella stessa città o regione – ma non lontani – per un tempo tanto lungo da poter parlare di una storia familiare.

Ai nostri giorni, gruppi del genere esistono ancora, ma costituiscono sempre di più l’eccezione e non la regola, in una contemporaneità nella quale si parla ormai di famiglie. Nei decenni che vanno soprattutto dalla seconda metà del Novecento agli inizi del XXI secolo, il fenomeno della differenziazione sociale ha generato la famiglia nucleare, formata da una coppia di coniugi con figli. La stessa nuclearizzazione della struttura familiare, inoltre, ha subito un’accelerazione tuttavia nemmeno questo modello sembra essere adatto a fronteggiare gli stravolgimenti sociali, economici, politici e culturali avvenuti nella società della postmodernità.

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I cambiamenti avvenuti nel mondo del lavoro e la mobilità sociale, il divorzio e la possibilità per gli individui di vivere più storie nel corso dell’esistenza ridefiniscono il concetto stesso di vita familiare agli inizi del Terzo Millennio. Le statistiche (fonte ISTAT) ci informano, per esempio, che oggi in Italia le famiglie formate da coppie coniugate con figli sono il 33.7 % del totale, le famiglie atipiche – vale a dire quelle composte da single, conviventi monogenitoriali o quelle ricostituite coniugate – sono quasi 7 milioni, mentre oltre il milione sono le famiglie allargate, coniugate o meno, con prole da precedenti matrimoni. Nell’ambito delle ricostituite, inoltre, può accadere che i figli vivano in relazione con due papà e due mamme, tra biologici e acquisiti. È la cosiddetta famiglia patchwork, in cui i discendenti dei genitori separati che poi si risposano si trovano a intrattenere rapporti con più nonni, per non parlare di fratelli, zii e altri familiari, in una complicata rete di rapporti difficili da gestire, soprattutto dal punto di vista psicologico e affettivo.

Ma cosa è accaduto alla famiglia? Ogni sistema sociale, in generale, serve a ridurre la complessità del mondo e la famiglia è un sistema normativo che funziona da meccanismo di inclusione e/o esclusione sociale che definisce l’appartenenza e l’identità di un individuo, sia dal punto di vista della percezione che questi ha di se stesso sia nella percezione che gli altri hanno di lui. Nell’Occidente sviluppato, modello ormai dominante sul pianeta, sono avvenuti cambiamenti nella struttura sociale e, in breve, la società verticale, gerarchica e autoritaria del mondo premoderno ha ceduto il passo a una società più orizzontale, dove gli attori sociali operano scelte individuali sulla mobilità lavorativa e pubblica, con conseguente cambiamento continuo dei ruoli che la persona interpreta nella vita di relazione quotidiana.

Questi processi di deregolamentazione e di individualizzazione sono tipici del passaggio dalla società tradizionale a quella moderna. Le luci e le ombre di questa transizione ce le ha raccontate il sociologo Zygmunt Bauman: quando la competizione prende il posto della solidarietà, gli individui si ritrovano abbandonati alle proprie risorse, penosamente esigue e palesemente inadeguate. La dissipazione e la decomposizione dei legami collettivi li ha resi, senza chiedere il loro consenso, individui de jure, anche se ciò che imparano dalle loro scelte di vita è che praticamente tutto, nella situazione odierna, concorre a impedire loro di raggiungere l’agognato modello di individui de facto (Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido, Laterza, 2007). Oggi, l’individuo è più libero, insomma, ma anche più esposto. Gli stessi processi della modernità che hanno portato il singolo all’affermazione della sua libertà personale – con una maggiore disponibilità di risorse psicologiche, culturali e materiali, unite a una maggiore valorizzazione della sfera intima – hanno portato a fenomeni di grande vulnerabilità sociale ed esistenziale.

La famiglia-istituzione di matrice patriarcale, dunque, caratterizzata da legami affettivi e sociali prescrittivi, è tramontata e non si può riavvolgere il nastro, come dichiarano i sostenitori di una cultura politica conservatrice che inneggiano al ritorno a forme premoderne di convivenza familiare, per contrastare la liquidità affettiva e sociale della vita odierna, dovuta invece a quello stile di vita economico-sociale a conduzione capitalista che ha reso le persone sempre più individui, clienti, consumatori o utenti. Gli attacchi alla legge sull’aborto, la rimessa in discussione del divorzio o la negativa e becera stigmatizzazione della diversità nelle scelte sessuali e di relazione – unitamente agli echi di cronaca che ci informano quotidianamente su sconcertanti sentenze processuali che cercano motivazioni psicologiche alle brutali aggressioni o all’uccisione delle donne da parte dei mariti-padroni ed evocano l’antico delitto d’onore – sono alcuni esempi di come si scambiano, ad arte, gli effetti con le cause e in nome della sicurezza dei cittadini, in realtà, si attua un giro di vite sulle libertà personali e sociali conquistate dopo decenni di lotte politiche e culturali.

In conclusione, è una famiglia sempre più aperta alla vita societaria e protetta dalle reti della solidarietà e da una reale giustizia sociale quella di cui abbiamo bisogno per rispondere alla complessità delle sfide globali e collettive che trasformano, a un ritmo sempre più convulso, la vita quotidiana degli uomini e delle donne. La risposta, di certo, non sta nella sicurezza che sopprime la libertà e nel ritorno alla famiglia che c’era una volta e adesso non c’è più.

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